Pazzia, e morte per “lingchi”

Premessa
Si tratta della bizzarra vicenda di un signore, a me del tutto sconosciuto, affetto da una strana ossessione, dalla quale si origina anche una grave forma di rara fobia: l’onirofobia. Essa verte in particolare sul lingchi, e mi è stata raccontata in una fitta corrispondenza da un lettore del mio blog: www.virio.it

Introduzione
L’attrazione verso il macabro e l’orrido, la curiosità morbosa verso i temi e le azioni più empie e atroci realizzate da essere umano o (figurativamente) dalla “natura”, la ricerca meticolosa della mostruosità, delle deformità, i cataloghi di mali esotici, di morti rare o misteriose, e persino le attività tout court più sordide e brutali, che sfociano nella perversione anche sessuale, insomma il vagare volontariamente, ma con quel caratteristico filo di spavento e ripugnanza, per la vasta “fogna” dell’umano, e il suo animo a tratti contorto, è qualcosa di assolutamente banale e comune, e che invade anche ogni ramo della creatività umana: musica, pittura, letteratura, e così via.

Si tratta di un’attività un tempo tabù di per se stessa, ma realizzata probabilmente da sempre e, oggi che si sono allentati tanti pregiudizi moralistici, da moltissimi, uomini e donne, tra cui devo senz’altro includermi anche io.
Un tempo forse, e quando andava bene, era arginata nella “ritualizzazione” o nella religiosità, ed oggi per fortuna è confinata per lo più nell’innocuo della produzione artistica; persino nelle società perbeniste di appena uno o due secoli fa erano ancora in voga le (oggi impensabili) esibizioni circensi di freak, come era in uso visitare i manicomi, per poi coprirsi la bocca (lasciando, però, scoperti gli occhi) davanti al malato confinato a vita in gabbia, provando a sentire l’orrore che lui sentiva, di essere lì, davanti a gente in libertà. Un “film dell’orrore” ante literam dove l’uomo è usato come spettacolo nella sua tragedia vera e non affogato nel pomodoro.

Si inizia sin da giovanissimi a volte, quando in alcuni casi rari lo sviluppo della personalità passa addirittura per fasi di crudeltà esplicita verso animali e, a volte, purtroppo, persino persone. Nota era, in passato, l’equivoca polemica -pertrattata nel Medioevo- sulla natura perversa e malvagia dei bambini, quasi fossero a uno stato solo istintivo e larvato di coscienza dai tratti belluini.

Non ho mai fatto veri studi su tali tematiche, di esse mi occupo solo obliquamente da amateur e per puro diletto, e a tempo perso, non dovrei dire la mia. Ma mi piace avventurarmi e pensare che, rispetto al “groppo dell’orrido” (per dargli un nome impreciso), deve trattarsi di qualche residuo evoluzionistico inerente alla caccia e alla lotta per la sopravvivenza. Esso poi viene, come al solito, esaminato (se non decorato) da superflue banalità moralistiche, che la scienza prima o poi contribuirà ad accantonare per sempre, magari assieme –speriamo- alla sciocchezza che si trascina da secoli e ci descrive come composti dal connubio dicotomico di “anima e corpo”.       

Con questo ovviamente non voglio dire che la complessa struttura umana vada ridotta all’unico aspetto dell’attrazione per il raccapricciante, o che essa vada ammessa senza filtri, ma solo che essa esiste, evidentemente, e gli va riconosciuto un ruolo; deve essere compresa ed accettata per essere anche dominata e sacrificata a beneficio di componenti altruistiche ben più produttive e utili, oggi che ci siamo distanziati, finalmente, dalla lotta fisica per la sussistenza.

Gli orrori, veri o fittizi, esistono da sempre, sempre sono stati usati, immaginati, ricreati con passione e ingegno, purtroppo non sempre (anzi!) in modo innocuo. Anche Dante se ne giova e compiace; il suo Inferno di torture atroci, demoni con frusta, uncini e spada, cani rabbiosi, sangue bollente, corpi (lì per lì anime) masticati, martoriati, imprigionati, costretti in pozzi o cappe di piombo dorato, cespugli, è la parte più golosamente conosciuta della sua opera, piena però anche altrove di fatti storici altrettanto crudeli, se non più crudeli, dato che sono accaduti veramente: esecuzioni, stupri, massacri, roghi, morti orrende di ogni sorta, infami ingiustizie, punizioni esemplari sinistramente creative. La penosa storia umana!

Ma ogni orrore ha un limite, deve averlo, una soglia sottile e inavvertita che ciascuno di noi ha dentro di sé, e che forse diventa visibile e nota purtroppo solo quando è stata superata. Questa è l’unica stupidaggine che mi viene in mente di dire per introdurre il tema che segue.

Non so esattamente la ragione di questo maldestro e superficiale preambolo, probabilmente si tratta di imbarazzo, no, di vera vergogna. 
Iniziare subito raccontando i fatti mi sarebbe impossibile, oltre che atroci, verso di loro percepisco io stesso una morbosa attrazione, che nonostante professi liberamente il rifiuto dei paletti imposti dall’ipocrisia perbenista, so che potrebbe essere giudicata indegna di un uomo probo, virtuoso, come tengo a essere e –vanità umana- anche ad apparire, e forse è anche pericolosa. 

Ecco, infatti, ancora una volta profilarsi il rischio di essere risucchiati verso un vortice di follia, l’ingovernabile, che al contempo spaventa, e incuriosisce, e più spaventa proprio quanto più incuriosisce.        
Come ci si sporge sempre un po’ di più verso il baratro, tenendosi convulsamente alla ringhiera, ma immaginando di arrivare a lasciarsi cadere, mi sono trovato a leggere avidamente i fatti che narrerò, e poi a formulare domande, cercare precisazioni e chiarimenti quasi con la stessa ossessività che vedremo nel loro disgraziato protagonista.    
Si spera di non seguirne le sorti, ci si appella per questo a una sorta di ancestrale e tetra scaramanzia, un “esorcismo” su un male da considerare irrazionale, quanto meno perché ancora parrebbe proprio sfuggire al dominio umano e alla scienza.

A tutti noi capita che ci vengano raccontate storie che, una volta ascoltate, non vorremmo aver mai conosciuto, anche perché continueranno a girare nella memoria per sempre, magari in un’orbita ossessiva propulsa proprio da quella attrazione nefasta, che si arriva a detestare, perché a tratti compulsiva e invincibile.

Tutti coloro che hanno conosciuto la storia che segue, e ne hanno preso parte -mi si assicura- ne sono rimasti in vario modo sconvolti. In parte e per ultimo forse persino io stesso, che la propongo e ne sono venuto a conoscenza, come al solito, per aver pubblicizzato troppo questo tormentato amore per il sordido, il macabro e il crudele. L’amore per l’orrore ripaga solo con altro orrore, si sa. È per questa ragione che da qualche anno sto cercando di spostare la mia curiosità su altri soggetti più “degni” e solo occasionalmente ci torno sopra. Questa volta è stato inevitabile.

