Pessimismo, Politica e Evoluzione della Specie

Se ho capito bene come funziona l’adattamento delle specie all’ambiente, esso è un meccanismo che seleziona gli individui, lentamente modificandoli nelle generazioni e rendendoli qualcos’altro (evoluzione) in un modo “economico”, vale a dire lasciando indietro tutto ciò che non è strettamente necessario e utile alla sopravvivenza, e appunto economizzando le risorse, in modo che non vadano sprecate. 

Per questa ragione, e per esempio, le creature che si adattano ad ambienti privi di luce, dove la vista non è utile, la perdono. Dover “mantenere” l’occhio, infatti, presuppone una “spesa energetica” inutile, e gli individui che non debbono realizzarla, possono “spendere” le loro energie in qualcosa di più determinante, prosperare meglio, riprodursi di più, e quindi imporre il loro patrimonio genetico, che non va visto come “migliore”, ma solo come più adatto alle circostanze in cui opera. Gli altri, che portano dietro un “inutile fardello” (per quell’ambiente), finiranno lentamente per scomparire.

L’ambiente non consente “sprechi” nello stato di natura, dato che ogni caloria va “conquistata” con rischi e fatica e che non c’è abbondanza.
L’essere umano è stato in questa circostanza disgraziata e atroce per centinaia di migliaia di anni, fino a che non è riuscito a creare una sua civiltà che lo ha messo al riparo da pericoli costanti e necessità sempre impellenti.
Oggi molti di noi vivono anche anni interi senza percepire pericoli diretti, ma ciò non è mai stato così, prima. 

La caratteristica principale, che lo ha aiutato (caso unico del pianeta) ad appartarsi dallo stato di natura e ricavarsi una nicchia prospera, è stato lo sviluppo dell’intelligenza; l’intelletto lo aiuta a comprendere ed interpretare i segnali dell’ambiente, a trovare soluzioni sempre più ingegnose per soddisfare i propri bisogni.

L’essere umano, quindi, ha come sua principale “arma”, per ottenere non più solo la sopravvivenza, ma la prosperità, l’intelligenza.
L’evoluzione è però una “forza cieca”, non ha un suo fine prestabilito (la natura sembra, ma non è “saggia”), si libera di caratteristiche inutili e ne potenzia altre, in modo assai lento e “a tentoni”, e solo in virtù di una maggiore diffusione di un patrimonio genetico rispetto ad altri, che finiranno anche per scomparire del tutto, assai lentamente, poco a poco.

Il percorso verso l’attuale situazione, è stato così lungo che l’essere umano non ha completamente perso alcune caratteristiche che, anche se oggi non sono più necessarie, lo sono state, e non hanno avuto tempo di scomparire.
Tra esse alcune sono radicate anche nel suo cervello, che è formato in modo da percepire la realtà in modo da permettergli di evitare i pericoli e sfruttare le opportunità.

Un viaggio interminabile in un ambiente pieno di insidie ha giocoforza formato il cervello in modo tale da selezionare e mettere a fuoco principalmente i pericoli.
Questo processo di selezione di dati appresi dalla realtà, che siano più rilevanti di altri (percepiamo prima ciò che si muove, perché ciò che si muove può attaccarci), ha portato a che l’essere umano apprezzi prima e veda con più chiarezza i pericoli che le opportunità.
D’altra parte il pericolo è “il problema” e, per definizione, ciò che “preoccupa” e che va affrontato per poter continuare a sussistere e successivamente sfruttare le opportunità, quindi è qualcosa che si deve processare come previo.

Anche la capacità di vedere ciò che di buono esiste può portare dei benefici, ma tra due rappresentazioni errate e opposte della realtà: tra coloro che “esagerano” e percepiscono pericoli inesistenti, e coloro che non ne percepiscono di esistenti, o che privilegiano la percezione di opportunità sui pericoli e di ciò che di positivo esiste attorno a loro, prevale la prima, che è più economica, cioè che prevede un minore impatto dei rischi, ed è più in accordo con ciò che l’ambiente richiede per prosperare e riprodursi.  

Questo comporta che l’uomo sia in un perenne stato di vigilanza, e che tenda a dare più risalto ai problemi, che a ciò che di buono lo circonda.
Insomma, è l’evoluzione, è la conformazione del suo cervello, adatto all’ambiente in cui si è formato, ad averlo reso “pessimista”, amante della tutela anche eccessiva.

L’uomo vede con molta più chiarezza il problema e ciò che non va, piuttosto che tutto ciò che invece funziona bene nella sua vita e nelle circostanze in cui si trova, cioè, è per tendenza pessimista.

