NON DI SOLO MASACCIO VIVE L’UOMO

Il famoso, ridicolo e a lume di naso grossolanamente erroneo, calcolo di possedere il settanta percento delle opere d’arte del pianeta, mi ha sempre lasciato piuttosto indifferente.

Da un po’ l’indifferenza ha lasciato il passo, forse con il contrasi del tenore di vita e delle aspettative per il “futuro” (ma quale!), a una certa insistente ostilità e irritazione avverso non solo l’idiozia antiestetica di vantarsi della “bellezza” del proprio paese e del passato, ma proprio verso il patrimonio artistico nostrano tout court.

Da tutti i punti di vista sono più gli svantaggi che i vantaggi, ma non entriamo nel filosofico.

Diciamo solo che dinanzi alla prospettiva di diventare un popolo di imbelli conservatori del passato già ci sarebbe da vomitare, ma detto proprio chiaramente a me delle opere d’arte non me ne può, e non me ne frega, una emerita, ricca, strasucculenta minchia! Sento il bisogno di dirlo apertamente e in modo volgare.

Se per me fosse passerei col carro di Thor sui tutti i musei e tutte le sante, i santi, le madonne, i puttini, i nobiluomini dipinti da quei ruffiani di artisti dei secoli passati.

Se per arte si intende quella massa di paccottiglie, e edifici spesso di cattivissimo gusto, splendidamente eseguiti (ci mancherebbe!), per soddisfare e blandire l’ego esorbitante di potenti e potentelli ormai fortunatamente ignoti e dimenticati di epoche passate, cardinali, marchesi, duchi, etc, o peggio ancora musiche, e quant’altro venuto alla luce, per far divertire una massa di cialtroni spesso brutali e triviali, mentre popoli interi annaspavano nel fango e nella miseria, sarei personalmente disposto ad appiccare fuoco al falò più costoso e prezioso della storia, anche solo per il tiepido beneficio di lanciare un chiaro segnale contro la diseguaglianza e l’egoismo, col fine di cercare una società più giusta e equanime, meno appariscente, ma meno dolorosa e dispotica.

Questa la vera arte: una società felice e giusta. Qui tutto peggiora invece, da Mecenate si scende a Lorenzo dei Medici e ora direttamente a finanziare squadre di calcio corrotto e merda varia, ma sempre col predicozzo a portata di mano! Siamo sempre i migliori e i più belli!

Il bello, invece, è che contrariamente alla versione comune, assai ostile alle mie posizioni sul tema, a nessuno gliene frega poi niente di tutta ‘sta robaccia rinascimentale o antica chiamata “arte”.

A giudicare dal comportamento effettivo di ciascuno (mete e scelte su cui destinare soldi e tempo, e soprattutto argomenti di conversazione e, specie, serbatoio di figure a cui attingere dalla memoria per importunare il prossimo con le ciarle varie di cui si compone la tediosa vita di ciascuno) a tutti gliene frega come o meno che a me “dell’arte”.

Poi però bisogna fare per forza i colti i “sensibili”, e quindi fingere che sia rilevante la presenza di un museo o di una pinacoteca nelle nostre vite, che ci debba interessare e far piacere di avere nel Duomo della città una pala del Crivelli.

Per me anche il Crivelli cittadino, e con lui tutti i pittori di madonne e sante del paese, può andare a farsi fottere! Non sono belle le sue opere? Sì, può darsi pure. Alcune! La maggior parte non sono proprio niente di speciale, né come gusto e tantomeno come soggetto. Non mi parlano di nulla che mi possa interessare oggi.

Non è colpa mia se, nato nel settantacinque, mi piacciono pure i Venom, e se loro interpretano meglio quello che desidero sentire e comunicare e che perciò non ho tempo per altre cose, che ormai mi paiono prive di autentico significato e devo sacrificarle. E comunque, belle o meno che siano, io non vivo certo della loro bellezza, e nessuno lo fa!

Al momento, croste museali del genere sono piuttosto indietro nella mia personale scala di valori per ottenere e trascorrere una vita (quello che ci rimane) soddisfacente, e questo è quello che mi preme: venti anni scarsi rimasti da passare il meglio possibile. Il tempo corre e nulla si muove per il verso giusto!