In particolare è stato il tema delle fobie a far giungere alla mia porta questo inatteso e, non saprei dire se sono sincero quando aggiungo, “indesiderato” regalo. Un mio lettore americano -di Pittsburgh per la precisione- si è rivolto a me dopo aver adocchiato il resoconto della Aracnofobia Curata -che tradussi anche in inglese un paio d’anni fa (The Cured Arachnophobia)- e in cui esternavo proprio il mio passato interesse per temi del genere. Interesse che ha insistito senza flessioni anche troppo a lungo, essendosi manifestato assai precocemente, sin dalla prima giovinezza, quando era mio nonno –che compare nella prima storia- a parlarmene, con la professionalità dissacrante e dura che ci si attende da un anatomopatologo del violento, e certo non politicamente corretto, secolo scorso.

Senza dubbio il lettore americano è stato gentilissimo, e non ho perplessità alcuna sulle sue totali buone intenzioni e buona fede; posso solo ringraziarlo di cuore per il fattivo contributo, ufficialmente, qui.        
Ha pensato, assai comprensibilmente, che potesse interessarmi il suo stranissimo resoconto con protagonista un suo fraterno amico psichiatra, e indirettamente anche egli stesso, come suo unico (o di gran lunga maggiore e primo) confidente.
Ovviamente mi ha poi concesso gentilmente di parlare, romanzandolo, di quanto riportato nel suo esteso resoconto, e nella fitta corrispondenza che ci ha impegnato per un po’. Anzi, non per vantarmi, ma -per la precisione- è arrivato a chiedermi di sua spontanea iniziativa di dare luce a un racconto organico dei fatti su cui, ancora troppo coinvolto in prima persona, non si sentiva di insistere lui stesso, dopo tante travagliate settimane.   

Sono strane le vicende della vita a volte, e pare che ci siano singolari momenti in cui certi oggetti appaiono con una frequenza che a tutta prima parrebbe contraddire le leggi statistiche; come dire? Ammucchiati in un breve spazio di tempo. In questo caso è successo qualcosa del genere e il tema (che poi è quello portante della strana vicenda) è una famosa forma di esecuzione capitale cinese il lingchi, o “morte dei mille tagli”.

Come è piuttosto noto, tale forma di tortura consisteva, nei casi più atroci, nell’uccidere con estrema lentezza il condannato, tagliandogli via centinaia e centinaia di brandelli di carne, uno alla volta.   
Non sono –o non MI sono- chiare le modalità precise di esecuzione: i documenti e le fonti che ho consultato non sono pienamente soddisfacenti, e personalmente, nonostante in questa occasione mi sia lasciato coinvolgere, ho sempre evitato volontariamente di farmi incuriosire troppo su dettagli, come dire, “tecnici”. Sono un codardo? Sia!  

Si dice che forse molti (se non la maggior parte) dei tagli venivano realizzati su chi era già deceduto, con il solo scopo di infliggere ulteriore umiliazione pubblica e con fini dissacratori; altri assicurano che le vittime perdessero coscienza molto prima della fine e del decesso, ma anche tutto ciò concesso, pare comunque indubbio che si trattasse per davvero di una forma di punizione dolorosissima ed estrema, in cui alcuni carnefici dovevano davvero eccellere, se è vero che a dispetto del nome, che limita a mille il numero delle incisioni, si sono dati casi che ascendono a impensabili cifre, superiori perfino alle tremila, per decine di ore di agonia.

Chi fosse interessato può trovare diversi articoli che trattano di questo morboso tema, in modo più o meno serio, arrivando sino al faceto più dissacrante, sia in italiano che in inglese. Non so e non oso immaginare cosa possa reperirsi in cinese, dato che non conosco tale lingua.  

Accennavo a “strane frequenze” perché il tema in questione, anche se lo conoscevo già di nome, non è mai stato più di tanto nella mia mente; anzi, lo avevo completamente dimenticato, ed è riapparso dal nulla in tre occasioni del tutto indipendenti e slegate tra loro nell’arco di pochissimi giorni.
Per primo un amico, anche lui incuriosito da tematiche così grottesche, mi inviò un articolo (piuttosto delirante a dirla tutta) proprio sul lingchi e la sua relazione con l’erotismo; anche considerando che, nonostante un profondissimo affetto, ci sentiamo con una frequenza ormai piuttosto rarefatta -dopo anni all’estero-, è singolare che sia riapparso proprio con un tema del genere. Solo due giorni dopo mi capitò sott’occhio un altro articolo apparso su un bel blog che tratta del Bizzarro, e che seguo, ma solo in modo molto discontinuo e saltuario. Questa volta il tema era la sua relazione con le estasi dei santi. Ma nel frattempo, ancora a mia insaputa, l’americano della Pennsylvania, amico dello psichiatra, mi stava scrivendo.

Lì per lì ebbi l’impressione del tutto spontanea che strane forze della “natura” stessero congiurando contro di me per farmi frequentare di nuovo dall’orrore a cui avevo in buona parte deciso di rinunciare e forse proprio per questo; parimenti pensai che questo soggetto avrebbe assunto una inevitabile importanza nella mia vita. “Proprio quando credevo di esserne uscito, mi ci hanno ritirato dentro”, mi risuonava dentro con la voce di Al Pacino una riflessione sulla natura “mafiosa” dell’orrore.  

A scanso di equivoci preciso che è del tutto normale per gli esseri umani percepire relazioni e connessioni laddove non ce ne sono, come è del tutto normale identificare volti su disegni casuali disposti in tre macchie (su muri e toast, come su Marte), situazione che s’è capita  e sulla quale non insisto, se non per manifestare il mio tetragono razionalismo.
A ulteriore tutela, e per non essere tacciato di “stregoneria”, o, peggio, residuale “timore del sacro”, preciso che le leggi statistiche spiegano anche queste apparentemente strane concentrazioni di episodi con un comune quanto raro oggetto. Non c’è nessuna anomalia e nessun “segnale fatidico” da interpretare nel mondo fisico, le cui forze finalmente conosciamo con certa sicurezza. Semplicemente la curiosa “concentrazione di episodi” va posta in relazione con l’intero, e con tutte le volte che essa non si dà.  

Il caso        
Atteniamoci ai fatti, finalmente.

Il dottore amico del mio corrispondente (il cui nome non rivelerei nemmeno se ne fossi a conoscenza, ma che ignoro del tutto) aveva preso in cura un soggetto affetto da una strana psicosi, in stato assai avanzato.      
Il poveruomo che gli era capitato tra le mani all’improvviso, già in uno stato pietoso ed evidentemente fuori di sé, rimase sotto osservazione per meno di un mese, nella clinica per malattie mentali dove il medico prestava servizio. Aveva avuto l’incarico proprio lui di seguirlo, in virtù della sua specializzazione nel trattamento (rimozione) di fobie, pensieri ossessivi e psicosi.
A quanto pare il degente non conosceva la fama del dottore, ma aveva cercato aiuto in quella struttura per puro caso, trovandoci proprio chi faceva per lui. Almeno sulla carta, in un certo senso era stato fortunato, dato che in zona, ma su tutto il territorio nazionale forse, non avrebbe potuto avere, assicura l’amico, una migliore chance di salvezza.

