Perché ho smesso di seguire G.O.T. (due stagioni fa)

Non perde un colpo la serie tv Game of Thrones, va avanti inesorabile e spedita, ma io sono riuscito a resistere solo per quattro stagioni, ed oggi alla prima della sesta, dico perché.  

Diciamo che nella vita, a ben vedere, nessuno ha un accidente da fare, ed essa è una più o meno piacevole (dipendendo da fortuna e intelligenza di ciascuno) attesa dell’inevitabile.
Quindi la maggior parte delle persone del mondo occidentale, non pressate da attività tese a garantirsi la stretta sopravvivenza, ha un bel po’ di tempo da dedicare a vezzi suoi, scelti a seconda di gusto-educazione e quoziente intellettivo.

Ora, da sempre esistono storie interminabili e meravigliose, ed esse a volte hanno persino originato a loro volta altre storie più acute (Don Chisciotte, per dire la più famosa).
Il fatto è che la lunga tradizione di “racconti stuporosi” in cui succede ogni sorta di meraviglia, perché in effetti non succede assolutamente nulla di significativo, è solida, ma va distinta da quella in cui i fatti raccontati affondano nella pretesa (o promessa mantenuta) di parlare alle inquietudini, paure, più profonde dell’essere umano, scuoterlo e toccare le sue corde intime e universali.

A volte non è facile differenziare le due categorie, anche perché anche la prima può avere sporadici momenti di significativo splendore e vari pregi estetici, ma vi appartengono tutti i romanzi cavallereschi anodini presi in giro nella maggiore opera del maggiore scrittore spagnolo di sempre, Cervantes, o tutti i libri di Dumas, nonostante vadano riconosciuti pagine e momenti di rara bellezza, fino alla maggior parte delle opere cinematografiche e televisive odierne, a volte pure pretenziose, ma assolutamente vuote, e tra esse GOT.

Alla seconda, nemmeno gli autori a volte sono consapevoli di rientraci, va incluso magari Omero, o chi per questo enigmatico nome parla, i testi salvati come tradizionali di ogni cultura (e forse proprio per questo salvati) cicli bretoni, norvegesi, per esempio, le tragedie greche, quasi tutto Shakespeare, ma è inutile fare una lista del tutto insignificante e banale.

All’inizio avevo pensato che GOT potesse appartenere alla seconda categoria, e si proponesse come una profonda reinterpretazione di leitmotiv della cultura occidentale, rivisitati in chiave contemporanea, e così “attualizzati”, in un certo senso, resi di nuovo manifesti e comprensibili per tutti (anche se costellati inconsciamente dai più), reinterpretati alla luce di ossessioni e fobie tipiche della nostra era, sesso, cinismo e spregiudicatezza, e in particolare dissoluzione di un senso e di una traiettoria circolare del tempo e pure della storia.

Ogni storia narrata, però, per realistica che voglia essere la sua impostazione, è sempre e necessariamente una sublimazione, semplificazione della realtà, è cioè, non una trasposizione fedele di essa, ma sempre e solo un modo di ordinarla e in un certo modo anche esorcizzarla.
Se così non fosse nessuna storia potrebbe finire mai, si perderebbe tempo a descrivere ogni momento, compresi quelli più scontati, non solo andare al bagno, ma pure fissare una parete non ricordando cosa si era andati a prendere in cucina, insomma si perderebbe tutto il tempo a riportare tutto il tempo in una miriade di parole inutili. E questo GOT non lo fa, anche se a volte pare volerci arrivare, perché un tentativo inutile e dispersivo di “mimare” la realtà alla fin fine io ce lo vedo e non ha senso.

Inoltre, comunicare la perdita di senso e riferimenti attraverso il linguaggio, è una contraddizione solo apparente, per una serie di ragioni su cui ora non vale la pena insistere, ed è stato fatto in mille modi diversi, in ogni arte, e in modi più o meno autentici e convincenti. È, infatti, anche facile scendere non solo nel pacchiano, ma nel ruffiano proprio. Le seduzioni dell’intellettualismo sono sempre fortissime, specie per animi narcisisti come quello “dell’artista” o artistoide “medio”. E anche su questo GOT non si sa bene da che parte voglia pendere.

Perché in effetti mi sa tanto che sbagliavo. Sono arrivato a concludere. GOT è solo un altro feuilleton, un susseguirsi di eventi mirabili e storie, storie, ancora storie, senza altro scopo che divertire, il che non è affatto male, vista la premessa sull’attesa della morte, e del tutto dignitoso fare, sia come produttore, che come fruitore, ma è solo questo. E ciò si scontra, per alcuni, tra cui mi includo, con il problema della noia, e con quello secondario della banalità.

Mi annoia lo stupore per eventi irreali, mi annoia anche la semplice “vita degli altri” esistenti o di fantasia che siano, e che siano motociclisti, guerrieri, madri coraggio, etc. Non sono così autoreferenziale e innamorato né della mia persona né della mia specie da esservi interessato in virtù della semplice autoidentificazione col personaggio che sono, o che vorrei essere.
Non voglio sentir parlare di me o di altri o dei miei desideri.

Inoltre, e qui entra un dato estetico, la raccolta e compilazione di ossessioni odierne non mi lascia solo indifferente, ma mi dà anche un po’ fastidio perché in GOT è accessoria e superficiale.
Reputo la paranoia sessuale contemporanea assolutamente noiosa e brutta (questa è la parola, che devo fare?) è volgare, stupida, e così lo sono (ma faccio solo un esempio) le suggestioni allusive alla situazione sociale e economica odierna.
Per dirne una, la creazione di una “entità bancaria onnipotente” e incaricata di dirigere la storia. Questo tipo di lettura dello stato attuale delle cose (tirannia bancaria mondiale) non viene da una interpretazione dell’epoca, per dirla in una parola, non è interpretazione “attiva” del momento storico, che poi è versata nel racconto, ma è solo recezione  “passiva” dello strisciante e malfermo complottismo, o cospirazionismo moderno, è una ruffianata suggestiva e accomodante a ciò che una parte della società ha sempre pensato per tutta la sua storia, da quando essa esiste: che il potere ha intenzionalità malvagia e ostile, che stia ordendo una trama di schiavitù compatta e invincibile, che la fine del mondo sia vicina.

In GOT non c’è nulla di rilevante, e al contempo manca solo (ma non so se è stata aggiunta perché appunto non seguo più) una trasposizione delle perenni teorie millenariste da fine del mondo, che sono sempre esistite, pure loro da quando la storia è registrata, in cui l’uomo con la sua attività ha sempre rischiato la ritorsione di una natura da lui esasperata. Tra parentesi mi pare ovvio che come chi ogni giorno dica “oggi è un buon giorno per morire” prima o poi i catastrofisti avranno detto il vero.

Ecco quindi perché ho smesso di seguire anche l’unica serie tv che seguivo, mi annoia mortalmente, specie se privo della compagnia con cui questo genere di intrattenimento è in qualche modo sopportabile e lo è sempre stato, a partire della letture tra amici dei romanzi cavallereschi, con cui è divertente commentare, scambiare battute, magari provocare col proprio irritante e simulato ipercriticismo.

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