Perché ho dato del “criminale” al Papa su FB

Ieri un amico di FB mi ha cancellato e poi bloccato, dopo aver letto come davo del criminale al Papa, per moderno e argentino che sia, riferendomi alla sua posizione di assoluto rifiuto e chiusura in merito ad aborto ed eutanasia.

Inutile forse sottolineare, ma ci tengo, che seppure mi fa piacere essere apprezzato, la vita mi concede troppo poco tempo per prendermela se non lo sono. Chi vuole essere mio amico può esserlo, chi non vuole, facesse come gli pare. Me ne farò una ragione.

Detto ciò vedo che c’è da spiegare il perché ho usato una parola tanto forte come “criminale”, dato che non la ho scelta per iperbole e tanto meno a caso. Ero consapevole che avrei urtato la sensibilità e suscettibilità di qualcuno (i pochi “mi piace” lo evidenziano), ma sono andato avanti lo stesso, perché francamente dinanzi ad un argomento come questo, dove ho una posizione chiara e che considero espressione di una legittima lotta per la libertà personale, il fatto di offendere qualcuno, per quanto sia sgradito, non riesce ad essere un sufficiente deterrente dinanzi all’urgenza che certe posizioni si diffondano e anche inconsciamente entrino nel patrimonio comune. Ognuno fa quello che può, io: questo!

Se si vuole fare una frittata si devono rompere le uova. Chi non vuole capire le mie ragioni e vuole offendersi, si offenda pure! In passato si sono offesi in tanti oppositori alle lotte verso diritti che oggi sono pacifici pure per il più conservatore e reazionario di noi.

Il mondo va avanti con buona pace di chi si offende. Tanto è vero che se di papi criminali (veri e propri criminali, documentati) la storia ce ne ha dati tanti, quelli di oggi, in confronto sono, è da dirlo, dei sant’uomini. Anche loro sono stati trascinati, nolenti e nonostante siano una zavorra, nel presente.

Veniamo a noi. Ci sarebbe moltissimo da dire, specie se consideriamo pure la tecnica di “resistenza” alla secolarizzazione usata nel caso specifico: spingere i medici a che facciano obiezione. Che è miserabile per tante ragioni, ma non ne parliamo. Atteniamoci solo al punto centrale del discorso.

Il mio punto di vista rispetto al suicidio (l’aborto lo dobbiamo tralasciare) e quindi a maggior ragione rispetto all’eutanasia, è chiarissimo: sono assolutamente e del tutto favorevole al riconoscimento della piena determinazione del proprio destino da parte di chi lo vive. Ad ogni persona dovrebbe essere riconosciuto e garantito il diritto di decidere sulla propria vita. Il diritto! Il che è molto diverso dal “tollerare” che possa farlo, o chiudere gli occhi. Tollerare si tollera, anche perché su un gesto del genere non ci si può fare nulla, dopo tutto: se uno decide di togliersi la vita che ci si vuol fare? A parte (come era uso) far finta che così non sia stato, quando possibile (v. Ofelia), spingere alla vergogna i familiari, seppellirlo in terra sconsacrata, o negargli il funerale. Pressioni per fartici pensare bene.

Dal mio punto di vista affermo che una persona debba avere tutto il diritto di proseguire la sua vita fino a che la ritiene un bene o anche solo tollerabile e di mettere fine ad essa quando non la consideri più tale.

Mi rendo conto che la mia posizione è, oggi come oggi, piuttosto estrema, se consideriamo che non solo non abbiamo riconosciuto questo amplissimo diritto, ma neppure quello di ottenere l’eutanasia è garantito.

