221. PILLOLE DI DANTE: La lingua del Poeta

Per farci immaginare quanto sia difficile (da non prender sottogamba) raccontare del più profondo luogo dell’Inferno, e quindi, nella cosmogonia geocentrica, anche dell’intero universo, Dante usa una frase che si riferisce alla inesperienza sintattica dei bambini (Inf. XXXII):

ché non è impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l’universo,

né da lingua che chiami mamma o babbo.

La frase, la figura che ne scaturisce, è particolarmente tenera e delicata anche se ubicata in un passaggio di grande forza nell’economia dell’opera (manca ancora la vicenda di Ugolino e Dante vedrà, due canti dopo, Lucifero in persona), e fa venire in mente una domanda: anche se non lo capiamo più bene, se molti, scoraggiati, rinunciano a leggerlo, e tutti si ha bisogno di copiosissime note semantiche oltre che storiche e letterarie, che lingua parla Dante? La risposta è inequivocabile: la nostra!

Nella quale ancora, dopo oltre sette secoli, le due prime parole apprese nella nostra vita suonano esattamente uguali: mamma e babbo.

(Visited 37 times, 1 visits today)