Nel paese degli zerbini non dire mai quello che pensi!

In barba a tutte le chiacchiere e le rassicuranti fandonie del mondo, in Italia, quello che uno pensa non solo non te lo fanno dire, ma neppure si può dire, e infine molto pochi vogliono sentirlo. Il menefreghismo, come si sa, la fa da padrone qui da noi.

Facciamo un esempio. Se fossi invitato a una trasmissione televisiva, ipotesi già di per sé assurda (perché mai ascoltare la mia opinione?) e mi incontrassi con un politico cialtrone di questi, che difende gli interessi della greppia dalla quale magna, o direttamente il suo unico padrone e sovrano, proponendo (sempre per esempio) la versione della difesa in un Tribunale come se fosse la legge, e inalberandosi pure, o un leccapreti, o quant’altro a cui ci ha abituato questo abominevole luogo, io per descrivere quello che sento dovrei per forza usare dei termini piuttosto forti, oppure dovrei essere costretto ad ammettere di NON stare affatto dicendo quello che penso, e di non descrivere affatto bene a parole (in modo attinente) il mio pensiero. E questo sarebbe pure un mio diritto, mentre invece dovrei accedere, volente o nolente, al solito minuetto scialbo e privo di contenuti.

Se per una persona provo disprezzo assoluto o schifo, non posso limitarmi a dire che “non sono soddisfatto di lei” o che “mi sento deluso” e neppure “indignato”. Se devo descrivere cosa penso di un attuale politico italiano, nella migliore delle ipotesi dovrei paragonarlo a uno zerbino, dato che è un oggetto che qualcuno più in alto di lui usa per ripulirsi, e dato che né compie il lavoro (mandato) che dovrebbe compiere, tradendo il paese, né è stato selezionato in virtù di caratteristiche per le quali sento personale adesione estetica o filosofica (valore, coraggio, abnegazione, altruismo, rigore, etc.) ma proprio per le opposte (servilismo, passività, mancanza di scrupoli, falsità, ruffianeria, etc.).

Caro politico zerbino…! Eh, Ehm! E subito mi troverei sotto la reprimenda del conduttore, giornalista, anche lui zerbino, al quale, se fossi chiamato a dire sinceramente cosa penso di lui, dovrei confessare che non ho la minima stima tampoco, ma che anzi sento disprezzo dato che, sapendo come va il paese, pur senza avere prove certe (e ovviamente non avendole, dato che per reperirle dovrei commettere dei reati) sono convinto che gli sia stato assegnato il posto che ricopre non in virtù di caratteristiche che amo, ma in virtù delle stesse caratteristiche del politico con cui parlavo prima: servilismo, passività, mancanza di scrupoli, falsità, ruffianeria, etc.

Educazione? Buona educazione? Che c’entra la buona educazione? Sto dicendo quello che sinceramente penso! O non devo-posso? Non siamo a un party, convivialmente aggirandoci tra ospiti sorridenti e sgranocchiando salatini. Per poter essere educato dovrebbero essere diversi loro, le circostanze del paese, e non la mia descrizione e le mie parole. Se hai la scabbia e faccio il medico ti offendi se ti dico che sei coperto di pustole purulente?

Cionondimeno d’immediato mi troverei un bel paio di denunce, al Tribunale di Vattelappesca, per ingiuria, diffamazione a mezzo stampa, e chissà che altro. Se aggiungessi anche il destino che dovrebbe spettare a entrambi, o almeno al primo (la forca come traditore della patria e senza processo, il processo contro il potente è sempre e solo una buffonata) si aggiungerebbe per lo meno l’istigazione alla violenza, e magari persino qualche reato eversivo (i famosi paradossi di un potere iniquo che però si impone contro il giusto).

Quindi mi troverei io da solo, con i miei assai esigui beni, a lottare in Tribunale contro persone molto più potenti, facoltose, influenti, e soprattutto ricche di me, appoggiate per giunta da centri di potere o aziende, ottimi avvocati, dei quali, se fossi chiamato a dire quello che penso di loro direi che non sono che degli zerbini anch’essi e finirei spappolato.

Finirei spappolato anche perché il giudice, al quale se fossi chiamato a dire sinceramente quello che penso del suo genere di persona e del suo lavoro, dovrei dire che non è altro per me che un burocrate megalomane e saccente, che fa il padreterno, ma in definitiva non è che un difensore acritico di qualunque stato e potere, di certo non mi prenderebbe in simpatia, e, dimostrando di essere anche peggio di come io lo considero, se la legherebbe al dito, e, lesa maestà, mi farebbe passare la voglia di parlare, usando il suo potere di censore.

Il tutto per cercare di migliorare un paese a cui anagraficamente appartengo, sì, e di nascita, ma non certo nello spirito, dato che nella migliore delle ipotesi il novantacinque percento dei suoi abitanti è assolutamente bugiardo, falso, disonesto (con amici, famiglia, fidanzati, colleghi, concittadini, etc.) e si comporterebbe esattamente come il politico che s’è scelto a rappresentarli, il suo padrone, o il giornalista, secondo i casi. Molti si lamentano, certo, ma nel loro piccolo (a volte proprio molto piccolo) non fanno scelte diverse e meno bugiarde e mediocri dei loro rappresentanti.

Ecco quindi che sapendo questo in anticipo, a me non verrebbe mai in mente di andare a dire in tv, per il bene di italiani zerbini, a un politico zerbino, o a un giornalista zerbino, quello che davvero penso di loro. Sarei educato. Dovrei esserlo! E la mia libertà di espressione sarà bella che andata a farsi fottere.

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