Oggi chi vuole suicidarsi non può avere aiuti, deve farlo da sé, soffrendo più di quanto sarebbe imprescindibile e necessario o possibile evitare (sparandosi, impiccandosi, etc. invece di avere un servizio sanitario definitivo e indolore), spesso mettendo familiari e società in situazioni a dir poco sgradevoli (dolorose: pensiamo solo al ritrovamento del cadavere, magari da parte di genitori, amici, fratelli, consorti, o anche forze dell’ordine). E fermiamoci qui perché credo che tutti abbiano in mente le varie sfaccettature della faccenda ed è inutile indulgere al macabro.

L’eutanasia, invece, non si dà a qualcuno sano, che per le ragioni che siano, comprese ragioni meramente filosofiche, decida che la sua vita debba essere stoppata, ma a qualcuno che, affetto da un male incurabile e degenerativo, senza vie di uscita (anche la vita in sé potrebbe essere considerata alla stessa stregua, ma tutti ci siamo capiti sulla differenza), decida di abbreviare il corso e decorso del male per risparmiarsi ulteriori inutili sofferenze. Decide quindi a ragione di una urgenza.

Vale a dire, l’eutanasia si dà a qualcuno che sta soffrendo a un tale livello da accettare come preferibile un qualcosa di spaventoso e tremendo come la morte al proseguire così come si trova.

Il papa, affermando con tanta veemenza la sua contrarietà a riconoscere un diritto del genere, sta intervenendo di fatto su un corso causale, condizionando le legislazioni e fermando l’attività di chi potrebbe e vorrebbe praticare attivamente o passivamente l’eutanasia, per delle convinzioni meramente “sue”, religiose, che dovrebbero, a mio avviso, vincolare solo chi crede e non anche tutta la generalità dei cittadini, me compreso che ho assoluta ostilità verso i suoi punti di vista. Non credo in Dio, non credo in un “senso” della vita, non credo sia un dono e potrei ampiamente illustrare il perché. E poi sono fatti miei! L’importante è accettare che non credo e riconoscermi i miei spazi.

L’atteggiamento del pontefice si traduce in un vero crimine, dal punto di vista del normale modo di pensare ed argomentare giuridico, dato che intervenire in, ed impedire, un corso causale, che paradossalmente potremmo definire “di salvataggio” in questo caso (salvataggio dalla sofferenza inutile), equivale a realizzare una condotta attiva.

Se tengo fermo il bagnino che deve tirare fuori dalle onde il mio odiato nemico che sta annegando, sono un omicida, anche se nelle onde non ce lo ho spinto io, ma approfitto solo dell’occasione per vederlo soccombere. Se impedisco, a chi vorrebbe e potrebbe, di fermare chi sta violentando una donna, sto partecipando anche io allo stupro.

La posizione del papa, con buona pace dei buonisti e dei blandi che invitano alla calma e peggio ancora al rispetto a priori di qualunque stupidaggine, solo perché detta in nome e per conto di una religione ufficiale e potente, si traduce esattamente nel fatto che: se io stessi sul letto di morte, contorcendomi dal dolore e in preda all’angoscia più assoluta, non potrei farci nulla, risolvere la questione e farla finita, ma dovrei continuare a sopportare questo spaventoso stato indefinitamente. Per le convinzioni (che per giunta ritengo idiote come l’immolazione nell’arena dei leoni ai tempi di Roma) di gente che non apprezzo e anzi vedo con certo disprezzo.

Dal momento che a me il dolore non piace, ed essere torturato meno ancora, e dal momento che torturare qualcuno, o provocargli sofferenze (senza il suo consenso) non è permesso dalla ratio di nessuna legislazione odierna (occidentale), la pretesa del papa di impedire che ciascuno possa scegliere di mettere fine alle proprie sofferenze autonomamente è da considerasi un atto criminale. Se soffrirò, e non potrò evitarlo, è solo perché lui si è opposto. Soffro solo per causa sua.

Si faccia caso al fatto che chi sostiene il diritto della piena autonomia di ciascuno di decidere su se stesso (come me), non sta imponendo su altri il proprio criterio, costringendo tutti a darsi la morte quando e dove non vogliano secondo le sue idee e valutazioni, ma sta chiedendo solo il rispetto del proprio punto di vista e solo per sé. Chiede una alternativa.

