22. PILLOLE DI DANTE: Anonimo suicida fiorentino.

Conclusosi il sanguinante dialogo col più famoso suicida Pier della Vigna -il celebre custode delle due “chiavi del cor di Federigo” (il “sì” e il “no”), dato che godeva della sua totale fiducia poi caduto in disgrazia per invidia di corte, accecato, imprigionato e, in carcere, suicidatosi colpendo con la testa il muro di pietra- il bosco, a tinte smorte e riecheggiante di sospiri dei violenti contro se stessi, si anima di una fulminea caccia selvaggia.

Nere cagne sono all’inseguimento delle anime nude di due scialacquatori, convitti assieme ai suicidi, ma non intrappolati in pruni come accade agli altri.

Uno di essi, Jacopo da Sant’Andrea, finisce, stremato dalla fuga, per coinvolgere e “scerpare” il rovo dove è imprigionata l’anima di un anonimo suicida fiorentino (Inf. XIII), che, dagli strappi, inizia a lagnarsi e raccontare.

Dante non ci riferisce il nome del personaggio, che parla e si duole di sé, forse addirittura per lasciare a ciascuno dei contemporanei la possibilità di una identificazione con qualche conosciuto, dato che, secondo quanto racconta il Boccaccio, come se si trattasse di una maledizione del Cielo, parecchi cittadini fiorentini scelsero di togliersi la vita, pure in quel periodo economicamente così florido e prospero.

L’anonimo fornisce una semplice, ma estremamente efficace e triste descrizione della sorte che ha scelto per sé, che “ammutolisce” (chiude) il canto: si impiccò nella solitudine di casa sua, facendo di una trave il suo patibolo: “io fei gibetto a me delle mie case”.

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