23. PILLOLE DI DANTE: Il Fato Non Si Cambia.

Ricordiamo bene che in Dante esiste una certa –complicata- continuità tra gli Dei pagani e il Dio unico cristiano; questo viene a volte appellato “sommo Giove” così come bestemmiare l’antico comporta le pene dell’Inferno cristiano etc. Inoltre in lui ogni precetto deve accordarsi con quanto sostenuto dai saggi antichi (Virgilio in primis).

Virgilio nella sua Eneide è chiarissimo rispetto alle preghiere e la loro efficacia su decisioni, leggi e precetti divini e conferma il tutto in Purgatorio (Purg. VI). La sua Sibilla, mentre accompagna Enea nell’oltretomba a far visita a suo padre, infatti, dice a Palinuro, che da insepolto implora di essere traghettato ugualmente al di là di Acheronte, di non sperare di piegare le decisioni divine per mezzo delle preghiere (famoso: “desine fata deum flecti sperare precando”). 

Palinuro, ricordiamo era il timoniere della nave di Enea che cade in acqua preso da torpore divenendo la vittima richiesta da Nettuno a Venere per il prosieguo del viaggio dell’eroe troiano. Nel Cilento un massiccio roccioso porta ancora il suo nome.

Quanto sopra, però, si scontra con quanto stabilito dalla dottrina cristiana, e quanto Dante stesso contempla coi suoi occhi alla base del monte Purgatorio, dove anime salve, ma ancora impure e con peccati da espiare, cercano (o persino elemosinano) suffragi per sveltire l’iter di purificazione. Preghiere molto efficaci!

Eppure, Virgilio spiega, non c’è contraddizione! Quello che accade è che il fuoco cristiano –di amore- si è ormai sostituito all’inevitabilità del fato pagano a cui erano soggetti gli antichi, sicché ora sì che le preghiere possono attenuare e modificare quanto stabilito dai precetti divini. Il punto di inflessione è ovviamente la nascita di Cristo, da lì in poi si ricrea quel ponte tra l’essere umano e l’amore divino che era stato reciso dal peccato originale.

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