79. PILLOLE DI DANTE: Una Tragedia D’Amore

Al momento di immettersi all’interno dell’ustionante muro di fuoco dove si “affinano” –purificano- i lussuriosi, Dante, invaso senza rimedio dalla paura, si paralizza sbiancando e gelandosi, come un cadavere che stia per essere messo nella fossa.

Protende quindi le mani in avanti rigido come a ripararsi dalla fiamma, che vede davanti a lui e gli ricorda bene l’orrore di corpi umani che ha visto bruciare sul rogo.

Virgilio deve intervenire per smuovere il discepolo pietrificato, ed ottiene l’effetto cercato citando il nome “taumaturgico” della sua amata Beatrice.

Al di là del muro di fuoco che, Dante dirà, lo brucerà come se si fosse immerso in “bolliente vetro”, ma che non può nuocergli fisicamente, si trova, infatti, il Paradiso Terrestre e finalmente si paleserà, come promesso, la giovane amata.

L’effetto che il nome di Beatrice provoca in lui è lo stesso effetto che provocò su Piramo il nome della sua amata Tisbe (Purg. XXVII).

Amanti di due famiglie babilonesi nemiche, i due giovani possono amoreggiare solo separati da un muro.

Decidono di fuggire insieme e si danno appuntamento sotto un gelso.

Tisbe, arrivata per prima, si spaventa per l’approssimarsi di una leonessa, e fugge lasciando cadere a terra la sua veste. La leonessa sbrana la veste rimasta sul suolo, sicché, quando giunge, il giovane è indotto a pensare che, a causa del suo ritardo, si sia verificato il peggio.

Senza indugi, disperato e solerte, si dà la morte con la spada.

Trafitto e a punto di morire, ormai incosciente, apre occhi per un attimo e per l’ultima volta, quando sente il nome dell’amata che è tornata e lo piange: “C’è la tua Tisbe con te.” Spirato lui, anche lei si uccide al suo fianco.

(Visited 141 times, 1 visits today)