63. PILLOLE DI DANTE: Guido Cavalcanti

Alcuni dei versi della Divina Commedia suonano e ricordano quelli del “primo amico” (così chiamato nella Vita Nuova) di Dante, Guido Cavalcanti, dal quale si allontanerà per forti divergenze filosofiche.

Il: “Sì che parea che l’aere ne tremesse” del Canto I dell’Inferno, per esempio, ricorda i versi della rima IV: “Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira, che fa tremar di chiaritate l’are”, oppure: “cantando come donna innamorata” (Purg. XXIX, 1) ricorda la sua rima XLVI dove la pastorella: “Cantava come fosse innamorata”, ma anche Inf. VIII 36 di Filippo Argenti -“vedi che son un che piango”- potrebbe essere un suo eco: “vedete ch’i’ son un che vo piangendo”, (Rime X 1).

È famoso come Guido fosse un intellettuale fiorentino probabilmente definibile come epicureo ed ateo.

Il Boccaccio, nel Decamerone (VI, 9), ce lo presenta, affermando, ma senza che esistano prove di ciò, intento ad impegnare il suo intelletto in se “trovar si potesse che Iddio non fosse”.

Dino Compagni lo definisce: “un giovane gentile, figlio di messer Cavalcante Cavalcanti, nobile cavaliere, cortese e ardito, ma sdegnoso e solitario e intento allo studio”.

Nel Purgatorio, Oderisi da Gubbio citerà Guido come colui che ha tolto il primato poetico italiano a Guido Guinizzeli: il poeta che il pellegrino incontrerà più in alto nel fuoco Purgatorio dei lussuriosi.

Poi lascia intendere che sarà lui stesso, Dante, a prendere il testimone di miglior poeta italiano sottraendolo a Guido.

È vero che se la fama terrena è incostante e mutevole, o di breve durata quella di Dante dura da oltre sette secoli, e anche Guido merita, senza dubbio, di non essere dimenticato. Sterminate le mostre di affetto per lui, tra cui da non dimenticare: Italo Calvino.

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