Parte II. Esempi di superstizione e fanatismo religioso, dall’opera dello storico inglese Edward Gibbon

Ma la necessità del lavoro manuale scemò poco a poco. E in buona sostanza a un odioso e cieco fanatismo autopunitivo si sostituì una non meno odiosa ipocrisia.

Il novizio era indotto a trasferire le sue sostanze ai santi, in compagnia dei quali aveva deciso di consumare il resto della vita; e la perniciosa indulgenza delle leggi gli permetteva di ricevere, per il loro uso in futuro, qualunque accrescimento di legati, o d’eredita.

0718valentina-pambo-emilianMelania ricevette dal Monaco Pambo questa sublime risposta, quando desiderava specificare il valore della sua argenteria del peso di trecento libbre: “L’offri tu a me, o a Dio? Se a Dio, quello, che sospende le montagne in una bilancia, non ha bisogno d’essere informato del peso del tuo dono”. Paola contrasse un immenso debito, per sollievo dei favoriti suoi Monaci, che benignamente compartivano i meriti delle orazioni e penitenze loro ad una ricca e liberale peccatrice.

Il tempo, quindi, accresceva di continuo, mentre gli accidenti rare volte facevano diminuire, i beni dei Monasteri popolari, che si sparsero sulle adiacenti campagne e città: e, nel primo secolo della loro istituzione, il pagano Zosimo (storico bizantino del V secolo) ha maliziosamente osservato, che: per vantaggio dei poveri, i Monaci cristiani avevano ridotto una gran copia di persone alla mendicità.41-san-zosimo

Finché pero mantennero il loro primitivo fervore, si fecero un dovere di esser fedeli ed amorevoli amministratori della carità, che veniva affidata alla loro cura. Ma la loro disciplina fu corrotta dalla prosperità fino ad assumere l’orgoglio dei ricchi, e alla fine ammisero il lusso nelle loro vite.

Si sarebbe potuto scusare il loro pubblico lusso con la magnificenza del Culto religioso, e col decente motivo d’erigere durevoli abitazioni per una società immortale. Ma ogni secolo della Chiesa ha accusato la rilassatezza dei Monaci degenerati, che non si ricordavano più dell’oggetto del loro istituto, abbracciavano i vani e sensuali piaceri del Mondo, che avevano abbandonato, e scandalosamente abusavano delle ricchezze, che si erano acquistate dalle austere virtù dei loro fondatori.

A rimedio del malcostume il sesto Concilio generale proibisce alle donne di passar la notte in un Monastero di maschi, e agli uomini in uno di femmine. Il settimo Concilio generale vieta i Monasteri doppi, o promiscui di ambedue i sessi; ma rileva Balsamone (Eminente canonista bi9zantino del sec. XII. Nato a Costantinopoli verso il 1140), che tali proibizioni non furono efficaci. Quanto a ricchezza quella dei Monaci orientali fu di gran lunga oltrepassata dalla principesca grandezza dei Benedettini.

Il loro naturale passaggio, dalla primigenia penosa e pericolosa virtù, ai vizi comuni dell’umanità, non ecciterà forse grande avversione o sdegno nella mente d’un Filosofo. Ma non ultimo Dante sbeffeggia con sarcasmo i frati gaudenti della sua tarda epoca, e censura altre condotte e costumi ecclesiastici.

I primitivi monaci consumavano la loro vita in penitenza e solitudine, senza esser disturbati dalle varie occupazioni, che impiegano il tempo, ed esercitano le facoltà degli enti ragionevoli, attivi e sociali. Quando veniva loro permesso di andare fuori dal Monastero, due gelosi compagni erano sempre vicendevoli guardie, e spie delle azioni l’uno dell’altro; ed al loro ritorno erano condannati a dimenticare, o almeno a sopprimere tutto ciò, che avevano visto, o udito nel Mondo.

