30. PILLOLE DI DANTE: Uno più sapiente di Dante stesso!

Parlando della teoria della generazione e della relazione anima-corpo nell’essere umano, Dante fa definire, da Stazio, Averroé, (Inf. IV) come più sapiente del poeta pellegrino stesso.

Lui lo aveva già visto nel Limbo, cerchio primo dell’Inferno dove non si soffrono pene fisiche, ma dove unicamente si sospira, dato che raccoglie le anime dei giusti non cristiani: i grandi e i sapienti, i “megalopsicoi”.

Egli è il grande filosofo musulmano che, nonostante la sua grandezza, erra su un dato importantissimo della embriologia medievale.

Tale errore lo spinge a pensare che l’anima individuale muoia con il corpo. Egli era, infatti, propenso a credere che “l’intelletto possibile” -la facoltà intellettiva dell’uomo- fosse una sostanza disgiunta dall’anima individuale umana alla quale si univa solo all’atto d’intendere.

Detto ciò, non ravvisava altra opzione se non quella che all’uomo sopravvivesse solo la parte a lui disgiunta, e che essa fosse unica per tutta la specie umana e impersonale.

Quindi non restava, nell’oltremondano, traccia delle individualità terrene.

Potrebbe sembrare strano vedere un pagano, seguace di Maometto, il quale invece è relegato nel basso Inferno, in un luogo così elevato e nobile nell’economia dell’immane cosmogonia dantesca, ma d’altra parte, nel limbo a fargli compagnia non ci sono solo, e ad esempio, i filosofi greci, latini, i poeti, le stirpi romane, lo stesso Virgilio e Cesare, ma pure il collega Avicenna e persino il famosissimo Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf b. Ayyūb b. Shādī b. Marwān, il feroce Saladino: il guerriero di celebrata forza d’animo che fu tra i più agguerriti e duri avversari dei crociati, che entrò trionfante a Gerusalemme il 2 ottobre 1187, e lottò contro Riccardo Cuor di Leone nel 1191. Due anni dopo la partenza del suo fiero avversario, morì.

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