Le persone non vanno al museo! Quando lo fanno li visitano come fanno tutto il resto nella vita, per passare il tempo e raccontarsi che lo hanno fatto, e più spesso ancora per inerzia, perché qualcuno ha detto loro che così si fa e non discutono su questo come non discutono mai su niente; quando stanno lì dentro li si vede in preda a una strana frenesia, si devono sbrigare, vedere tutto e in fretta, come se qualcuno ce li avesse costretti a tare lì, mandati a forza di staffile.

Come oggi, invece di leggere l’Iliade o l’Eneide, leggono l’ultimo romanzo alla moda di qualche merdoso scrittore semianalfabeta che imbratta con la sua demenza, buonista o cinica, pagine pur di riuscire a scopare, così stanno davanti a un quadro dell’accidente per un dieci secondi in media circa e poi passano al successivo trapungendo ogni promenade con osservazioni banali.

All’uscita del museo ne sanno quanto prima, non ricordano già nulla o quasi (e presto assolutamente nulla) e vanno a fare quello che davvero li interessa e gli piace, li motiva ed entusiasma, e che invece ricorderanno a lungo di aver fatto: mangiare, bere, dormire, drogarsi, scopare!

All’entrata di solito, non sanno neppure cosa troveranno nel museo, e se lo sanno è quasi peggio, perché vuol dire che hanno speso tempo ed energie vitali per conoscere cose che evidentemente non muovono, non orientano e non attengono in modo autentico alcuno alla loro esistenza e alle loro inquietudini.

È da ipocriti dire di coniugare uno spirito sensibile e raffinato, trafitto dalla bellezza delicata di pennellate su una tela e dalla poesia e poi andare (o essere andati in passato) allo stadio, o stare a casa a vedere quotidiane tribune o risse troglodite in tv, o biascicare chewing gum tutte le settimane in un plasticoso cinema 3D la domenica.

Di un’opera d’arte qualunque, rimane nella memoria del fruitore nazionalpopolare quello che rimane della puntata di una serie televisiva o di un giallo: un cazzo!

In genere non hanno nessuna ragione specifica e convincente per poter affermare di star cercando qualcosa lì dentro, al di là di aver magari visto una pubblicità su un quotidiano, o letto un articolo di qualche professore ipocrita, e cialtrone peggio di loro, che con l’arte ci sfama famiglia e puttane e che li spingeva a curiosare dietro esborso di sonante moneta.

Impiegati statali, pensionati, frequentatori del bar dello sport: di botto estasiati e inquieti davanti alle pitture nere di Goya! È una scena che ha dell’agghiacciante, pervasi da questa artefatta curiosità obbligata, che nella mia esperienza fa sbadigliare e sbuffare di nascosto parecchi zombie da galleria. T’ho visto vecchio!

L’arte è come tutto, ormai solo un grande e deprimente mercato di massiva idiozia, o investimenti da milionari, che fa campare dei parassiti, lo è sempre stato a dirla tutta, almeno la maggior parte delle volte, ma oggi è uno sterminato mattatoio d’umana inquietudine.

Oggi funziona così: la si deve vendere massicciamente in alcuni casi (musei-turismo, e per vendere anche altro: pizze, camere d’albergo, foto coi centurioni) o la si deve dimenticare in altri (es. letteratura antica, perché esistendo il copyright si guadagna di più vendendo cose nuove, e di merda, che classici).

Ma d’altra parte la relazione arte-danaro e arte-potere è sempre stata intensa quanto imbricata, è cambiata spesso e in modo complesso, ma a pensarci su puntigliosamente lascia sempre e comunque un certo senso di fastidio pensare assieme al finanziatore e all’artista di successo: fanno un po’ schifo entrambi questi scimmioni.

Se uno immagina (o vorrebbe) l’artista come a un “messaggero dell’eterno”, un “interprete o svelatore del “comune spirito umano”, o amenità del genere, è meglio se si spara in bocca subito e evita di tediare il prossimo con la propria ingenua dabbenaggine e coglioneria.

