27. PILLOLE DI DANTE: La Grottesca Vicenda Dell’anima D’un Singolare Stratega

Anche il diavolo, popolaresco e beffardo della vicenda che segue, è una creatura logica!

Lo impara a sue spese Guido da Montefeltro (Inf. XXVII), l’astuto stratega che chiamavano “la volpe” e che fino all’avanzata età dei settanta anni dirigeva con successo campagne militari.

Guido, una volta ritiratosi dalla vita attiva, finì in convento e preso il cordiglio, morì, lontano dalla sua agitata e cruenta vita passata.

Dante, sulla scorta di notizie fornite da Riccobaldo di Ferrara, inventa la sua storia di dannazione eterna: chiamato dal vituperando Papa Bonifacio in persona, quando già era frate francescano, per avere consigli utili per distruggere Palestrina (degli odiatissimi Colonna), viene convinto da questi, a tornare incidentalmente sulla sua decisione di abbandonare per sempre il mondano, con la promessa di una assoluzione dal peccato che, una tantum, gli si chiede di compiere.

Una volta morto, però, il demonio, non ci sta a lasciarselo scippare in virtù di cavilli e artifizi ecclesiastici e, nonostante le vane promesse del pontefice, il maligno motiva efficacemente a San Francesco, che era lì anche lui per raccoglierne l’anima, che non si può assolvere chi non si pente, né pentirsi e voler peccare insieme è concesso dalla logica.

La scena è fortemente grottesca, e non ha altro senso che il voler creare una particolare e suggestiva atmosfera popolaresca, dato che se salvezza o dannazione ci fossero, di certo Francesco non potrebbe sbagliare sui defunti a lui devoti e non scenderebbe certo dal cielo ignaro delle sorti dell’anima che vorrebbe prendere; ma è importante rilevare come Dante, inventando due storie con tratti comuni –questa e quella di suo figlio Bonconte- abbia voluto costruire una certa simmetria tra la vicenda di Guido e l’altra del Purgatorio.

Come il figlio si salva per poche sillabe espresse senza voce, Guido viene condannato dalle poche parole pronunciate su esortazione di un papa pessimo e corrotto, parole da stratega che suonano: “prometti tanto e mantieni poco”.

Con esse cede alle insistenze pontificie e dà il consiglio fraudolento che lo danna in eterno.

Confidando nel formale potere del papato di “serrare e dissestare” le porte del Paradiso, Guido si inganna sui meccanismi divini di salvezza e dannazione, senza riuscire a venire mai a capo –per l’eternità infernale- di cosa abbia errato, in quel pentimento sincero che aveva avuto per la sua vita trascorsa, tra i potenti del mondo, da condottiero.

Allo stesso modo si rimette ciecamente a quanto sa dell’Inferno e delle sue regole, cioè che da lì nessuno può tornare sulla terra, quando affida al pellegrino, che tace della sua condizione di vivo, le parole della sua triste vicenda, che altrimenti, dice espressamente, non rivelerebbe mai a chicchessia.

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