Onnipotenza

Così come il politeismo è venduto dalla pubblicistica monoteista come uno stato “primitivo” rispetto “all’evoluzione” del Dio Unico, di solito il concetto di Fato nella mitologia greco-romana è presentato come una forza superiore persino al Supremo degli Dei, e l’argomento è spesso usato -a discredito- per confermare come quello (Zeus, Giove) non fosse il “Dio vero”, l’unico, autentico e realmente “Onnipotente”. In effetti le cose stanno diversamente; il Fato è ciò che il Supremo tra gli Dei ha stabilito che debba essere, e a quel punto non può cambiare. La questione potrebbe sembrare irrilevante, ma solo questa visione rende possibile il sorgere della civiltà della scienza. 

Tra le inutilità della speculazione filosofica e teologica, che per disgrazia della mia conformazione cerebrale incline alle cretinate mi ha sempre affascinato, l’onnipotenza è un concetto che mi ha stimolato la fantasia in modo particolare sin da piccolissimo; ricordo mille domande che non trovavano vere risposte, ma solo frasi condiscendenti, sparate con tutta la sicurezza tipica del nonsenso religioso; anche perché di risposte sensate non ce ne sono, non essendo sensato l’argomento. E questo non perché esso sia topico “sfuggente” -non più di altri-, “incomprensibile per la de-mente umana”, “ineffabile” e via dicendo, ma proprio perché non riesce a prendere il volo in alcun modo.
L’onniscienza, per esempio, è meno problematica, in un certo senso.

L’onnipotenza vive nel curioso paradosso di risultare per definizione “schiava di se stessa”; il paradosso si dà perché potenza è libertà e non servitù. L’essere onnipotente è tenuto a non contraddire le decisioni che ha preso, così contraddicendo, però, la sua onnipotenza.
L’onnipotente, potendo tutto per definizione, ha solo due possibilità, che sono già pochine per chi possa tutto: o realizza tutto quello che può, o sceglie di realizzare solo alcune delle sue infinite opzioni, e limitarsi.
Se sceglie la seconda opzione e non realizza tutto quello che può, ma tralascia qualcosa, pone un limite alla sua potenza, ma non semplicemente perché non realizza tutto e qualcuno potrebbe dire che non lo ha fatto perché non in grado di farlo, questo sarebbe banale affermarlo, ma perché non può più contraddire la propria scelta, è tenuto a rispettarla, affinché possa dire di averla realizzata perché voleva realizzarla e realizzare proprio quella. E se è “tenuto” a qualcosa non è onnipotente.

Su questo punto la teologia del paganesimo classico era molto più sottile di quella cristiana, dato che il Fato, presentato da una vulgata capziosa come una conferma della non-onnipotenza del Supremo tra gli Dei  greco-romani (Zeus o Giove), altro non è che una presa di posizione su questo: l’Onnipotente è vincolato dalle sue stesse decisioni.
E il Fato non è infatti altro che ciò che Zeus sancisce solennemente e una volta per tutte che debba essere e che perciò non può essere variato.   

Se invece l’onnipotente si inclinasse per la prima possibilità, cioè a realizzare tutto, ogni opzione a disposizione e la sua contraria, fino a realizzare, per esempio, anche “nulla assieme a tutto”, la sua onnipotenza dimostrata nei fatti -realizza tutto: è onnipotente!-, ancora una volta non sarebbe tale, ma finirebbe per coincidere col “puro caos”, ed anche in questo caso dimostrerebbe di non essere controllo effettivo e illimitato su ciò che realizza, ma di essere sopraffatta dalla “necessità di doverlo realizzare”.
Un mondo che esaurisca ogni opzione, e per esempio fosse composto di infiniti mondi paralleli in cui ogni attore realizzi tutte le scelte in tutte le varianti, per di più ciascuna di esse magari pure nel doppione di essere realizzata in presenza di libero arbitrio e in assenza dello stesso, un mondo che spazi dall’opzione più perfetta alla più disgraziata e infame, passando per ogni punto intermedio, da massimo ordine a completo disordine, da pienezza assoluta a vuoto assoluto etc., non sarebbe espressione di scelta e ordine alcuno, cioè sarebbe la negazione vivente di ogni potenza, sarebbe solo “atto” strangolato dalla necessità di essere tale.

Orbene, senza dimenticare che si parla di “aria”, la questione potrebbe aver avuto importanti conseguenze pratiche nella storia della nostra civiltà, perché “quest’aria” può essere più o meno respirabile.
Se l’Onnipotente tra gli Dei -per forza singolo o non sarebbe onnipotente- può fare e disfare arbitrariamente tutto, cambiare di continuo ogni decisione presa e contraddirla, all’essere umano non rimane che affidarsi completamente, e rinunciare ad ogni sforzo di comprensione del mondo o limitato dominio e conoscenza. In un mondo dove anche le regole fisiche fossero pericolanti, potessero cambiare da un momento all’altro, per esempio, e così l’individualità, rimarrebbe solo da andare a “vivere nel deserto” a tremare, pregando di non incappare nell’ira divina. Ovviamente si sono date tali linee di pensiero e dottrine, ma in Occidente non hanno prevalso.

Se invece L’Onnipotente, nonostante tale, non può negarsi e negare il suo operato, ma decide di essere vincolato alle sue scelte, la Natura diventa conoscibile, la mente e la razionalità, in piccolo simili a quelle del Supremo, sono lo strumento adatto a conoscerla ed ecco che si configura la possibilità di entrare nella “civiltà della scienza”. Cosa è stato il Medioevo se non lo sforzo lento e immane di riuscire ad applicare la razionalità del pensiero greco a una mitologia mediorientale di per sé assai refrattaria ad una sistematizzazione di questo tipo?

E del pari cos’è la Madonna se non il tentativo di contrastare la misoginia estrema di quelle culture con una misoginia meno estrema? 

In questa ottica va interpretato pure il rifiuto di Cartesio di considerare che Dio potesse essere un ingannatore. Perché no? Se può tutto?
Ancora oggi alcune spinte anti-razionalistiche vogliono combattere la loro battaglia ormai persa. Il Dio che “fa ciò che lo aggrada” è quello dei creazionisti, per esempio, che ignorano i dati, affidandosi alla lettera delle Scritture e che alle evidenze rispondono proprio con: “Dio può tutto”.
La cosa curiosa di questo tipo di pensiero è che dietro l’apparenza di rigore religioso e di purezza nella propria abnegazione al mistero divino, risiede la negazione della più importante e tipica delle caratteristiche della civiltà occidentale: la centralità della razionalità per poter comprendere il creato (per chi è credente).

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