Il suo aspetto lunatico e nervoso, è descritto con certa meticolosità dall’estensore della prima missiva, a sua volta, per puro caso, testimone oculare del ricovero. Si trovava lì per un appuntamento col compagno d’infanzia, del tutto indipendente da ragioni mediche, il pomeriggio in cui egli gli fu presentato.      
Un tipo alto e magro, tremolante in modo evidente, da fermo peggio che in moto, con numerosi tic, che si accentuavano quando iniziava a parlare. Mostrava un volto con occhi naturalmente piuttosto sporgenti, labbra piuttosto scure, carnose, e tratti da ipertiroideo, quali un pomo d’Adamo pronunciato, e pareva inoltre assalito da un costante e indicibile spavento, che a tratti si trasformava in vero terrore, probabilmente non appena la memoria dei fatti che lo stavano tormentando da tempo si facevano più vicini e intensi al doverne parlare.

Era trasandato in modo da suscitare pena, dato che si percepiva non essere quello il suo stato di normalità, e al tempo stesso si poteva discernere chiaramente un certo sforzo per riacquistare una dignità umana, una decenza, che ormai sfuggivano però in modo patente. Pareva proprio una brava persona! Schiacciata da forze maggiori.      
Nel complesso il suo arrivo nella struttura ospedaliera ebbe i tratti di uno di quei momenti che in molti avrebbero ricordato per il resto della vita, nonostante fossero abituati per lavoro a tali tristi situazioni: infatti era impossibile ignorare la profonda angoscia e il malessere che affliggevano chi poi si chiarì essere un venditore di auto di un certo successo.
Un tempo probabilmente ammanierato e sorridente, attivo e intraprendente, possiamo immaginarlo con voce e prosa sicure ed agili, ma ora, alla sola vista, evocava una stanchezza e un senso di sconfitta tali, da sole in grado di far provare altre a un profondo disagio, vera e propria angoscia. Il peso dell’impotente condizione umana, tutto sulle spalle di un solo soggetto! A monito per chiunque.

La testimonianza diretta finisce con questa vivida descrizione, che riporto quasi senza modificare, tutto il resto ci è giunto de relato; il soggetto, assolutamente non in grado di rilassarsi se non per mezzo di potenti farmaci, si negava tuttavia ad assumerne, in quanto assalito da una rarissima, specie se in tale poderosa configurazione, forma di onirofobia, ovvero di paura di dormire, originata in questo caso dal terrore di sognare.       
Tra i due mali, una veglia in stato di totale mancanza di controllo delle proprie membra, assalite da un tremore inarrestabile, stanchezza, attacchi di panico e angoscia, e l’opzione di riposare con il rischio di sognare ciò che non voleva, egli sceglieva ancora decisamente il primo. E lo faceva con una caparbietà che aveva al contempo dell’eroico e del delirante e che metteva bene in guardia il professionista: da cosa era così terrorizzato?

Il tema della paura del sonno e, come in questo caso, dei sogni è usato e abusato nelle fantasie e nelle finzioni di letteratura e cinema: tutti ricordano, per citarne un paio, la serie di Nightmare, dove per alcuni giovani era assai sconsigliabile dormire, dato che un mostro con artigli artificiali dava loro la caccia (Freddy Krueger, no?). E si ricorderà magari anche lo strano plot della serie dei racconti della Twilight Zone, in cui il protagonista cardiopatico sognava episodi in sequenza di una vicenda che lo avrebbe condotto alla morte onirica, e di conseguenza anche a quella fisica, per mezzo di infarto da spavento, nel mondo reale in cui era assopito (Perchance to Dream, 1959).     
Il caso di cui si tratta qui è, a ogni modo, diverso da entrambi; i sogni terrorizzanti, per dirne una, non riguardano la morte del sognate, e per dirne un’altra, la più importante, è una storia vera, su cui non mi sorprenderei se saranno scritti numerosi articoli accademici in futuro, quando le acque si saranno calmate.

Dal racconto stentato del paziente era emerso che egli aveva chiesto di essere portato all’ospedale psichiatrico dopo una lunga serie di strani sogni a soggetto ricorrente, che avevano come tema portante proprio l’esecuzione cinese tramite lingchi.

Dopo essere venuto a conoscenza di questa atroce modalità di esecuzione su per giù un paio di mesi prima, per puro caso dal dialogo con un conoscente, ne era rimasto così inorridito e colpito, ma al tempo stesso attratto in modo così morboso e irrefrenabile, da aver sentito il bisogno di saperne di più, approfondire, sviscerare il tema.

Innumerevoli erano le domande che si era posto; al principio più che altro si trattò di legittime curiosità storiche: quando e da chi era stato praticato questo orribile rituale di morte, con che frequenza, per che delitti o infrazioni, quante esecuzioni si erano verosimilmente date in tutta la storia, o per lo meno quante ne erano state documentate e quante stimate, e molti altri quesiti scientifici e umanistici, legittimi e di ottimo peso, da cui aveva anche assai giudiziosamente colto l’occasione per ampliare, e di molto, la sua scarna cultura di venditore.
Era stato trasportato in usi e strutture giuridiche e sociali della Cina imperiale, nuove parole e concetti con cui era poco familiare affollavano il suo vocabolario e la sua mente, quali il crimine e il diritto penale, il castigo e l’imposizione del potere; una su tutte le “stranezze” lo colpì particolarmente: “la sinistra equiparazione del sovrano -in voga un po’ ovunque nel passato- col il padre, e quindi la lesa maestà con il parricidio, più grave delle colpe”. Tutti questi son temi verso i quali sono interessato anche io direttamente, per ragione dei miei studi.

Al contempo, però, aveva anche iniziato a insistere su qualcosa di assai più sordido e immediato, legato ai bassi istinti; avrebbe voluto sapere che strumenti erano usati, che lame, che coltelli, da quante persone, per quanto tempo, e conoscere, ad esempio, le modalità concrete in cui i tagli venivano realizzati, dove, quali parti o pezzi di carne erano asportati, e ancora di più sapere quando si muore. Di cosa? Infarto? Dissanguamento? Qualche forma di shock? Paura?
Si era confessato, alla fine, che queste ultime più che le prime e decenti, erudite, elevate, erano le curiosità che lo assillavano.  
Insomma nella sua ansia di scendere il più possibile nel dettaglio, nonostante fosse in genere  un tipo discreto ,aveva anche scomodato oltre a storici, sinologi e archeologi, anche medici, fisiatri o esperti in lesioni, persino anatomopatologi, criminologi in specie dedicati a studi su assassini seriali che usassero mutilare le loro vittime, e addirittura dubbi operatori del “sacro”, quando non addirittura militari, o persino necrofori e operatori nel campo della tanatoprassi, contando magari sulle loro esperienze “indirette” ma comunque relative alla morte e ai traumi. Per pura curiosità riferisco che venne a conoscenza persino della famosa storia italiana del così detto “Canaro” di cui fa menzione.

