MEMORIE E IMPRESSIONI IN SONNOLENZA POSTPRANDIALE

E dopo qualche altra Guinness si stempera, poi dilegua in una assolata nube di pensieri l’irritazione quotidiana per il presente. All’ennesima dolcemente torna, alla mente colta da sopore, il ricordo degli anni passati, quelli prosperi e felici dell’infanzia, ed ecco che un lieve odore di catrame si sprigiona dalla coppa vuotata e invade la stanza lasciando fiorire nella memoria trasognata la figura del porto, e richiamando la fragranza del Viavà e i felici anni ’80, quegli scomparsi aromi tumorali, le pile cancerogene ricaricate al termosifone e gocciolanti acidi come uberi di giovenche.

Tornano alla mente pomeriggi interi spesi nel nulla, i compiti e il catechismo, quando il clero occultamente inculava, in modo metaforico e non, le future generazioni.

Erano allora prepotenti le pulsioni adolescenziali, ma si sviluppavano nel martirio rigoroso della carne, temprata la temperanza nella frustrazione della chiusura dei bordelli, dei sensi di colpa e senza il compendio dell’odierno onanismo su internet.

Fiorivano lire ovunque, piccole mani paffute scialavano in stickers e bigbabol porzioni di stipendi ora decurtati o inesistenti.

La natura stessa, col volto smorfiato in un artificiale ghigno, parlava di prosperità dalle profondità delle falde e dei corsi d’acqua eburnei e inquinati.

Promettevano i rivi contaminati e i boschi sommersi di mondizie, abbondanza di beni, testimoni fededegni di un mondo prospero e felice traboccante di oggetti e plastiche.

L’inquinamento ambientale non conosceva i limiti della proterva arroganza di normative rigorose e una sana corruzione democristiana strangolava con parca metodicità il cittadino italico ancora in grado di acquistare case e operosamente indaffarato ad ipotecare un futuro altrui nel rispetto ferreo della regola virtudiosa del minimo sforzo.

Nel torpore ebbro del meriggio postprandiale riappare la famigliare e bonaria sagoma del nonno che offre gelati privi di tabella nutrizionale. Con gioviale sapienza racconta terribili storie di guerra tollerando, al contempo, nella salda indulgenza di chi qualcosa ha pur fatto nella vita, la protervia scanzonata di una generazione di figli imbecilli, spesso inclini ad accapigliarsi, anche con le armi in pugno, dietro a una politica da stadio, assolutamente scevra della tracotante intenzione di risolvere qualsivoglia problema concreto.

Tra stanche e pigre chiacchiere, virtuosamente prive di senso alcuno o di adesione alla realtà, ponevano le basi, i tapini dell’epoca, sì destri in operosa demenza, per demolire le conquiste di anni di lotte, ottenute col sangue e il lavoro delle passate generazioni. Nella placida indifferenza per gli sforzi del passato, e per le conseguenze sul futuro, si ostinavano a concedersi con indulgente malagrazia le loro eccessive pretese di bimbi capricciosi.

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