PREPARIAMOCI ALLA QUINDANA PARTE II (amarcord)

Sono un ingenuo cresciuto tra storie epiche e in una città antica anche più di Roma, forse è normale (o comprensibile) che la mia aspirazione fosse quella di essere un eroe e che, per maleducazione, avessi frainteso, e sperassi di potermi avvicinare ai miei obbiettivi ambiziosissimi semplicemente riesumando i fasti del passato e scimmiottandoli con delle mascherate.

Caduto nella trappola di suggellare ogni buco di conoscenza (cratere) con la pastosa malta del pregiudizio dozzinale di una estetica e un nozionismo nazionalpopolare che ha del ridicolo e del delirante (da hoax, o leggenda urbana), sono costretto a volgermi indietro nella mia vita e riconoscermi turpemente camuffato da guerriero per le vie del natio borgo, esibendomi tronfio e incorazzato in pettorale del millequatrocentocinquanta di foggia ispanica, avventurosamente capitombolato in un supposto angolo di milletrecento piceno.

Ci avevo tutto! Pure una inaggiudicabile e folta chioma di cui la crudele natura ha pensato bene di privarmi. Credessi in qualcosa, direi che me lo sono meritato! Il pregiudizio che traccia un filo rosso tra: un marchigiano classe millenovecentosettantacinque, i vichinghi del nord dell’anno mille, l’heavy metal, i capelli lunghi, Tolkien e la voglia di avventure, e pensare che un guerriero abbia qualcosa di virtuoso e assimilabile a un palestrato coglione di vent’anni che non mai fatto male a una mosca, andrebbe punito con la soppressione fisica.

Purtroppo la pena è stata anche peggiore! È arrivata la consapevolezza invece! E con essa l’incapacità ad accettare i deliri che ogni anno un inferno dantesco popolato di concittadini mi imbastisce sotto gli occhi più abilmente della mia capacità a distogliere lo sguardo e lasciar correre.

Ci fu un tempo in cui pentito e contrito, con amici, per evitare di inerpicarci in espiazione su fino al monte Kailash, si decise di intraprendere un’opera ancor più ardua: costruire qualcosa di davvero filologico e pertinente nell’ambito delle rievocazioni storiche cittadine.

Tra mille difficoltà il gruppo di scherma si sciolse, ma non senza aver raggiunto un livello eccellente e i complimenti di tante altre più antiche e blasonate associazioni. Fuori Ascoli a un certo punto fioccavano ingaggi e lodi, ma io me ne ero già andato lontano e confuso.

In loco si sfilò una sola volta con la quintana, perché, se sei troppo accurato, stoni, e te ne vai tu, non i figuranti avvolti in panni provenienti da una dimensione parallela popolata solo di sarti burloni e cappellai pazzi. Implicita ammissione di cialtroneria! Privatamente e in pochi anni i miei amici avevano fatto meglio di chi ha fondi e un apparato piuttosto oliato, unto.

Negli anni 50 certe incongruenze e approssimazioni possono passare, nei 90 no, negli 0 tantomeno, nei 10 è vergognoso, ma in Italia non si cambia! All’estero, Europa Spagna esclusa, la prassi nelle rievocazioni è l’ipercompetenza, qui, nella “penisola che non c’è”, si procede alla cieca, ignari del tutto del fatto che il mondo questa penisola la sta lasciando indietro, e che gli altri vanno avanti.

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