Non solo non riferirò, ma non ho proprio voluto –ma non avrei neppure potuto, anche se mi ci fossi voluto dedicare, onestamente- ricalcare tutta la sua estesa ricerca, come neppure ha fatto chi mi ha narrato la vicenda: entrambi abbiamo solo dato uno sguardo superficiale. Le fonti reperibili con i consueti mezzi di ricerca odierni, Google, Wikipedia, per cominciare, per poderosi che siano, non forniscono in effetti dettagli, anzi sono piuttosto vaghe; sono però presenti anche alcune foto, dato che il supplizio pare fosse praticato anche in era moderna, fino agli inizi del Novecento, e sembra sia stato amministrato  occasionalmente anche ad occidentali.

Riguardo  esso, ho un vago ricordo di qualche scena di film visti in era preadolescenziale, che non ho intenzione di rivedere: forse si trattava di 55 giorni a Pechino, pellicola sulla rivolta dei boxer, ma forse mi sbaglio. E non ricordo nemmeno con esattezza quando sentii parlare per la prima volta in modo esplicito di questa famosa morte dei mille tagli. Per fortuna, non sono stato morbosamente conquistato da essa, anche se mio malgrado oggi mi trovo a scriverne profusamente. Pur essendo dotato di una memoria quasi eidetica, non giurerei sul fatto che la prima volta che ascoltai il temine cinese lingchi fossi in Spagna, parlando con un collega sudamericano che aveva studiato, da antropologo, i metodi di esecuzione del suo ambito culturale, e non riteneva, nonostante ne raccontasse delle belle, che qualcuno fosse arrivato alla antonomastica forma di crudeltà dei cinesi. Popolo noto, se non per altro, proprio per la lentezza delle torture. Bel vanto! Fu comunque la prima volta in cui ricordo con certezza di essermi soffermato su essa. E lì finì.  

Il nostro soggetto, invece, si era messo sul percorso che conduceva diritto verso una violenta crisi nervosa, insistendo specie su temi medici e per sapere il più possibile su dolorosità del procedimento, e perfino sui meccanismi recettivi del dolore nell’essere umano, oltre alle tecniche utili per mantenere il più a lungo la vittima cosciente prima, e solo viva poi; si era documentato sulla possibile resistenza dei soggetti, a seconda dei parametri medici più rilevanti, alla quantità di tagli e loro posizionamento, e un’infinità di truculenti e insani dettagli del genere, che non riferirei qui, e dai quali non mi lascerei “ipnotizzare”, neppure se fossero reperibili, ma non lo sono più.

La ricerca era andata avanti per un po’, assumendo già, dopo le prime due, tre settimane, i tratti chiari dell’ossessione, la quale abbracciava tutto lo spettro dello scibile, ed era addirittura arrivata a sfociare nel “filosofico”, il senso del dolore, Max Scheler, neuroscienze, filosofia della scienza, la differenza tra dolore e sofferenza, i limiti e le caratteristiche della percezione secondo il grado evolutivo delle specie terrestri, perfino una lista di stimoli, una loro classificazione o macabra “hit parade”, delle peggiori e più dolorose forme di aggressione all’essere umano, compresi gli effetti di alcune leggendarie o fantasiose droghe sintetiche quali la famigerata tanatossina.

Nell’aprirsi al dottore, in modo da permettergli di trovare una cura e un trattamento, lui stesso aveva confessato di aver sentito una irrefrenabile spinta ad andare avanti, che presto si era configurata come contraria alla sua stessa volontà. Aveva capito, però, di non essere in grado di dominarsi; ci aveva provato appena avutone il sospetto, poi allontanato come fosse una esagerazione, e ci aveva riprovato quando ormai questa versione dei fatti era assolutamente incontrovertibile, senza il minimo successo, però; ormai dovevano essere trascorse almeno un paio di settimane, e la sciagurata conoscenza di questo topico non lasciava ormai spazio ad altri pensieri.

Tra parentesi va detto che il medico, dal canto suo, non solo era interessato a conoscere i fatti per poter intervenire, ma già da subito aveva considerato che l’esternazione delle sue ossessioni avesse anche un effetto terapeutico sul soggetto, quindi investigava e sondava il paziente incalzandolo anche con numerose domande che scendevano di sovente in dettagli e precisazioni assai truculente e il cui ascolto stesso era, alla lunga, difficoltoso, ma da ritenersi l’unica fonte a disposizione oggi. Il soggetto pareva ricordare tutto alla perfezione anche senza bisogno di consultare carte, pur versando in stato di evidente prosternazione a causa della stanchezza.  

All’inizio – mi è stato riferito- in ogni momento libero, ecco che l’idea riappariva come da nulla: il lingchi! E con essa le solite estenuanti e orrende, sadiche domande senza risposta. Che succede se si taglia questa parte? O quest’altra? Come si inizia? Come si finisce? Come conviene iniziare? Per dove conviene terminare? Quanto sangue si perde da una amputazione di questo arto? In quanti pezzi può essere realizzata? Come può essere fermata l’emorragia per poter proseguire? O come scorticare asportando solo carne, non toccando le ossa? È possibile scarnificare tutto il corpo? Come far riprendere conoscenza alla vittima? E quante volte può essere realizzato? È come affettare un prosciutto? Si riesce ad esporre il cuore ancora palpitante di un essere umano? I vasi vanno evitati! Come?        
E così via ancora e ancora e ancora, ore e ore, per giorni interi.

Presto gli era divenuto completamente impossibile pensare ad altro, persino lavorare, uscire di casa liberamente e dalla prigione della propria mente, frequentare persone senza apparire evidentemente immerso in pensieri alienati.      
No, non pensieri, un pensiero!        
Era stato completamente conquistato da quello che ricorda assai da vicino “lo zahir” di Borges, il quale, trattando ripetutamente e in modo insuperabile e magistrale delle ossessive anomalie della mente umana, in un suo meraviglioso racconto, mette in guardia proprio da questa strana condizione autoindotta dal cervello sapiens: l’avvitarsi senza rimedio e ossessivamente su un solo pensiero, quello che sia, fino alla totale pazzia.

Non pare importante il contenuto del pensiero in sé, ma solo la sua inevitabilità e univoca, costante presenza. Forse pensare anche al più innocuo o piacevole degli oggetti, un granello di arena, un gatto, un libro, una lettera, potrebbe condurre più o meno lentamente alla pazzia, ma per di più in questo caso le figure e le tematiche evocate nella mente erano spiacevoli e orrende. Orrende in una forma e con un nitore che avrebbero scosso chiunque, assicurava il malato mentale, menomazioni di ogni genere, grida atroci, spasmi, il sadismo più profondo popolavano perennemente le sue sinapsi. Su tutto campeggiava per giunta l’infamia atroce di realizzare “un lavoro ben riuscito”. Il medico, anche lui scosso dalle sole parole, non avrà certo stentato a credere che tale scenario può portare alla pazzia. 

