Quel Treno che va ad Ovest

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Primo aprile!

Sì, primo aprile, è passato un anno esatto da quando saltai sul treno merci che passa vicino casa per esplorare gli Stati Uniti. La più grande della avventure.  
Le cose più importanti della vita si fanno all’improvviso, senza pianificare, ex abruzzo.
Ricordo che stavo correndo accanto ai binari, quando il vecchio treno della Union Pacific mi passa accanto, fischiando per avvisarmi del periglio; vanno così lenti e sono così chilometrici che ebbi tutto il tempo di prendere una decisione.
“Chissà dove porta questo convoglio, probabilmente va ad ovest, per le vecchie vie percorse da chi scortava il bestiame e lo consegnava alle zone colonizzate più di recente, Dodge, e forse poi sud, l’Oklahoma, o persino il Texas…” Smisi di pensare, invertii la marcia; ne mancavano pochi e corsi dietro a un vagone aperto, mi afferrai a una barra, mi tirai su, e mi misi a sedere. Come nei film. 
Non avevo un soldo, ero sudato, non avevo detto nulla a casa e non avevo neppure il cellulare; avrei dovuto preoccuparmi, chissà per quanto tempo sarei stato via, invece niente di tutto questo, e per un momento mi sentii soltanto libero dalla schiavitù del quotidiano, compresa quella della tecnologia, che ci obbliga a parlare di noi, ad esibirci in un circo di menzogne, un minuetto di narcisismo. Niente foto! “Quello che vedrò è solo per me”, pensai.
Respirai forte i fumi di carbone, era il profumo della libertà e della natura.
Le Montagne Rocciose che si presero tante vite irlandesi, magari Denver, il Grand Canyon, giù giù fino alla California, e chissà in lontananza, col caldo del deserto e i deliri di un cervello reso croccante dalla disidratazione, pensare di scorgere persino El Dorado… fantasticavo, a dire il vero un po’ infreddolito per l’aria sulla sudata.
Il treno andava semplicemente alla stazione centrale della mia città, per essere smistato. Avrei potuto capirlo dal fatto che vivo a est di essa. Le cose senza pensare hanno dei bei rischi.
Una volta fermo quasi non feci in tempo a saltare giù che la polizia mi fermò usando spray al peperoncino e sbattendomi a terra. “freeze!
“Fascisti!” Dissi con sdegno.
Non avevo neppure avuto il tempo di lasciare uno dei miei soliti pensieri, una frase, tra le assi maleodoranti, ma intrise di libertà del vagone. 

Mi portarono in galera, dove rimasi per un giorno tossendo in modo molesto tra spostati e vagabondi parecchio ostili; poi mi accusarono di procurato allarme. Mia moglie arrivò il giorno dopo con tanto di avvocato e gli incartamenti del divorzio già firmati.
Pensai che questi sono i modi in cui la società cerca di limitare il nostro spirito libero, cerca di renderci schiavi e sottomessi a uno stile di vita ossessivo, fatto di responsabilità e regole, di pianificazione.
Non mi venne in testa nemmeno per un momento di essere un coglione, come mi definivano tutti ormai, dalla mia famiglia, al poliziotto energumeno che me le diede di santa ragione sotto quel treno che andava ad ovest.

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