42. PILLOLE DI DANTE: Traiano il giusto.

L’arte infinita, e a tratti magica, del Signore riesce ad ottenere tutto: a impastare due anime in una come fossero di calda cera e anche a far parlare una scultura marmorea.

Il terzo esempio di umiltà scolpito con divina maestria nella pietra finissima della prima cornice purgatoriale, non rappresenta solo una immagine fissa, ma un intero dialogo tra l’uomo più potente al mondo al momento: l’imperatore Traiano, che Dante vedrà nel cielo di Giove tra le anime giuste del Paradiso, e una povera vedovella (Purg. X) che cerca giustizia per suo figlio assassinato.

L’imperatore, nell’atto di abbandonare Roma per intraprendere la sua campagna militare in Dacia (Romania), e quindi impegnato in responsabilità di ben altro momento, non rifiuta di ascoltare l’umile e indifesa donna, ma le chiede di pazientare fino al suo ritorno, per ottenere la giustizia che tanto brama. Lei, in preda all’angoscia assillante di chi soffre e ha il timore di non poter più ottenere il sollievo, chiede cosa mai succederebbe, se lui, poi, non tornasse affatto, e viene rassicurata dall’affermazione che riceverebbe comunque la giustizia che merita, da qualcun altro potente che verrebbe dopo di lui.

L’umile donna, a questo punto, stimola senza rimedio il senso di giustizia di quel grande con una semplice domanda: “il bene fatto da altri, a cosa ti servirà quando avrai omesso di fare quello che avresti dovuto fare tu?”.

Le occasioni di fare del bene non vanno sprecate. Allora Traiano, esemplare, smonta da cavallo, e dimora ancora il tempo necessario ad assolvere al suo compito di giudice.

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