Per abbandonare il soggetto ormai divenuto perenne, lui stesso si era confessato che avrebbe dovuto chiedere aiuto a uno specialista. Subito.
Ciononostante, e forse qui l’errore, all’inizio aveva deciso di non ricorrervi, confidando nei suoi mezzi naturali, convinto di poter essere in grado di liberasi da solo di questo orribile tarlo, di avere abbastanza forza di volontà e determinazione per riuscirci.  
Nel più sciagurato e superficiale degli ottimismi, forse con un filo di falsa sicurezza, si raccontava, mentre continuava a contare le ferite e le asportazioni delle sue visioni di sangue, che prima o poi sarebbe riuscito ad abbandonare spontaneamente la curiosità, o che addirittura essa se ne sarebbe andata così come era venuta. Nelle sue incaute previsioni, un giorno si sarebbe svegliato come aveva sempre fatto: puf! Tutto dissolto, finito. Avrebbe di nuovo pensato alle sue auto, a celebrare la Detroit degli anni che furono, a continuare a mettere da parte i soldi per quella Camaro del 1969, grigia con strisce nere, in perfette condizioni, che era in ditta da lui e per fortuna nessuno aveva ancora voluto acquistare. Come gli mancavano anche i semplici gesti insignificanti della sua vita ormai da considerare passata, seppure così vicina, recente.

Il progresso, però, non solo non accadeva, ma anzi non c’era neppure alcuna flessione nella sua condizione; giorno dopo giorno, non faceva altro che pensare al lingchi e, al contempo, era ormai capace di formulare un’unica altra considerazione: quanto la sua vita fosse stata felice e spensierata prima di averne sentito parlare.

Ci si mise con tutta la sua determinazione. Si impose di non fare più domande esterne, mai, a nessuno, su questo soggetto, niente più petulanti richieste a medici e professionisti, neppure ricerche su Internet. Per sicurezza strappò il cavo della connessione dalla parete di casa; si impose, e ciò gli costò una fatica immane, di non eseguire nessuna azione che avesse relazione con le sue ossessive ricerche; le fermò tutte, non solo non chiese più nulla a nessuno, smise di rileggere anche ciò che aveva accumulato.
Nessuna differenza!

Nella migliore delle ipotesi, contava: a una media di un taglio al minuto, che potrebbe sembrare poco, ma probabilmente non lo è, per realizzare i mille tagli ci vorrebbero oltre sedici ore. Forse alcuni tagli sono più rapidi di altri, che impegnano maggiormente, ma anche raddoppiando il ritmo, a mille siamo ad una giornata lavorativa normale; per raggiungere i tremila sarebbero necessarie venticinque ore esatte, cioè oltre un giorno intero. Ammesso che uno possa arrivare a realizzare costantemente un taglio ogni quindici secondi…
Poteva andare avanti fantasticando su tali calcoli, affrontando ogni variante e immaginando con la massima verosimiglianza ogni dinamica, per ore ed ore, senza distogliere la mente.        

In un attacco di panico, qualche giorno dopo e osservando come la sua autodisciplina non sortisse il minimo effetto, martellò il disco rigido del suo computer, poi diede fuoco a tutti i suoi appunti, una massa considerevole di carte, fotocopie, email stampate, che quasi costarono l’incendio del fabbricato dove viveva, il biasimo dei vicini, una reprimenda delle forze dell’ordine e dei Vigili del Fuoco, quand’anche, per fortuna, nulla di grave fosse, in ultima analisi, accaduto.

Ormai da tempo –le dinamiche temporali, sono le uniche, come è comprensibile, piuttosto vaghe- stava sprecando giorni senza lavorare, e per tutt’altro che una piacevole vacanza, dopo anni di attività pressoché ininterrotta e assai produttiva.     
Si decise a intensificare gli sforzi, le provò tutte. Ad esempio, nascose tutti i coltelli di casa e ogni altra lama in un cassetto chiuso a chiave e si disfece per sempre di essa gettandola nelle fognature. Nella disperazione, il povero pensava che la vista di tali oggetti facilitasse la persistenza della sua ossessione; divenne vegetariano, ritenendo che forse la carne lo stimolasse a pensare ai tagli e ai brandelli purpurei che finivano in un secchio, evitava come la peste le macellerie, qualora sentisse la forza di uscire; aveva iniziato a fumare e specie a fumare cannabis per trovare qualche conforto e relax.  

Il suo unico desiderio ormai era solo poter tornare indietro, alla situazione preesistente, avere concessa la possibilità di evitare quella maledetta frase su come i cinesi erano arrivati a elaborare la più atroce delle esecuzioni che l’essere umano abbia partorito nella sua fantasia insana, contorta e senza limiti di crudeltà. Quale? Peggio del rogo e di morire bruciati? Ma certo!
O della croce romana?  
La croce! I romani erano illuminati a confronto, ti piazzavano lì e buonanotte. Non amavano certo infierire, per i tempi erano sobri davvero, civili. L’impalamento è già peggio, ma neppure ci siamo.          
E quale allora? Il lingchi, ovviamente: essere affettati per un giorno intero, andarsene da questo mondo, pezzo dopo pezzo, un pezzo alla volta, poco a poco, con un urlo di dolore a ogni passaggio della lama.   
Sul rogo il più delle volte si muore soffocati, si sa, e pure sulla croce, si soffoca –notizie imprecise, ma così gli erano state proposte.       
Non che sia piacevole, ma non c’è paragone!      
A volte si brucia, sì, ma dopo qualche minuto sopraggiunge comunque un arresto cardiaco. E con i tagli no?     
Se uno è bravo no! Che significa “essere bravo”? Che se il boia ha esperienza e sa quello che fa può tenerti in vita per ore e ore, continuando a lavorarti peggio che un diavolo all’inferno.
Come fa a sapere…? Ma veramente c’è gente che è morta così?

Che conversazione insulsa, irritante.

L’unica soluzione sarebbe stata quella, impossibile, di tornare indietro e non aver mai avuto notizia di niente del genere! …Come ai più accade! E a lui stesso era successo fino ai quarantacinque anni di età. Maledizione. Chi lo conosce il lingchi? L’uno percento della popolazione, forse?

Mentre, in uno stato di mista irritazione e rabbia, paura e vergogna, il nevrotico raccontava tutto questo, gli era permesso di fumare nervosamente –non cannabis- anche dentro la sala di isolamento dove si era scelto (col suo consenso) di farlo rimanere per il tempo necessario a trovare una prima soluzione palliativa.
Curioso anche che prima di allora, vale a dire per oltre quarant’anni, non aveva mai fumato, ma ora pareva l’unico gesto in grado di farlo respirare un po’ e di accendere una minima luce di assai flebile serenità.

