64. PILLOLE DI DANTE: Pallante, Il Destino dell’Impero

Dalla fine di Pallante (Par. VI), figlio di Evandro, inizia il momento storico del discorso di Giustiniano sulle vicende dell’aquila dell’impero, simbolo del potere imperiale romano voluto e guidato da Dio in persona a redenzione del mondo intero.

Potremmo dire che il personaggio del Paradiso, e imperatore, attacca il suo racconto da dove si conclude l’Iliade.

Simbolo del sacrificio di un eroe per la patria (citati nel I dell’Inferno anche altri sacrifici famosi per la creazione dell’Italia: la vergine Camilla, Eurialo, Niso), venne ucciso da Turno e vendicato esplicitamente da Enea stesso, che vince così e sposa la contesa Lavinia.

La narrazione della vendetta è nell’ultimo libro dell’opera ed è da lì che si chiarisce definitivamente il percorso storico che porterà all’impero di Roma, necessario a preparare l’avvento del Cristo. Sarà, infatti, poi il figlio di Enea, Ascanio a Fondare Albalonga, dove l’aquila imperiale si stabilirà per tre secoli, prima di posarsi definitivamente su Roma, a seguito dell’esito della sfida tra Orazi e Curiazi.

Enea grida a Turno mentre lo trafigge: “Pallas te hoc vulnere, Pallas immolat et poenam scelerato ex sanguine sumit.” (Pallante con questa ferita, Pallante ti immola e prende vendetta dal sangue maledetto).

D’altra parte, sia detto tangenzialmente, la sconfitta di Turno pare scontata nell’Eneide, e lo stesso eroe, consapevole di essa, prima di affrontare l’invincibile avversario troiano si chiede titubante in un verso splendido: “usque adeone mori miserum est?” (quanto farà poi male morire?)

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