L’atteggiamento invasivo e prepotente è quello del credente che in nome delle sue proprie (e stupide) convinzioni (dal mio punto di vista del tutto razionale e motivato) si sente in diritto di decidere su e condizionare le scelte di coloro che, come me, quelle convinzioni non ce le hanno!

Ma perché su me stesso, con le mie proprie convinzioni, chiare come sono, del tutto ininfluenti sulla situazione di altri e per di più valide, motivate e razionali, deve imporsi un criterio altrui? Il criterio di un credente? Perché devo accettare la sofferenza se non la voglio? In nome di che principio?

E soprattutto, perché mai dovrei accettare di essere torturato senza ribellarmi, ma anzi trattando pure con rispetto chi causa la mia sofferenza? (Ipotetica, certo, allo stato attuale, ma non per questo meno spaventosa.) Devo pure essere educato! Devo rispettare.

Io, invece, non rispetto nessuno! Come è giusto che sia e come sempre s’è dovuto fare per ottenere, strappare, un diritto negato a chi lo nega abusando del suo potere. Di un Diritto si tratta! Non ce lo dimentichiamo!

Risibile, poi, il discorso: “il papa non ti insulta”… per il papa non sono nessuno, è chiaro che non si mette ad insultare “Virio”. Ovviamente non parla direttamente con me (e con nessuno, è un altezzoso e infallibile Monarca medievale), ma quando si riferisce ad esempio alla secolarizzazione, all’ateismo, gli insulti fioccano (il “pericolo”, la gente senza valori, senza scrupoli, implicitamente capace di tutto, di abomini, gente perversa…) Ma se è il papa che insulta, va bene! È un moderno saggio argentino sorridente e bonario. Chi non accetterebbe una sana reprimenda da un nonnino criminale?

Di prepotenti mistificatori che fornivano “eccellenti” ragioni per il loro operare turpe e criminale, nella storia ce ne sono stati a decine. Gli esempi si moltiplicano, per ultimo quello dei nazisti, che pure loro avevano una loro mitologia, credenze, perfino un certo pazzoide misticismo, ed in nome di tali deliri, in cui anche loro credevano e che volevano esportare, hanno commesso crimini mostruosi. Allora che? Se io fossi stato un ebreo degli anni Trenta avrei dovuto portare rispetto? Essere educato?

Certo l’esempio può apparire sproporzionato, ma la sofferenza è sofferenza, cambi l’oggetto, provocarla rimane grave, e consideriamo pure che quando ciascuno di noi (sfortunato) si troverà dianzi alla fine orrenda della sua vita, vedremo che la nostra sofferenza da sola sarà più importante di ogni proporzionalità.

Oggi tutti (o quasi) hanno capito che le posizioni antisemite erano abominevoli, ci sarebbe stato da capirlo tutti prima, subito. Non con decenni di ritardo. Oggi c’è da riconoscere le posizioni prepotenti, arbitrarie, impositive e violente attuali, e non puntare il dito sempre e solo al passato.

E ancora c’è tanta ostilità verso il riconoscimento del diritto di mettere fine alla propria vita e disporre del proprio destino, forse perché la morte fa paura e si preferisce non parlarne e non vederla, non affrontarla, fingendo che con ciò il problema si allontani da noi o addirittura scompaia, ma così evidentemente non è.

Fingere che non esistano persone che non amano la vita, e che la considerano un male, non ci renderà più cara e preziosa la nostra, né scongiurerà inevitabili sofferenze e di affrontare la dura realtà; il negare a chi sceglie di voler morire, per una pietà che ha del ridicolo, la morte, infischiandocene però di come vivono e del perché non vogliono più andare avanti, è un atteggiamento puerile e ipocrita. Oltre che vigliacco e violento.

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