Olive all’ascolana (la mia ricetta personale, svelata)

Fate stufare a depressione continua, con tre cucchiai di tedio extravergine, un tritume di invidia, maldicenza e falsità.

Aggiungete al soffritto carne di coglione (ovviamente spiuminato), fregnone cornuto e minchione esaltato, fatti a dadini.

A rosolatura ultimata aggiungere un bicchiere di tarpano bianco e far sfumare.

Quando il tarpano è evaporato completamente, togliete dal fuoco e lasciate raffreddare per poi macinare il tutto ottenendo una pasta bigia (potete utilizzare un mixer, ma è preferibile pestare ben bene col mortaio a mano o una mazza da baseball).

Versate il composto in una ciotola e aggiungete polverosità, scorza di tifo da stadio grattugiata, chiodi di clero, un pregiudizio intero e abbondante pecoreccio.

Impastate bene fino ad ottenere un insensato composto insopportabilmente morboso e stomachevole.

Con un preciso taglio a spirale, private del minuto cervelletto un centinaio di troiette tenere ascolane. La ricetta originale insiste sul fatto che siano tenere ascolane (ogni altra troia del mondo può adattarsi, ma quelle dop hanno una loro gustosa specificità).

Riempite ciascuna troietta con l’inutile ripieno di carni di fenomeni zoologici precedentemente preparato. Panatele passandole in farina di altezzosità, stronzaggine montata e arroganza reiterata finemente.

Per tale prelibatezza della tragica cucina della vita, affidatevi al miracolo della frittura, che rende ogni abominio gastronomico e mancanza di rispetto commestibili. Servite, a lume di cafone, sulla buona tavola imbandita d’ignoranza senza fine della provincia.

Accompagnate con un buon bicchiere di urto di nervi invecchiato nel risentimento e decantato in un quotidiano soffocante.

Buon appetito, e strozzatevi pure.

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