Il monastico schiavo non poteva ricever le visite dei suoi amici, o congiunti, che in loro presenza; e si stimava sommamente meritorio se affliggeva una tenera sorella, o un vecchio padre, con l’ostinato rifiuto di una parola, o di uno sguardo. Pior, Monaco Egiziano, permise alla sua sorella di vederlo; ma durante la visita tenne sempre gli occhi chiusi; ma molti altri esempi di fanatismo potrebbero essere tratti dalle vite dei padri.

I Monaci stessi passavano la loro vita, senza alcun attacco personale, in mezzo ad una folla che si era unita insieme per accidente, e si teneva nella stessa prigione per forza e pregiudizio. Dei solitari fanatici hanno poche idee, o sentimenti da comunicarsi: una speciale licenza dell’Abate regolava il tempo, e la durata delle visite familiari, e alle loro tacite mense tutti stavano nascosti nei propri cappucci, inaccessibili, e quasi invisibili l’uno all’altro. Gli articoli 7, 8, 29, 30, 31, 34, 57, 60, 86 e 95 della regola di Pacomio impongono le leggi più intollerabili di silenzio e di mortificazione.pacomio

Potevano lavorare: ma la vanità della perfezione spirituale era tentata a sdegnare l’esercizio del lavoro manuale; e quell’industria, che non è eccitata dal sentimento di un interesse personale deve esser languida e debole.

Secondo il loro zelo e la loro fede, potevano impiegare il giorno, che passavano nelle proprie celle, in orazione vocale o mentale: si radunavano la sera, ed erano svegliati durante la notte per il comune uffizio del Monastero. Se ne determinava il preciso momento dalle stelle, che rare volte sono coperte dalle nuvole nel sereno cielo d’Egitto; ed una trombetta, o corno pastorale, segnale della devozione, interrompeva due volte il vasto silenzio del deserto.

Anche il sonno, che e l’ultimo rifugio degli infelici, era misurato rigorosamente; le ore vacanti del Monaco scorrevano gravemente senza occupazione, e senza piacere; e prima di giungere al fine del giorno, egli accusava più volte il noioso e tardo cammino del Sole, nello stato di acedia o torpidezza di spirito e di corpo, a cui si trovava esposto un Monaco, allorché sospira in solitudine.

In tal misero stato la superstizione perseguitava sempre e tormentava i suoi meschini devoti. La quiete, che loro avevano cercato nel chiostro, veniva disturbata da un tardo pentimento, da profani dubbi, e da colpevoli desideri e dal momento che loro consideravano ogni naturale impulso come un imperdonabile peccato, tremavano continuamente sull’orlo di un ardente ed infinito abisso.

Antonio-Munoz-Degrain-xx-El-Anacoreta-xx-Private-collectionLa pazzia, o la morte, liberava talvolta quelle misere vittime dai penosi travagli dell’inquietudine e della disperazione; e nel sesto secolo fu eretto presso Gerusalemme un ospedale per un piccolo numero di austeri penitenti, che avevano perduto l’uso della ragione. Pare addirittura che molti dei Monaci, che non manifestavano all’Abate le loro tentazioni, divenivano rei di suicidio.

Prima che giungessero a quest’ultimo, e indubitato termine di frenesia, le loro visioni hanno somministrato ampi materiali di storia soprannaturale. Erano pienamente persuasi, che l’aria da essi respirata fosse popolata da nemici invisibili, da innumerevoli demoni, che spiavano qualunque occasione, e prendevano qualunque forma per atterrire, e sopra tutto tentare, la loro virtù non guardata. L’immaginazione, ed anche i sensi, erano ingannati dalle illusioni dello sregolato fanatismo; e l’eremita, la cui orazione notturna veniva interrotta da un involontario assopimento, poteva facilmente confondere i fantasmi d’orrore o di diletto che avevano occupato i suoi pensieri nell’atto di dormire, con quelli della veglia.

Nelle Collazioni 7 ed 8 Cassiano esamina gravemente, perche i demoni erano divenuti meno attivi e numerosi dopo il tempo di S. Antonio. Il copioso indice di Rosweyde alle Vite dei Padri produce una gran varietà di scene infernali. I diavoli erano più formidabili in forma di donne, che in qualunque altra.

