Pirati, Corsari, Bucanieri, Filibustieri e Canagliume Vario

Mia moglie (e non è la sola in America) mi prende sempre in giro quando racconto che un mio antenato era un pirata (si narra che…) “Come fa ad esserci un pirata italiano? Mai sentito che esistessero. Che rubavano spaghetti e spezie?”

Sì! Aveva l’uncino e ci arruncigliava gli spaghetti, si chiamava il pirata Bucanieve.

Ovviamente si scherza! In effetti i pirati ci sono sempre stati, tutti lo sanno, e da noi esercitavano la loro perniciosa attività nel Mediterraneo, da quanto ne so, anche per conto di città marinare come Venezia (per esempio e nel caso del mio mai accreditato antenato).

L’attività di imperversare per mare saccheggiando e depredando (anche con parziale copertura legale) è indicata, in varie lingue, con differenti termini, ognuno dei quali ha delle sue particolarità storiche.

Ora, senza entrare pienamente nel discorso tecnico storiografico, che non sarei in grado di sviluppare, vediamo, come di consueto, solo i tratti etimologici di ciascun termine italiano, appellandoci per lo più alle solite fonti di alta reperibilità che la rete informatica ci mette a disposizione in questa magnifica epoca di libero accesso alla conoscenza, e aggiungendo una comparazione con l’inglese e magari qualche digressione su termini curiosi non specificamente marinareschi.

Canaglia è generico per cattiva persona e criminale, e ovviamente viene pura a semplicemente dal latino canis, cane. Per quanto riguarda i corsari, bucanieri, filibustieri, briganti, etc., invece, ogni vocabolo ha un suo preciso significato e corrispondenze precise con le altre lingue di analoga origine latina-romanza. La parola più diffusa e comprensiva è senza dubbio: pirati!

Con pirata-pirateria in genere ci si riferisce specie a quelle figure che imperversavano nel XVII-XVIII secolo dalle parti del Golfo del Messico e del Mar dei Caraibi e alla loro attività di rapina spesso a scapito di vascelli spagnoli, ma ovviamente la parola in sé indica qualcosa di vecchio come il cucco e antico poco meno che la navigazione stessa.

Pirata è parola d’origine latina (dove pure fa: pirata) -presente anche in inglese con pirate, in spagnolo pirata, olandese piraat, tedesco pirat e che potrebbe discendere dal greco πειρατής (peiratès), secondo una parafrasata definizione: “colui che cerca la sua fortuna nelle avventure”, da peirao o peirazo che significa “esploro lentamente”, affine a peiro (navigare) da cui anche il nostri “porto” e “pelago”, antica parola per “mare” (v. Dante Inf. I, e la sua prima similitudine: “…e come quei che con lena affannata…”) la quale ha una curiosa origine probabilmente onomatopeica dal “plag” o “pleg”, il rumore che fa l’acqua del mare quando viene battuta, magari dal remo. Belle le parole riferite all’acqua: sciacquio, sciabordio, etc. magari le vedremo.

Come più diffusamente ho letto, si interpreta come “colui che attacca”, sempre da peiro, peiran e simili (attaccare, fare un tentativo ostile, o provare, tentare) e da peira-o (provare-tentare) da radice proto indeuropea *per– di “rischiare”, “tentare” (ma anche, pare, “frugare” e “penetrare”), da cui anche il latino peritus (perito-esperto) e anche periculum (in inglese peril, spagnolo peligro), che in latino prima che il nostro “pericolo-periglio” significava proprio “prova”, “esperimento”, tentativo”. In conclusione: “il pirata”, “il pericolo”, ma, e questo è curioso, anche “il perito”, sono vincolati a una stessa origine.

L’antico lemma inglese per le scorribande dei mari era sæsceaða che significava “colui che prende il lavoro altrui senza permesso”, registrato per la prima volta nel 1701.

Il corsaro è pure lui un pirata, ma con un “titolo” apposito per esercitare, la “lettera di corsa” il che gli conferiva uno status particolare. Lo sa chiunque legga la Wikipedia e non la riporto, ma anche questo termine viene dal latino cursus (corso) secondo alcuni poi dallo spagnolo corsa nel senso di “gita in mare”. In francese fa corsaire del XV sec.

