Prefazione a un’edizione unitaria de: “I Coglioni della Mia Vita”

La voce “stupido” nel Dizionario Treccani è definita, al secondo punto, come: nell’uso com., che ha, o denota, scarsissima intelligenza, lentezza e fatica nell’apprendere, ottusità di mente.

Il suo contrario potrebbe essere “intelligente”, e se dovessi dare una personale interpretazione della principale differenza dell’essere stupidi o intelligenti, direi che l’intelligente sa prevedere con certa esattezza le conseguenze delle proprie azioni e, considerando una situazione data, sa immaginare meglio dello stupido (appunto) gli sviluppi futuri. Nel perfettamente intelligente non c’è discrepanza tra ciò che valuta e ciò che si realizza, mentre lo stupido vorrà qualcosa, prenderà, magari, l’iniziativa, ma otterrà tutt’altro. Non menzioniamo che la stupidità intraprendente è oggi (da un trent’anni) ciò che domina l’Italia.

“Coglioneria” e “coglione”, invece, rimandano sempre nel dizionario Treccani, a “minchione” e questo è definito come: persona sciocca, priva di furberia, eccessivamente semplice e credulona.

Nel mio caso il lemma è usato forse un po’ a sproposito, dato che non si applica a persone stupide e credulone (semplici), ma invece, lo si vedrà leggendo i testi, a una umanità arrogante, tronfia, di basso profilo umano, alle sue cadute di stile, all’ipocrisia della convivenza in gruppo, e in genere a personaggi di molto variegata appartenenza sociale, ma mai deboli o emarginati (che susciterebbero solo umana comprensione e di cui sarebbe infame ridere).

Si tratta di soggetti che si propongono come fenomeni -si fa per dire-, ma che devono essere considerati proprio all’opposto, almeno nelle specifiche situazioni riportate. Ecco i boriosi, gli insicuri arroganti, una umanità piccola e meschina, nonostante le apparenze e gli sforzi, priva di rispetto per gli altri e di disinteresse: bestie insopportabilmente noiose ed invadenti, arriviste. Trionfanti e navigati tassidermisti scrotali dell’altrui esistenza. Meticolosi cesellatori di pidocchiosa ruffianeria.

In certi casi si tratta qui della coglioneria frutto di una determinata “cultura” che manipola l’individuo contro sé stesso, ma ciò è sempre conseguenza dell’ipocrisia imperante, ne è un odioso riverbero. Triste!

L’uso di una parola, in un certo senso non del tutto appropriata, dipende solo da un gusto personale, una concessione dovuta al fatto che essa parola, benché ritenuta volgare ed offensiva (e lo è), è usata anche da Leopardi.

Il coglione che descrivo è, comunque, anche lui uno stupido in un certo senso, un sempliciotto, dato che volendo suscitare ammirazione o porsi su un piedistallo, farsi ammirare, distinguersi, non ci riesce, e appare agli occhi dell’osservatore come un cretino, un cialtrone.

Tutti gli aneddoti riportati sono davvero capitati, potrei indicare nome e cognome di ogni specimen, ed ovviamente sono solo una selezione asciutta di tutta l’immane coglioneria a cui uno deve assistere in una vita, e che (questo va precisato) non salva da sé nessun essere umano, compreso lo scrivente, almeno in certe occasioni. C’è chi è però estremamente recidivo nella coglioneria, e chi pare basarci la propria esistenza, a prescindere da posizioni e opinioni, agio economico, idee, ideologie, sesso, razza, religione, etc.

Anche se nessuno è a salvo ho cercato di essere corretto! In nessuno degli aneddoti si tratta di situazioni in cui la coglioneria esce facile a chiunque: sbronze, tumulti, assembramenti, spettacoli affollati, serate di particolare agitazione, innamoramenti, e tutti gli altri stati di alterazione emotiva e percettiva. Ogni coglione di cui si parla è stato coglione per scelta personale, quindi, con una totale, liberissima adesione all’immagine stronza che voleva dare di sé, benché inconsapevole di suscitarla: con coscienza e volontà.

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