I Monaci furono divisi in due classi, in Cenobiti, che vivevano sotto una comune e regolare disciplina, ed in Anacoreti, che seguitavano il loro insociabile e indipendente fanatismo. I più devoti, o i più ambiziosi, fra gli spirituali, rinunziavano al convento in quella guisa in cui avevano rinunziato al Mondo. I ferventi Monasteri dell’Egitto, della Palestina, e della Siria erano circondati da una Laura, o largo cerchio di celle solitarie; e la stravagante penitenza degli Eremiti veniva stimolata dall’applauso e dall’emulazione.220px-Teodor_Axentowicz_-_Anachoreta

Soccombevano sotto il penoso carico di croci e di catene; e le loro emaciate membra erano strette da collari, da anelli, da guanti, e da calze di pesante e rigido ferro. Gettavano via con disprezzo qualunque superfluità di abiti; e furono ammirati alcuni Santi selvaggi di ambedue i sessi, i nudi corpi dei quali non erano coperti, che da lunghi capelli.

Aspiravano a ridursi a quello stato rozzo e meschino, in cui il bruto umano appena si distingue dagli animali suoi congiunti: ed una numerosa setta di Anacoreti traeva il nome dall’umile costume di pascolare nei campi della Mesopotamia con il gregge ordinario.

Spesse volte usurpavano la tana di qualche bestia selvaggia, a cui cercavano di assomigliarsi; si seppellivano in qualche oscura caverna, che l’arte o la natura aveva scavato nel masso, e le cave di marmo della Tebaide portano tuttavia scritti i monumenti della loro penitenza.

Si suppone, che gli eremiti più perfetti passassero molti giorni senza cibo, molte notti senza dormire, e molti anni senza parlare; e glorioso era l’uomo (io abuso di tal nome, -ghigna l’autore-) che inventava una cella, o un luogo di tale particolare costruzione, che lo esponesse, nella più incomoda positura, all’intemperie delle stagioni.

300px-MHS_Szymon_Slupnik_XVI_w_Kostarowce_pFra questi eroi della vita monastica si è reso immortale il nome ed il genio di Simeone Stilita (Sis, 390 ca. – Qal’at Sim’an, 2 settembre 459) per la singolare invenzione di una penitenza aerea. All’età di tredici anni il giovine Siro abbandonò la professione di pastore, e si gettò in un rigido monastero. Dopo un lungo e penoso noviziato, in cui Simeone fu più volte salvato da un pio suicidio, stabilì la sua dimora sopra una montagna circa trenta o quaranta miglia a Oriente d’Antiochia.

Chiuso dentro lo spazio di una Mandra, o cerchio di pietre, a cui si era attaccato con una pesante catena, sali sopra una colonna, che fu successivamente alzata dall’altezza di nove piedi (2,66 metri) fino a quella di sessanta (oltre 17 metri) da terra. L’angusta circonferenza di due cubiti (89 cm. circa), o di tre piedi (idem), che Evagrio attribuisce alla sommità della colonna, non combina con la ragione, né coi fatti, e neppure con le regole dell’Architettura. E il popolo, che la vedeva da basso, poteva facilmente ingannarsi.

In quest’ultima ed alta sede l’anacoreta siriano resistette al caldo di trenta estati, ed al freddo di altrettanti inverni; l’abito e l’esercizio lo ammaestrarono a mantenersi in quella pericolosa situazione senza timore, o vertigini, ed a prendere poco a poco le diverse positure di devozione. Alle volte pregava ritto con le braccia stese in forma di croce; ma ciò che faceva più comunemente era di piegare il suo magro scheletro dalla fronte fino ai piedi: ed un curioso spettatore, dopo aver contato 1244 ripetizioni di tale atto, desistette dal contare. Una piaga, venutagli ad una coscia poté abbreviare, ma non interrompere questa vita celeste. Dell’origine di detta piaga fu detto, che il diavolo, prendendo forma di Angelo, lo invitasse a salire come Elia sopra un carro di fuoco. Il Santo alzò il piede con troppa fretta, e Satana approfittò di quell’istante per castigare in tal modo la sua vanità. Così il paziente eremita spirò, senza scendere dalla sua colonna.