Il filibustiere, in uso sin dal XVI sec., storicamente è in specie un bucaniere della parte occidentale dell’India del XVII sec. (per lo più si trattava di avventurieri francesi, olandesi ed inglesi) forse proviene dall’olandese vrijbueter (oggi: vrijbuiter). In inglese (nel 1580 flibutor, pirata), e letteralmente tradotto freebooter -spagnolo filibustero, francese flibustier, e prima fribustier-, in vecchio italiano “scorridore”, o “saccheggiatore”, da letterale traduzione di: “bottino libero”. La diffusione della parola si dovette all’opera olandese De Americaensche Zee-Roovers del 1678 scritta dal bucaniere John Oexmelin, (o Exquemelin, o Esquemeling) tradotta in francese e spagnolo, poi in inglese nel 1684.

Dalla stessa origine di freebooter (saccheggiatore) viene anche bucaniere, parola che ha una curiosa parentela col il barbecue, dato che discende dal francese del 1660, boucanier,  ossia “utilizzatore del boucan” una griglia dei nativi tupi amazzonici per arrostire la carne, il mukem-moquem, variante della barbacoa aitiana, da cui il barbecue americano.

Le parole di pirateria sono ormai usate anche per riferirsi a vario canagliume umano, più come epiteto dispregiativo, quindi, che per il loro carattere e valore storico preciso, a dire: “canaglia”, “brigante”, “ribaldo”, “barattiere”, “manigoldo”, etc.

L’ultima voce la vedemmo a proposito degli aiutanti del boia, non occorre ripetere la sua relazione col collare e le esecuzioni. Su “ribaldi e barattieri” scrissi già un articoletto apparso nella serie “Pillole di Dante”.

Quanto a canaglia, non può sfuggire all’orecchio la sua evidente relazione con il nostro amico più caro, il cane, spesso, povera bestiola, usato in senso dispregiativo nel linguaggio comune.

Brigante non è termine specificamente marinaresco, ma si relaziona a lemmi presi in esame oggi per via dell’italiano “brigantino”, che invece è una tipica nave pirata.

In generale il termine viene da “brigare” e “briga” (fastidio e lite) si riferisce a chi cerca il combattimento, i facinorosi e i malandrini. La “briga”, da cui anche “attaccabrighe”, è proprio la “rissa”, dal basso latino, in cui ha lo stesso valore, e imparentato con il gotico brikan da radice indoeuropea *bhreg- da cui deriva anche break (rompere, spezzare) e il veneto “brega”.

Anche in Dante, lo ricordiamo volentieri, il termine “briga” sta per “contesa”, “guerra” ed è in modo traslato che lo utilizza a proposito del gruppo di anime trascinate dalla tempesta infernale (…detta briga…) a cui appartengono gli immortali Paolo e Francesca.

In inglese la “situazione del brigante” può apparire a tutta prima ingarbugliata. C’è una termine che rimonta letteralmente al nostro: brigand. Esso viene dal linguaggio militare brigade da noi “brigata” ed ha ovviamente la stessa origine, riferendosi proprio a un manipolo di persone, e in genere di mercenari (che appunto erano soliti attaccar briga o contesa). Oggi però è un termine tecnico militare.

“Brigantino”, invece, la nave, è in inglese il brigantine che non va confuso con il brig, che è una abbreviazione del primo ma si riferisce propriamente a un’altra nave (da quanto ho capito) più grossa. Nel linguaggio parlato si usa come noi usiamo “galera”, “nave da galera”, punitiva.

L’italiano “brigante” potrebbe essere tradotto appropriatamente in inglese con bandit, da noi “bandito”, per il quale non ci dilunghiamo, e che viene da “bandire” e da interessantissima radice germanica ban da radice proto indeuropea bha- da cui l’inglese ban, “proibire” (e molto altro, tra cui anche “banale”).

Ma brigante potrebbe essere tradotto pure con il curioso termine scoundrel, lo skowndrell di origini ignote per cui alcuni suggeriscono l’anglo-francese escoundre (dal francese antico escondre) e quindi dal latino volgare excondere, sempre dal latino condere. L’obiezione più forte a questa ipotesi è che tra le due parole passano svariati secoli.

Il facinoroso dal latino facinorosus riporta a facere e specialmente una cattiva azione, e infine malandrino (diffuso anche in francese e in spagnolo, dove esiste il malandro: un giovane delinquente, teppista) si compone, come è ovvio, di “mal” (dal latino malus) e landrino che vale “vagabondo”, “scioperato”, “ladruncolo”. In basco landerra è uno straniero o un mendicante, e così in germanico lenderen (forse composto con “and -terra-) corrispondente all’odierno schlendern è “andare a zonzo”,”passeggiare”. Altri lo riconducono a una sorta di lebbra o elefantiasi chiamata “malandra” dal latino malandrium, che si manifestava come rogna o ragadi all’altezza del ginocchio del cavallo. Ma questo non posso saperlo e non lo ho controllato. 

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