L’intelligenza, però, è quella facoltà che interpreta la realtà il più possibile in modo attinente e per quello che è in effetti, e l’intelligenza è un bene per l’essere umano.
Ci sono quindi persone in grado più di altre di interpretare la realtà in modo più accurato e vicino a quello che è, ed evitare di esagerare la presenza di pericoli che non sono tali.
Anche questo è un bene, perché l’accuratezza è di per sé economica ed evita sforzi inutili che non si ripercuotono cioè positivamente e in modo diretto sulla prosperità.
La religione, per esempio, anche può vedersi come “sforzo inutile”, se serve a cercare soluzioni impossibili a problemi reali (ballare per far piovere, quando le stesse energie potrebbero essere usate per scavare pozzi o creare sistemi di irrigazione) o quando serve a rappresentare problemi e pericoli inesistenti (le streghe).

L’accuratezza e la perdita della tendenza a dare preminenza a ciò che è negativo nella realtà, quindi, sarebbe ad oggi, nell’ambiente attuale in cui l’essere umano si muove, un vantaggio, ma essa, per imporsi solo grazie all’evoluzione e la selezione per “scomparsa” (mancata riproduzione) delle altre caratteristiche, abbisognerebbe di tempi ingestibili dalla prospettiva umana.

Le persone più intelligenti sono coloro che non percepiscono solo i pericoli, ma che sanno apprezzare anche ciò che di buono esiste, e specie che non si lasciano spaventare da pericoli inesistenti o dall’esagerazione di pericoli veri.

Se vediamo bene, la realtà conferma queste osservazioni: per spaventare una massa di persone in un modo che osservato dall’esterno ricorda quello di molte altre masse di mammiferi, basta il grido di un pericolo anche inesistente, tutti correranno al riparo, mentre lo sforzo necessario per calmare una banda in agitazione sarà assai maggiore.

Anche senza aver percepito una relazione con le teorie evolutive (recenti nella storia umana) l’uomo ha capito dall’antichità, che la sua vera forza non risiede nel panico e nella disperazione, ma nella lucidità di pensiero e nella calma; non solo il proverbio “la calma è la virtù dei forti” rende omaggio a questa idea, ma anche tutti i miti che mettono in cattiva luce l’uso della forza bruta, cioè impiegata nella collera, nell’ira, cieca, Davide e Golia, i giganti, che furono il primo modello di tale idea di brutalità sconfitta; mentre la celebrazione dell’astuzia, e della freddezza ne sono il contraltare, per esempio in uno dei più celebri dei miti occidentali, Ulisse, personaggio che non “dà di matto”, non si adira, non urla, non esagera, ma analizza, tutto sommato e agisce in modo intelligente, oltre che forte. Lui, tra mille imprese, sconfigge il più forte Aiace Telamonio, che si adira tanto da suicidarsi. 

Il pessimista, quindi, è quasi per definizione “uno stupido”, o per lo meno è un soggetto che cede a una propensione “naturale” della sua conformazione cerebrale, non per “scelta” o analisi ponderata della realtà, ma solo per una tendenza “inerziale” (mi scuso per le imprecisioni del linguaggio, ma non sono un tecnico) del suo cervello.

Certo anche l’ottimista privo di una relazione realistica con le circostanze sbaglia, ma nei grandi numeri la sua presenza è assai meno significativa, per quanto detto sopra.

Tradotto in politica, si potrebbe pensare che la maniera più banale e più inetta di raccogliere consensi è proprio quella di puntare sul pessimismo, suscitare paure e paventare rischi, esagerare pericoli e criticare le circostanze, creare plot e cospirazioni, che saranno creduti, non per particolare abilità di chi cavalca tali canali, ma per una propensione proprio naturale degli individui, che percepiscono come verosimile o credibile tutto ciò che è proposto come una minaccia a loro. Anche se non basterebbe troppo sforzo per capire di sbagliare.

Fornire una visione nera e triste del presente e del futuro assicura un vantaggio per essere presi in considerazione, capta il consenso di tutti quelli che hanno una formazione cerebrale che propende in tal senso, e che, va detto, non brillano per intelligenza, cioè per la capacità di analizzare e ponderare con obbiettività la realtà che hanno davanti.

Anche scrivere articoli allarmisti, garantisce maggiore seguito che la stesura di un pezzo equilibrato e ponderato; in tanti leggono blog che le sparano grosse e si annoiano con Scientific American.  

Dal punto di vista del singolo, ogni volta che ci si sente attratti da posizioni politiche colpevoliste, pessimistiche, tetre, apocalittiche, etc. abbiamo un grosso indizio di essere degli stupidi.

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