194. PILLOLE DI DANTE: Racconti cannibali I

Tra i vari racconti cannibali (ricordiamo Saturno che divora gli Dei per non essere detronizzato, Tereo che mangia suo figlio Iti ucciso dalla madre per vendicare lo stupro della sorella, Polifemo che divora impietosamente i compagni di Ulisse, etc.) e specificamente di genitori che divorano la discendenza, Dante si riferisce anche a quello riportato nel De bello iudaico di Giuseppe Flavio, dove, tra gli ebrei assediati a Gerusalemme dall’imperatore Tito, alcune madri tra cui Maria di Eleazaro (Purg. XXIII) mangiarono i loro figli per fame.

Subito prima (nella Commedia) il poeta si era riferito a un racconto ovidiano di “autocannibalismo” o “autofagia”, quello di Erisittone, re di Tessaglia che, avendo osato tagliare una quercia sacra a Cerere, fu condannato dalla Dea a patire una inestinguibile fame. Dopo aver dilapidato ogni suo bene nel tentativo vano di placarla, si vide costretto a divorare se stesso.

Mentre nel racconto classico non v’è soluzione di continuità tra la fine delle risorse economiche e la decisione di addentarsi pur di alleviare la fame, in Dante (che lo prende ad esempio) Erisittone arriva al drammatico epilogo lottando per salvarsi: solo dopo un brutale dimagrimento.

Ricorrere, per varie ragioni e circostanze, a una fame tanto inesauribile da condurre alla propria stessa soppressione per divoramento è una soluzione esperita più volte in letteratura, per esempio King, ma pure Tolkien, nel mito del ragno (femmina) Ungoliant.

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