Contrariamente a quanto agognato, però, non solo la sua mente non era riuscita ad abbandonare la sua ossessione, ma successe il peggio che sarebbe potuto succedere: forzandola all’inazione, essa gli sfuggì completamente di mano, andandosi a ficcare laddove il controllo è del tutto impossibile. Iniziò a sognare il lingchi.
In un sogno ricorrente, un bizzarro personaggio frutto della sua fantasia gli illustrava in dettaglio la procedura di esecuzione rispondendo “virtualmente” (diceva lui con un pessimo neologismo) a tutte le sue passate curiosità, e andando anche oltre i suoi più osceni quesiti.

Il paziente non pareva proprio essere –ha precisato il mio compagno di penna- né per studi, né per biografia, particolarmente colto o creativo; con una frequenza non assoluta, ma assai insistente, aveva iniziato a sognare un anziano, e assai stereotipico (va detto) maestro cinese delle torture da filmaccio americano alla Grosso Guaio a Chinatown, il quale, vantando un record di quattromilasei tagli prima del sopraggiungere della morte, di volta in volta illustrava la sua tecnica sopraffina, ed esplorava nuove idee, provando a battere se stesso.

Per quanto il tutto possa sembrare ridicolo, il paziente era terrorizzato al limite della completa pazzia da questa figura, in un modo così intenso e viscerale da essere molesto solo a vedersi; i sogni, infatti, erano di un realismo impressionante, a detta sua, e di un orrore indicibile; certo, ma a ciò si aggiungeva anche tutto ciò che del sogno è tipico e ingovernabile, e in questo caso un’angoscia che pareva non avere fondo, alla sola vista mentale, al ricordo dell’anziana figura.

Si sa che le sensazioni provate in sogni ed incubi sfuggono persino al loro oggetto particolare; mentre la realtà da svegli segue un ordine solido, oltre che una traiettoria temporale chiara, nel mondo onirico è possibile non essere spaventati da situazioni che sarebbero terrorizzanti da svegli, ma è possibile anche il contrario.   
In questo caso è anche probabile che all’orrore indubbiamente insito nell’oggetto, se ne aggiungessero di altri che trovano luogo solo nell’onirico, il quale, si sa pure, non è soggetto agli schemi mentali e ai limiti della coscienza, o delle strutture dell’ego, ma può essere estremo e privo di argini, come sarebbe impossibile arrivare a concedersi di essere in stato di coscienza. Si può scatenare il pandemonio. E da qui si era originata la fobia di addormentarsi, ovviamente.

La profonda onirofobia sofferta aveva anche parecchie anomalie e peculiarità di interesse per esperti e specialisti, tanto che lo psichiatra aveva da subito non solo iniziato a fare ricerche, ma anche a prendere fitti appunti, condurre dei test. Il paziente era tenuto sotto monitoraggio da complessi macchinari notte e giorno. Ciò non era facile, visto il suo stato ed episodi di crisi profonda, con esplosioni di disperazione e angoscia, e perfino rabbia. E non era facile nemmeno studiare le onde celebrali, dato che il soggetto si rifiutava categoricamente di addormentarsi e resisteva con ogni forza, restando poi vittima di convulsioni. Ma come si sa, non è possibile evitare di dormire prima o poi.

Non vorrei scendere troppo nel tecnico, ma solo per dare un’idea delle stranezze: si consideri che la scienza pare aver chiarito che il tempo reale e quello onirico hanno una durata pressoché analoga. Il che significa che di solito non è possibile, come pure leggendariamente si crede, vivere in un’ora di sonno un’intera vita, o comunque un tempo di gran lunga più lungo di quello trascorso da addormentati. In questo caso però il tempo pareva “dissolversi”, e pure in breve tempo, dormendo un’ora o (di solito) anche meno, il paziente poteva svegliarsi in preda al panico più assoluto e convinto di aver assistito a ore di martirio che, per giunta, ricordava per filo e per segno.

C’erano anche altre peculiarità, che potrebbero però interessare solo gli specialisti dei disturbi del sonno: il fatto che la fase r.e.m. fosse assai anticipata, e non, come suole darsi di solito, durante il sonno profondo; che la frequenza e il nitore con cui le visioni erano ricordate fosse anomalo; che a volte il risveglio si manifestasse insieme a spontanei conati di vomito (assai strano) e non solo in urla profonde (come è più frequente); e persino che, anche se svegliato con un contributo esterno, il sogno (e questo è davvero bizzarro) pareva avere, o era ricordato come aver avuto, un suo compimento. Non veniva mai, come dire, “interrotto bruscamente”, diremmo “lasciato a metà”, era come se la visione stessa, per non dire il suo principale protagonista, il cinese, avesse una esatta cognizione del momento del risveglio del corpo che abitava (e quindi della sua situazione “esterna”), e si prendesse il tempo di finire quello che gli stava a cuore di finire, prima che il resto del mondo imponesse  il suo corso.
L’unica spiegazione razionale a ciò è che il ricordo del sogno fosse in qualche modo inconsciamente “filtrato” e completato dalla mente del soggetto, che istantaneamente aggiungeva del suo, quando già sveglio, ma ricordandolo come avvenuto nel sonno. 
Parimenti, è inevitabile concludere che il personaggio del cinese non esistesse affatto, ovviamente, e che le sue tirate esplicative non affondavano in altro che nella perversa fantasia inconscia del sognante e non avessero nulla di pratico.

Il canovaccio d’incubo era sempre lo stesso, con certi ripetitivi particolari che creavano una profonda prosternazione nel dormiente. Lui, senza poterlo evitare o distogliere lo sguardo, o battere palpebra, era costretto ad assistere alla morte per lingchi di soggetti terzi, di solito di razza asiatica, ma non necessariamente, in procedure che potevano variare di molto nei particolari, ma che di solito duravano dall’alba al tramonto. In genere i soggetti resistevano più o meno allo stesso modo, e specie si producevano in acute grida di lancinante dolore e disperazione, suppliche vane, che si andavano poco a poco spegnendo, con un’estrema lentezza e una resistenza involontaria, che inorridiva il contemplante, divenendo poi rantoli scuri e impotenti, ma non per questo meno indicativi di sofferenza estrema.      
Uno dei dati che più raccapricciavano l’addormentato era il vedere come, privi ormai di ogni forza, non più in grado di emettere suoni o contrarre i muscoli, la vitalità dei condannati si mostrava solo in forme assai blande, percepite dall’anziano esperto che poi le illustrava all’occhio meno avvezzo del curioso pentito: l’impercettibile movimento di un dito, un tremore, un sottile rigurgito.

Il vecchio, riferiva il sognate, riusciva a comunicare in modo a lui comprensibile, pur parlando la sua lingua madre, o quella che il cervello del poveretto (che non la conosceva) pensava fosse cinese. I tratti onirici distintivi di lui, e con onirici si vuol significare, come già accennato, che angosciavano come solo nei sogni può accadere – il che non accadrebbe per le stesse ragioni nel mondo fisico – erano una particolare risata di soddisfazione per l’orrore provocato e un “buon successo”, e soprattutto le mani.     
Al razionale unendosi l’irrazionale tipico dell’incubo, il ricordo delle mani del vecchio, che nella descrizione non avevano nulla di veramente caratteristico o particolare (minute, ossute, nervose…), faceva scuotere e sudare il malato, lo agitava come se fosse in pericolo di morte, e lo inorridiva fino a fargli sgranare gli occhi, serrare le sue, di mani, al petto, in modo così duro e convulso da non poter essere aperte da nessuno dei robusti operatori sanitari.