In passato, soprattutto quella figurativa o architettonica, è stata, nella quasi totalità, un modo per celebrare dei tronfi potentoni di turno, schiava di megalomani necessitati di mausolei, della loro presunzione e vanagloria, o è servita a diffondere una visione del mondo che incutesse terrore e perpetrasse la sottomissione delle masse.

E se missione esistesse al mondo, si dovrebbe volere e spingere verso un’umanità libera e consapevole, non celebrare e coadiuvare la tirannia!

A noi! Comunque la si metta, personalmente non campo certo degli studi sulla luce per ritratti di duchi del passato, né dei panneggi delle vesti di vescovi e sante, né di stracchi racconti evangelici su pani, vini, pesci e pecore. A dirla tutta la loro presenza nel mondo non interpreta affatto quello che a me oggi preme, preoccupa, meraviglia, o attrae, interessa ed inquieta come essere umano di questa epoca, per molti versi meravigliosa.

Anzi, se tutta questa robaccia, testimonianza evidente di scempiaggine e coglioneria umana, sparisse sarebbe anche meglio, dal mio esasperato punto di vista. Mi disfarei di buon grado di oggetti che mi ricordano in ogni angolo quanto sia idiota o ingenuo l’essere umano, quanto inverosimili i racconti che ha creduto validi per millenni.

Ho torto? Certo! Curiosamente, però, nessuno va di tanto in tanto a visitare l’amato trittico di turno nella propria città. Al Duomo di Ascoli io non ci vedo mai un cane (lo so perché ci passo a controllare!). Non è che magari il sindaco lo si veda lì di tanto in tanto a guardarselo solo soletto, ammirato e sorridente ‘sto fottuto dipinto, no? No! Non ci va a meno che non ci siano croissant salati da sbafare e potenziali voti da accattare.

I voti, il mangiare, la merda e la materia di ogni genere, lo muovono nella vita, non il così detto “bello oggettivo”, la “spiritualità”, la lignea pala di chiesa: lui e tutti! Nessuno, o quasi, paga ripetutamente per passare un pomeriggio dentro un museo già visto, manco gratis ci entra, manco se piove: se piove si infila al bar.

Tipico dell’epoca: ormai si devono solo accumulare esperienze superficiali e soprattutto, dovute, meccaniche, acritiche, suggerite da altri. Questa è la “cultura”!

Qualcosa a questo mondo piace pure a me, e mi interessa, e mi preoccupa. Mi preoccupa soprattutto che io, dove sto, campo male, senza soldi, campo male, senza uguaglianza e giustizia sociale, campo male, con gente presuntuosa, tronfia, egocentrica, sciatta e maleducata vicino, campo male, etc.

E campo male anche se ormai campo solo di quello che mi piace davvero, senza mentire o elidere, recitare, vale a dire: di amici, birre, sbronze, feste, concerti rock, di rado di cinema (un bello schifo pure), sport, moto, natura (presa molto, molto con le molle), cibo e amore.

Normale il disagio in un posto, un paese, dove tutto quello che desidero è scarso, o scomodo, o proibito, o costosissimo, o malvisto.

Si può negare che questo sia un paese dove la gente è pesante, ripetitiva, banale, arrogante, impicciona, si abbia la mania del giudizio, del colpevolizzare, del colpevolizzasi? Hai voglia a sorridere e fare gli ottimisti pubblicamente, chi si prende in giro? I miti italiani sono tutti falsi!

La vita vera! Tanto per dirla tutta sfatiamo in primis il mito più robusto: quello che in Italia si mangi bene! In Italia si mangia caro! E bene solo se uno si sceglie con cura il posto e sa quello che fa. Altrimenti si mangia poco, caro lo stesso, e anche male. I prodotti in generale non sono affidabili, è pieno di frodi alimentari.

Nel quotidiano si mangia pessimamente, e sempre caro nel rapporto qualità prezzo, quasi sempre in modo ripetitivo: cucina italiana base e basta! Ti siedi al ristorante e ti chiedi di immediato in che modo ti inculeranno, o ti spari una pizza.

