1. PILLOLE DI DANTE: La potentissima Maga Erittone

Eritòn “cruda” (Inf. IX), cioè feroce, selvaggia, la maga Erichto o Eritto della Farsaglia di Lucano, è la negromante tessala che dimorava in un sepolcreto, e che per predire a Sesto Pompeo l’esito della battaglia di Farsalo (tra suo padre Gneo, contro Cesare) realizza, per mezzo di un filtro magico, l’agghiacciante impresa di costringere un nolente soldato morto a rientrare, raccapricciato lui stesso, nel suo corpo ormai logoro e insepolto.

Virgilio, respinto dai demoni sulle mura della città di Dite, la cita spiegando a Dante -in quel momento larvatamente dubbioso sulle effettive capacità di guida infernale di lui- di esser sceso già una volta fino al fondo della “trista conca” quando fu evocato proprio da costei per portarne fuori l’anima di un traditore: uno “spirto del cerchio di Giuda”.

Il passaggio della Commedia, di gran forza e suggestione, apre un’ingentissima serie di questioni esegetiche, e ne scaturiscono implicazioni di straordinario interesse e fascino.

Esso è brillante invenzione puramente dantesca, dato che, ad esempio, non risulta altrove la mansione, per le anime del limbo, di accompagnatrici di altre anime –dannate- e neppure vi sono riscontri del fatto che, nelle sue spettrali pratiche negromantiche, la potentissima maga pagana si servisse di intermediari.

Lucano, nel VI libro, le dedica ampio respiro e racconta come la maga arrivi persino ad insultare le Erinni stesse, che ritardavano la realizzazione della sua macabra impresa. Dapprima le apostrofa “cagne dello Stige”, e poi addirittura minaccia di far intervenire in suo aiuto un misterioso personaggio, abitatore di una “zona franca” del Tartaro, che fa tremare la terra al suo passaggio, ed è immune ai mostri infernali, compresa la più giovane delle Gorgoni –Medusa- che egli può, caso unico, guardare direttamente in volto senza tramutarsi in pietra. Ecco il bellissimo passaggio dell’opera:

Paretis, an ille

conpellandus erit, quo numquam terra uocato                 

non concussa tremit, qui Gorgona cernit apertam

uerberibusque suis trepidam castigat Erinyn,

indespecta tenet uobis qui Tartara, cuius

uos estis superi, Stygias qui perierat undas?

(Obbedite. O dovrò chiamare colui che sempre invocato scuote la terra e fissa liberamente la Gorgone e castiga l’Erinni atterrita, con la frusta e abita regioni a voi invisibili del Tartaro di cui siete gli Dei e spergiura sulle onde dello Stige?).

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