Un Principe, che capricciosamente condannasse a tali tormenti, sarebbe considerato un tiranno; ma oltrepasserebbe il potere d’un tiranno imporre una lunga e miserabile esistenza alle ripugnanti vittime della sua crudeltà.

Questo volontario martirio doveva distruggere poco a poco la sensibilità tanto dello spirito, che del corpo; e non si può supporre, che i fanatici, che tormentano sé medesimi siano suscettibili d’alcuna viva affezione per gli altri uomini.

Una crudele insensibile indole ha distinto i Monaci d’ogni tempo, e d’ogni luogo; la loro dura indifferenza, che rare volte viene ammorbidita dall’amicizia personale, e accesa dall’odio religioso, ed il loro zelo senza pietà, hanno esercitato vigorosamente il sant’uffizio dell’Inquisizione.

I Santi monastici, che eccitano solo il disprezzo e la compassione d’un filosofo, erano rispettati, e quasi adorati dal Principe, e dal Popolo.

Delle truppe di pellegrini vennero successivamente dalla Gallia e dall’India per salutare la divina colonna di Simeone, le tribù dei Saraceni disputarono colle armi l’onore della sua benedizione; le Regine d’Arabia, e di Persia confessavano con gratitudine la sua soprannaturale virtù; e l’angelico Eremita fu consultato da Teodosio il Giovane negli affari più importanti della Chiesa, e dello Stato.

Le sue reliquie furono trasportate dalla montagna di Telenissa, con una solenne processione del Patriarca, del Generale d’Oriente, di sei Vescovi, di ventuno Conti, o Tribuni, e di seimila soldati; ed Antiochia venerò le sue ossa, come il suo più glorioso ornamento e la sua invincibile difesa.

La fama degli Apostoli e dei Martiri, man mano restò eclissata da questi recenti e popolari Anacoreti; il Mondo cristiano cadeva prostrato ai loro sepolcri: ed i miracoli, attribuiti alle loro reliquie, sorpassavano, almeno in numero e durata, le imprese spirituali delle loro vite. Ma l’aurea leggenda di queste (c’era chi venerava i Monaci d’Egitto; ma li insultava osservando, che essi non risuscitarono mai morti, mentre il Vescovo di Tours aveva restituito la vita a tre persone) veniva abbellita dall’artificiosa credulità dei loro interessati fratelli; ed una credula età era facilmente persuasa, che il minimo capriccio di un Monaco Egizio o Siriano fosse sufficiente ad interrompere le leggi eterne dell’Universo.download

I favoriti del Cielo erano soliti curare inveterate malattie col toccare le persone, con una parola, o per mezzo di un messaggio a distanza, e di scacciare i demoni più ostinati dalle anime, o dai corpi che possedevano.

Essi si accostavano familiarmente, o comandavano imperiosamente leoni e serpenti del deserto; infondevano la vegetazione in un tronco secco; facevano stare a galla il ferro sulla superficie dell’acqua: passavano il Nilo sul dorso d’un coccodrillo, e si rinfrescavano in un’ardente fornace.

Queste stravaganti novelle, che spargono la finzione senza il genio della poesia, hanno seriamente influito sopra la ragione, la fede e la morale dei cristiani. La loro credulità avvilì e viziò le facoltà della mente; corruppero l’autorità della storia; e la superstizione poco a poco estinse la luce a lei nemica della filosofia e della scienza.

Ogni maniera di culto religioso che si fosse praticata dai Santi, ogni dottrina misteriosa, che essi credessero, veniva invigorita dalla sanzione della rivelazione divina, e tutte le virtù virili giacevano oppresse dal servile e pusillanime regno dei monaci.

Se fosse possibile misurare la distanza fra gli scritti filosofici di Cicerone, e la sacra leggenda di Teodoreto (Antiochia di Siria, 393 circa – 457 circa), fra il carattere di Catone e quello di Simeone, si potrebbe determinare la memorabile rivoluzione che si fece nell’Impero Romano nel periodo di cinquecento anni.

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