Il paziente riporta anche di non sapere nulla di sé e della sua condizione, nell’incubo; in genere gli pareva di essere “solo la sua vista”, quasi etereo, e senza corpo, tranne che per una particolarità. All’inizio di ogni nuova sessione, infatti, il vecchio esprimeva sempre una considerazione, che di solito era sempre la stessa: non è solo il taglio che fa male all’uomo, all’uomo per grazia divina, fa male anche lo spirito… e il lingchi taglia a pezzi entrambi: il corpo di uno e lo spirito di chi guarda. Una cosa più o meno di tal fatta.         

Non saprei dire se un vero cinese potrebbe mai partorire una frase del genere, e specie in questi termini, con un riferimento al “divino”. Non indagherò.       
Poi dopo averlo spaventato per bene mostrandogli le mani e le lame che avrebbe usato, e prima di lavorare sul condannato, infliggeva un unico taglio al sognante. Solo uno, sempre, e ogni volta lui era portato a pensare che in effetti il dolore fisico di esso, per realistico e lancinante che fosse, non era nulla a confronto del dolore morale dell’essere costretto a quello spettacolo infame. Come faceva il cinese a resistere egli stesso? Non era un tormento essere il boia?   
Questa domanda ne aprirebbe altre mille e non è il caso neppure di provare a rispondere.

Mentre procedeva, il “maestro” inventato dalla mente alquanto inetta, goffa e sgraziata del poveraccio ormai insonne, spiegava ogni dettaglio della sua “arte”, redigeva estesi appunti insanguinati su gialli rotoli, con cataloghi di soggetti che aveva massacrato asseritamente per il puro vezzo di migliorarsi e poter servire al meglio il suo Imperatore in caso di bisogno.      
Affermava, infatti, che sarebbe stato impossibile affinare le tecniche a sufficienza, usando solo le occasioni ufficiali date dalle condanne, ragion per cui si era deciso ad agire personalmente, pagando per l’acquisto di soggetti che faceva rapire e si faceva consegnare: innocenti, poi catalogati per età, altezza, peso, e generali condizioni di salute.     
Ogni soggetto portava nel “diario” il numero di tagli, il sopraggiungere della perdita di coscienza, una o più secondo i casi, fino a una breve descrizione del momento della morte. Soggetto x, “solo” 2898 tagli, perdita di coscienza tre volte, morte, con un rantolo soffocato. Soggetto y il disappunto di 232 tagli, e precoce infarto, probabilmente cardiopatico. Una cosa del genere.

Questi orrori andavano avanti con numeri che ascendevano sempre almeno le centinaia. Se un mostro del genere fosse mai esistito, gli andrebbe senza dubbio riconosciuto il ruolo di maggiore serial killer della storia, così come quello di più spietato, e perfino di essere umano che abbia prodotto personalmente la più grande quantità di sofferenza nella misera storia umana. Non avrebbe certo punti deboli come criminale.

Con una efferatezza che non era neppure distaccata, ma tradiva un ripugnante piacere da competenza, di volta il volta illustrava alla mente del malcapitato metodi diversi, inizi differenti, procedimenti alternativi, nuove “speranze” e magari disappunto per la scarsa resistenza del soggetto impiegato.

Ognuno formulerà le sue proprie osservazioni sulla mente del malato che ha potuto partorire inconsciamente un tale delirio, sul suo “assetto” e la sua scala di principi e valori implicitamente smascherata, svelata, magari una sua intrinseca e repressa forma di sadismo che era finora rimasta latente e poi si era sfogata con una virulenza autodistruttiva senza precedenti; personalmente, però, ho trovato un dettaglio significativo nella motivazione messa in bocca all’anziano da parte del venditore di auto americano, e mi sono chiesto quanto profondo e radicato sia l’impulso umano alla condiscendenza (o ruffianeria) verso il potere.         
Tutto, nella finzione macabra del sonno, era fatto con lo scopo dichiarato di saper compiacere  adeguatamente l’Imperatore. C’è qualcosa di davvero spaventoso in questo: memorie di carriere burocratiche sovietiche e stermini di popolazioni intere, di capitalismo sfrenato e gestione senza scrupoli di imprese commerciali a scapito di vite umane, di gerarchie naziste e campi di concentramento pur di ottenere benefici personali. Basta! 

Tra una sigaretta e l’altra, il paziente, costretto controvoglia e senza dominio su di sé, a ricordare, nel delirio, i particolari più raccapriccianti, pur di impegnarsi nel perseguire il fine terapeutico sinora insoddisfatto, di potersene disfare, narrava di tagli allo scalpo, meticolosa spolpatura delle gambe (senza lacerazione di arterie), fino alla famosa esposizione del cuore ancora pulsante. Sì! affermava tra le lacrime, dando univoco credito all’irrazionale mero frutto della sua stessa fantasia deforme: è possibile! Ma anche narrava di dolorosissime cauterizzazioni con ferri roventi, e altri mille orrori ascoltati da un professionista in psichiatria che volta dopo volta si sentiva saltare sempre più sulla sedia, a disagio, impotente, e che, non più in grado di nascondere l’orrore, e mantenere la serenità professionale richiesta dalla delicatissima situazione priva di progressi, iniziava addirittura ad odiare il soggetto che aveva davanti e la sua malattia, quand’anche razionalmente si rendesse conto che egli non era certo colpevole di nulla e che ciò, inoltre, contraddiceva il suo ruolo.

Alla fine di ogni nuovo supplizio, il cinese coperto di sangue e deluso dal sopraggiungere della morte prima del sorpasso del vecchio record personale, annunciava che presto ci sarebbe stato un altro soggetto su cui cimentarsi nuovamente, e a volte ne elencava le caratteristiche, quasi ad anticipare il contenuto “della prossima puntata”; poi si congedava con una risata di gradimento se non per la sua performance, per lo meno per l’orrore e lo spavento provocato nel sognante, supplichevole di non tornare a visitarlo.     
Non c’era verso!

Un’ultima speranza si delineò proprio prima del ricovero, raccontava il malcapitato, quando finalmente, nell’ultimo degli ormai svariati sogni, un soggetto aveva retto, era rimasto in vita, fino a fatidici quattromiladieci tagli. Forse, battuto il suo stesso record, tutto sarebbe finito, era stato il suo caloroso augurio.
Per tutta risposta, invece, il cinese aveva annunciato che ora sarebbe stato prioritario iniziare uno studio approfondito sull’anatomia femminile, per sondarne le differenze e apprezzarne le caratteristiche. Si dice che le donne siano anche più resistenti degli uomini, nonostante l’apparente delicatezza.
L’unico sospiro di sollievo da poter tirare in tutta questa vicenda è che l’americano non ha mai messo in bocca allo stereotipo cinese, e per fortuna, il fiore di loto.
Svegliatosi nel panico, il nevrotico era talmente certo che il vecchio sarebbe riapparso presto, che si era deciso ormai a chiedere aiuto. Finalmente!

