195. PILLOLE DI DANTE: Racconti Cannibali, Parte II

Una citazione del Tieste di Seneca durante la magnifica e patetica tirata del conte Ugolino (Inf. XXXIII: “Ahi dura terra perché non t’apristi”) abilita l’interpretazione antropofaga dell’ambiguo verso: “poscia più che ‘l dolor poté ‘l digiuno”, o per lo meno induce elegantemente il lettore a considerarla una delle opzioni.

A Tieste vengono date da mangiare le carni dei suoi figli uccisi da Atreo per vendetta.

In almeno due occasioni (Inf. XXX, pena di Mastro Adamo, e Purg. XXII, pena del golosi) Dante si riferisce a Tantalo, anche se non in ragione del racconto antropofago che arricchisce la copiosa serie di miti di cui è protagonista, bensì per la sua più celebre pena divina di fame e sete eterne.

Una storia voleva il semidio essere l’uccisore di suo figlio Pelope, assassinato di nascosto con il solo scopo di togliersi la curiosità rispetto alla onniscienza degli Dei.

Gli Dei, invitati al desco, e dimostrandosi veramente onniscienti, rifiutarono l’offerta surrettizia e sacrilega di cibarsi della carne umana a loro servita dall’impertinente “siniscalco” e resuscitarono il giovane.

Introducendo la storia di Ugolino, in chiusa del canto precedente a quello che la accoglie (Inf. XXXII-XXXIII), c’è anche un riferimento a Tideo, uno dei sette re che assediarono Tebe (Capaneo, Tiresia, sono presenti all’Inferno e partecipano, in vita, alla stessa campagna) e che, ferito a morte da Menalippo, riuscì comunque ad ucciderlo a sua volta. Tideo, fattasi portare la testa dell’altro, la addentò ferocemente e con odio: proprio come fa Ugolino con l’arcivescovo Ruggieri, roso come pane per fame, prima di spirare anche lui.

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