La vita è fatta di tanti giorni, di quotidiano, e non di occasioni speciali. Le porzioni fanno pena, mettono angoscia, persino le patate fritte sono sempre contate (manco fossero oro!) le microbustine di maionese fanno semplicemente venire il trasalimento esistenziale più nero.

Le fiere e le sagre sono fiere e sagre del pressappochismo, della grezzagine, del cattivo gusto e della chiusura mentale e gastronomica in prostrata adorazione al prodotto tipico rifritto e servito in pet. La porchetta, tanto per fare un esempio concreto, per buona che si voglia definire, è stoppacciosa, secca, incompleta, non è certo il miglior arrosto i maiale al mondo.

Di sport ce ne è uno solo, il resto si fa e muove tra i miracoli di piccole realtà fatte di appassionati, ormai immersi nell’indigenza, in strutture fatiscenti.

Fatiscenti anche le strade: mal costruite (con bitumi rigenerati), strette (pure quelle non antiche), piene di buche, frequentate da cafoni che pure in auto, senza parlare o muoversi appena, riescono a far brillare inequivocabilmente la loro appartenenza al folto gruppo dei mentecatti.

Il fatto poi che l’Italia sia un paese “bello” fa proprio ridere ormai. Era, un paese bello! Dal dopoguerra è stato devastato, ormai è difficile trovare un paesaggio o uno scorcio decente, e anche qui, nella generalità dei casi si dovrà dire che quello che per la maggior parte del tempo si vede e ci circonda è pessimo.

Le città, anche quelle antiche e “belle” (sinonimo di “antico”, qui), sono sporche, polverose, scomode, affollate. Tra trasporti pubblici, parcheggi a pagamento, noie e difficoltà quotidiane, burocrazia, leggi, proibizioni, multe, fa proprio schifo viverci.

Di Rock non esiste praticamente la traccia, si ascolta un solo genere musicale che tra l’altro in occidente ha successo quasi esclusivamente in Italia, dove, come al solito, la gente se la suona e se la canta.

Siamo persi in un piuttosto imbarazzante isolamento: trenta anni di piumini e paninari e di comicità becera che fa ridere solo noi.

La musica più di merda d’occidente sta qua, quella che di buona ce n’era è stata demolita apposta durante gli anni settanta, probabilmente per accontentare il clero e non correre il rischio che attraverso essa la gente si liberasse un po’ dai sensi di colpa, assumesse spirito critico, potesse avere o alimentare grilli per la testa. Le piattole purpuree chiamate cardinali hanno stoppato subito il pericolo.

Viviamo nel posto con le peggiori e più care connessioni a internet e telefoniche d’occidente (dove guadagnano, in spregio di ogni minima legge del mercato, i famosi “imprenditori” all’italiana: i guadagni, personali e le predite, di tutti!). Tv digitale! Una rivoluzione tecnologica nata vecchia.

Le autostrade a pagamento più care e tristi del mondo civile, assistite da servizi pessimi: gli autogrill vanno intesi come un insulto al viaggiatore. Le gallerie sono illuminate male, i lavori eterni, i sistemi di sicurezza sono fatti per dare soldi a famiglie già potenti.

Esiste un’unica forma di prendere il caffè che tra l’altro ha del demenziale. Gli alcolici sono carissimi, la birra nazionale costa più di quella tedesca (che è anche migliore). Le restrizioni di orari di pub sono da coprifuoco. La prostituzione c’è ma si fa finta di nulla, ed è lecita solo per facoltosi (gli altri potrebbero essere multati). Una anacronistica tv tradotta sempre in italiano fa a botte con la pretesa di dire che apparteniamo all’Europa (bah!).

Potremmo cercare di digerire tutto questo, e molto altro ancora, riflettendo sul fatto che a Venezia c’è il Canaletto, o a Firenze il Botticelli che ci attendono o che ci appartengono Pompei e il Foro!