Nuove droghe calmanti, e persino stimolanti, accontentando le sue richieste di essere mantenuto sveglio durante il periodo di degenza: nonostante gli sforzi nulla era veramente cambiato, tanto che nel frattempo aveva dovuto assistere a svariate esecuzioni femminili. L’anziano della sua mente non era stato fermato. Forse l’unico “progresso”, dopo tanti racconti e atrocità, fu che lo stato mentale dello psichiatra iniziò a subire un indebolimento. 
Infatti, come detto, fu una vicenda davvero spossante per tutti coloro che ne presero parte, infermieri e personale paramedico compresi; ai racconti e le atrocità, andavano, infatti, aggiunte le grida di orrore e disperazione in veglia, ma pure da assopito, i deliqui, le convulsioni del soggetto, alcune sue involontarie resistenze a certe procedure, persino il danneggiamento grave di alcuni macchinari e alcune lesioni autoprodotte.    
Il tutto era fatto senza proposito, senza coscienza e volontà, o meglio capacità di intendere e volere: si trattava solo di una condizione di estrema difficoltà, che deve suscitare pietà, o come si preferisce dire oggi, empatia.  

A quasi due settimane dal ricovero, il soggetto entrato volontariamente nel nosocomio in tanto disperata ricerca di aiuto da essersi detto disponibile a ogni prova o trattamento che promettesse di liberarlo dalla sua misera condizione ossessiva, fu rinvenuto morto nella sua stanza, un giorno che era stato lasciato solo per qualche ora, in un raro stato di inattesa e relativa quiete.    
Aveva, a quanto pare, approfittato della solitudine per impiccarsi con un lenzuolo. Una morte veramente dolorosa e che, come da analisi postume si verificò, dovette anche richiedere una gran presenza di spirito e forza di carattere per poter essere coronata dal successo. La stessa forza che non era bastata a liberarlo dai suoi fantasmi.        

L’autopsia chiarì che il soffocamento era avvento dopo almeno un paio di tentativi andati a vuoto. Una condizione davvero rara, insistere con tale determinazione, che può solo lasciar comprendere quanto terrorizzante fosse per il soggetto l’idea di tornare ad “incontrare il cinese”.

Tale ovvia (a questo punto) considerazione fu tuttavia confermata anche da una nota, al soggetto infatti erano stati forniti fogli e carboncini su cui poter disegnare (se voleva) tratti delle sue visioni. Più volte aveva provato, specie con il volto del cinese, o le sue mani, ma non era proprio dotato, poveraccio, anche considerato che il suo stato non gli permetteva di tratteggiare la carta con la sicurezza necessaria.

Si rinvenne un biglietto scritto in modo malfermo, da mani tremolanti, che dopo certo studio si era capito dire qualcosa come: «Ha detto che è tempo di sapere la prossima volta mi mostrerà un maschio di otto anni. Non posso più restare, mi dispiace. L’Inferno non può essere peggiore di questo; se c’è giustizia divina, e se finirò all’Inferno, sono comunque sicuro di non poter contemplare atrocità del genere. Sceglierei comunque ogni punizione che l’Altissimo possa decidere di darmi, con fede assoluta nella sua bontà. Sono un buon cristiano, il mio unico peccato è stato lasciarmi sedurre per una sola volta da una orrenda perversione di morte e ne pago il prezzo per intero. La curiosità è il male, la scienza è inutile, certe porte devono restare chiuse. Se Dio non fosse, almeno la quiete. Pregate per me e perdonatemi se potete, avete fatto quello che potevate, ma io non posso più aspettare oltre.»

Conclusione
L’amico che mi ha scritto il resoconto di questa bizzarra tragedia -no, non mi pare esagerato chiamarlo così ormai, anche se è vero che non ci siamo mai conosciuti abbiamo però condiviso l’intimità di questi eventi, abbiamo percorso assieme questo pezzo di inferno come camerati nella giungla- mi ha ulteriormente chiarito che essa ancora sviluppa degli strascichi.        
Il suo amico psichiatra è parso terribilmente segnato dalla vicenda, più di ogni altro che abbia assistito -in un certo modo lui compreso-, e non solo per la implicita “sconfitta” professionale, di cui invero nessuno lo biasima perché a tratti è parsa addirittura inevitabile, ma proprio per il contenuto in sé.

Da quando aveva avuto in cura il soggetto si erano iniziati a notare in lui dei cambiamenti poco rassicuranti, una evidente tensione, un inedito nervosismo, il bisogno di ricorrere più del consueto all’uso di calmanti e sostante oppiacee (ovviamente legali), un incremento anche nel consumo di alcolici, oltre a una necessità quasi paranoica, o più correttamente ossessiva, di parlare di questo caso e raccontarlo per filo e per segno un po’ a tutti, ma specie a lui.

Il soggetto preferito per le sue “confessioni” era appunto chi mi ha scritto, che ha osservato come l’altro stava pian piano scendendo a sua volta in una strana ossessione, piena di paure e terrore, fantasmi della propria fantasia.
In conclusione pare che il dottore si sia in parte lasciato prendere la mano; dopo il suicidio del paziente ha chiesto di essere messo in aspettativa per qualche tempo, in modo da riprendersi dal trauma professionale (dice lui), ma si vocifera che segretamente abbia sviluppato una tremenda fobia di finire per incontrare in sogno il famigerato boia cinese.

Sono voci. Pare che ciò non sia mai successo, il cinese non è mai esistito se non nei gangli della mente malata del disgraziato suicida; eppure il terrore negli occhi del medico è a tratti evidente per l’amico, e se gli si pone una domanda diretta: hai paura di sognare l’anziano cinese e di dover vedere una sua esecuzione? Per ora non riesce a dare una risposta chiara, come non ha mai confessato di aver avuto la curiosità di sapere cosa significhi morire per lingchi

Speriamo che nessuno debba venire mai più, mai più, a saperlo.   

Una nota finale   
Attendo con una certa ansia che il dottore esterni le sue opinioni scientifiche sul suo insuccesso. La parte centrale della vicenda, o per lo meno la mia maggiore curiosità, risiede nel poter comprendere come la mente umana possa manifestare una così totale e distruttiva creazione di pensieri. Il tutto, infatti, non c’è dubbio, a meno di non voler scomodare assurdità irrazionali, si è svolto nel cervello del malato, è stata una sua creazione, ma scatenata da? Non saprei dire cosa! E in modo tanto violento. Repressioni? Paure? Traumi passati? Il solito sesso? Quale meccanismo si è rotto, o si è innescato fino alla completa rovina di se stesso? Perché? E perché il soggetto era proprio questo rituale di morte?

(Visited 257 times, 1 visits today)