220. PILLOLE DI DANTE: Alchimia

Preambolo. Considerato da moltissimi uno dei discorsi più interessanti -e centrali- della Commedia, quello dell’alchimia  (parola di origine arabo-greca composta dall’articolo arabo “al” e il greco “chemeia” –χυμεία– fondere, spandere, saldare) non è che non possa essere trattato o sviluppato, non potrebbe essere nemmeno menzionato, in poche righe.

C’è chi ritiene addirittura che l’intera opera dantesca non sia da interpretarsi, nella sua essenza più profonda, altro che in chiave esoterica, e addirittura come un trattato alchemico occulto e dissimulato (per ragioni di sicurezza). Altri hanno detto trattarsi di un’opera alchemica in cui la materia grezza è l’uomo. E così via.

Alcune corrispondenze (se ne è parlato a lungo) fanno certamente pensare, e l’uso massiccio dell’allegoria, molto studiata e su cui si insiste assai, può significare chissà cosa di preciso. Bisognerebbe, dicono alcuni, essere degli iniziati per avere gli strumenti per capire, altri sostengono di esserlo e non poterci rivelare nulla.

A noi, per avere materia su cui riflettere, basti solo pensare alla divisione in tre parti del poema corrispondenti, per varie analogie, alle tre parti dell’opera alchemica: Nigredo, colore nero, putrefazione (Inferno); Rubedo, colore rosso, purificazione (Purgatorio); e Albedo, colore bianco, ricomposizione (Paradiso); o agli strafamosi passaggi che parrebbero alludere esplicitamente a un senso segreto dell’opera e agli appelli diretti al lettore di far attenzione al “vero senso” dei versi: Inf. III-19 “le segrete cose”, Inf. IX-63 “li versi strani”, Purg. VIII-20  “’l velo è ora ben tanto sottile”, etc.

Ma quello alchemico non è certo l’unico ambito in cui è stato ricondotto un messaggio occulto e criptato dell’opera, altri vedono in Dante un Templare (residuo e nascosto, dopo l’attacco sferrato proditoriamente da Filippo il Bello che annientò il potente Ordine monastico guerresco), e altro ancora.

Ad ogni modo la parola “alchìmia” appare due sole volte nell’opera, e ambedue nello stesso Canto (Inf. XXIX) a menzione di una colpa mortale.

Siamo nella Decima Bolgia dell’Ottavo Cerchio (dove appunto si puniscono i falsari e tra essi gli alchimisti) e a tirarla in ballo sono due personaggi: Griffolino d’Arezzo, e il vecchio compagno di scuola -di studi in scienze naturali- dell’Alighieri, Capocchio, i quali affermano di aver esercitato tale arte in vita e perciò patiscono la loro lebbra o scabbia infernale.

Scopo del magistero alchemico è quello, notoriamente, di trasformare i metalli vili in oro attraverso una sorta di reagente chiamato “pietra filosofale” (e poi quello di trovare, l’onniscienza, o “l’Elisir di lunga vita”, che dona l’immortalità o un prolungamento indefinito della vita, ma Dante si riferisce solo alla trasmutazione –falsificazione, dalla sua ottica, più o meno sincera che sia- dei metalli).

La Chiesa sotto il pontificato Giovanni XXII (lo stesso polemicamente descritto e vituperato da Dante come simoniaco in Par. XVIII) condannò esplicitamente tale pratica. Il Pontefice (con una bolla: “Spondent Pariter” del 1317, quindi successiva, assai probabilmente, alla stesura definitiva dell’Inferno, ma non di tutta l’opera la cui conclusione si stima verso il 1321, anno di morte del poeta) sancisce che gli alchimisti sono “de crimine falsi” rei, ma San Tommaso (canonizzato dallo stesso Papa) e discepolo di Alberto Magno (interessato al tema alchemico per via dello studio profondo delle scienze naturali), ammette la possibilità, in via solo teorica, di ottenere, tramite questa pratica, oro vero, e non contraffatto, da metalli meno perfetti.

Sbozzando un’idea generale, le operazioni alchemiche dovrebbero purificare i metalli grezzi (persino il più pesante, vile e grezzo di tutti, il piombo) in quello prefetto, l’oro, dato che il metallo in sé ha una radice comune e perfetta presente in ognuno, ma poi inquinata, in diverso modo, da accidenti, e esistente, pertanto, in vari di gradi di imperfezione.

L’alchimia -operazione d’arte ad imitazione della natura- non è tutta illecita quindi: quella “vera” dovrebbe poter essere usata, l’altra, detta “alchimia sofistica” (usata per trarre profitto con l’inganno e pervertendo la fiducia -nella moneta e la sua validità- degli altri), no. Dante però non accenna alla differenziazione (alchimia vera-sofistica), forse per evitarsi problemi dato che, per molti aspetti, con la sua opera danza già spesso sul filo dell’eresia e non vorrebbe fare la fine di Cecco D’Ascoli (rogo nel 1327).

D’altra parte alcuni hanno definito l’alchimia come “la storia di un errore umano” e già Petrarca, in “De remediis utriusque fortunae” afferma non essere l’alchimia altro che: “fumo, ceneri, sudori, sospiri, parole, inganni e vituperî”; e poi: “Noi non veggiamo mai alcun povero, che per mezzo dell’Alchimia divenga ricco; ben veggiamo molti ricchi per essa ridotti a povertà”.

 

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