127. PILLOLE DI DANTE: Meteorologia Medievale

Nella scienza del tempo, e in Ristoro d’Arezzo, nella sua “Composizione del mondo”, i fulmini e le stelle cadenti erano vapori ignei (o accesi) e le nubi vapori acquei (Inf. XXV, Purg. V).

Nella meccanica della meteorologia Dante sembra aderire alla scuola dell’autorevole Aristotele, la cui parafrasi troviamo in Alberto Magno.

Riassumendo, i vapores caldi e secchi esalanti dalla terra, mescolati ai vapori freddi e umidi, (nella teoria umorale caldo-freddo e secco-umido, sono coppie di attributi dei quattro elementi: aria-fuoco-terra-acqua) una volta ascesi alla zona fredda dell’aria, rimangono in parte imprigionati nelle cavità dei vapori umidi delle nubi.

Queste ultime, man mano che si raffreddano e condensano, comprimono al loro interno il vapore o spiritus secco e sottile fino a provocarne la violenta fuoriuscita, con l’effetto del boato (il tonitruum) e dell’improvvisa inflammatio o ignitio, accensione.

Tale fenomeno fiammeggiante veniva poi distinto in: bagliore vermiglio (coruscatio), balenante saettare in aria (fulgur) e impetuosa caduta a terra (fulmen).

La meccanica dei vapori è pure responsabile del maggior rossore di Marte in certe situazioni climatiche, quando i vapori sul mare sono più spessi, cioè al mattino.

Marte nel Convivio è descritto come il pianeta che “dissecca e arde le cose, perché lo suo calore è simile a quello del fuoco” (Cv II XIII 21).

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