Come se io andassi tutti i giorni al Foro e con ciò (anche se lo facessi) potessi sfuggire a tutto il resto, magari ricordando, mentre siedo sudaticcio su un affollato autobus sozzo da far schifo, i fasti di Roma e se ciò mi abilitasse a sentirmi parte integrante e epigono di un passato glorioso.

Un passato che ha a che vedere con gli italiani di oggi meno che con gli svedesi.

Personalmente, nel quotidiano, quando magari mi sovviene un nome buffo, ridicolo, in mente, come quello di Masaccio o Pinturicchio o Parmigianino, Paolo Uccello, mi viene proprio da smadonnare: “che culo dico!” Ho la benzina carissima, non guadagno una lira, sono schiacciato da massoni, clero, mafie, politica collusa con essi, multinazionali, corruzione, contemplo uno stuolo di servi e puttane del potere avere successo, nessuna via di fuga, niente Harley o ribellioni, spazi, niente certezze per il futuro, vengo costantemente giudicato da dei minorati mentali allevati in batteria, da pervertiti sadici spesso pederasti, sono circondato da un popolo di monolitici schiavi dell’opinione altrui e delle mode, mi devo sentire un reietto pur essendo onesto, lavoratore, volenteroso, il tutto in base a pregiudizi privi di ogni senso, ma ho Masaccio a disposizione e a portata di mano, eh!

E infatti vedo sempre la coda per ammirare il Masaccio, o il Caravaggio! Che era pure un tagliagole!

Tra le persone che frequento, e che nella stragrande maggioranza mi darebbero torto se parlassi con loro in questi termini, che difenderebbero ‘sto paese di mummie e le sue stantie e ammuffite bellezze, chissà quanti vanno in concreto ad ammirare il Masaccio tutte le domeniche, o anche solo due-tre volte l’anno. Immagino che quando stanno lì davanti siano invasi da una tale gioia!

Che è per questo che digeriscono da bravi la loro vita, tapina come la mia, costellata di tasse, banche usuraie, condizioni di lavoro pessime, utilitarie nazionali pietose, strade pericolose, città piene di monnezza e scritte, sporco, partite di calcio aggiustate (ben gli sta!), sanità da incubo, ospedali coi ratti e medici attempati con aria da padreterni, servizi costosissimi, una vita lavorativa lunga fino all’esaurimento, giovani a spasso e ottantenni a scopare, una classe dirigente dispotica e arrogante che non lavora e meno che mai per l’interesse comune, senza contare le normative più restrittive su tutto: stampa, armi, sport, erpetologia, droga, impresa, omologazione veicoli, attività pericolose (ma divertenti) prostituzione, cucina, ma anche ricerca medica, energia, aborto, eutanasia, terapie. Molto di ciò per accontentare un clero che, notoriamente, non ne ha azzeccata mai una in duemila anni di deliri e vaneggiamenti vari.

Tra tanto che si sarebbe potuto fare per cercare di far campare un po’ meglio la popolazione, eliminare qualche restrizione pelosa, in decenni di vangate verso il basso s’è solo liberalizzato il gioco d’azzardo e le scommesse, così il popolo finisce di rovinarsi da sé. Era l’unica, davvero l’unica cosa da evitare e ci sono riusciti a farla! Pare uno scherzo! Una candid camera!

La mentalità sottesa è che: se ti vuoi divertite devi pagarla cara. Perché divertirsi non è una priorità, devi stare male anzi! C’è il peccato originale da scontare! Che cazzata!

E poi ci si chiede con malinconico stupore, con l’aria idiota, oppure più spesso pure saccentella e strafottente, di chi paia non essere compreso da un mondo ingiusto e volgare, come possa mai essere che la maggior parte dei sapiens di questo mondo scelga altre destinazioni turistiche, invece di farsi fregare dagli italiani e spaccarsi i coglioni nelle loro città fatiscenti.

Che cretini che vanno ovunque altrove a spassarsela, magari in brutti villaggi turistici, mentre qui troverebbero ben altro oltre la scomodità, la penuria, e la voglia di infilare la testa in un cappio: il Masaccio o Paolo Uccello, le vestigia dell’impero romano. Sieg Heil!

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