184. PILLOLE DI DANTE: Esempi Di Corruzione Politica Fiorentina

Nel passato, secondo lui, e a quanto poi riferirà il suo antenato in Paradiso, fatti di corruzione del genere non accadevano, ma quando Dante era ancora a Firenze, alla carica di Priore della città fu posto un trevigiano, Monfiorito di Coderda, del tutto nelle mani di malfattori politici e cittadini mestatori, i quali gli fecero fare, come riferisce Dino Compagni “delle ragione torto e del torto ragione”, tanto che quello “assolvea e condannava senza ragione come a loro parea”. 

Il 5 maggio 1299 egli fu deposto a seguito degli scandali, e, torturato, confessò una lunga serie di malefatte.

Tra le tante riferì di aver fatto assolvere il priore Nicola Acciaioli accogliendo una falsa testimonianza.

Questi, in combutta con Baldo Aguglioni (uomo di legge), sottrasse, grazie alla carica di giudice del complice, il libro degli atti notarili del comune (“quaderno”) e ne eliminò una testimonianza, grave prova di corruzione contro di lui.

Il Notaio, all’erta, si rese conto della rasura di una delle pagine, denunciò il fatto e Acciaioli fu condannato a tremila lire di multa, mentre l’Aguglione, pure condannato, fuggì e restò confinato per un anno.

Questo stesso figuro fu responsabile dell’esclusione di Dante dalla “riforma” degli esiliati fiorentini, e pertanto impedì il suo rientro a casa.

Donato dei Chiaramontesi, invece, frate della penitenza e uomo di affari al contempo, era sospettosamente ricco.

In carica come “camarlingo della camera del sale” e perciò preposto alla distribuzione e vendita di tale mercanzia, dopo aver ricevuto dal Comune, lo staio, il recipiente con cui si misurava la quantità di sale, regolamentare, ne sottrasse una delle doghe e lo distribuì alla cittadinanza con una misura rimpicciolita, lucrando poderosamente.

Scoperto il peculato, lui fu condannato a morte e la sua nobile famiglia fu sanzionata e fu vergognosamente oggetto di scherno e pubblico ludibrio: il popolo la dileggiava con una canzoncina che ricordava i fatti.

Successivamente all’episodio lo staio fu fatto di ferro. A questi due fatti di cronaca si riferisce Dante quando parla di “quaderno e doga” (Purg. XII).

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