RACCONTO DISTOPICO: Breve Storia della Macchina dell’Onestà

Durante la prima metà del ventunesimo secolo, la corruzione rappresentava un tale problema globale, e i suoi effetti erano così devastanti, che fu necessario iniziare a studiare dei rimedi efficaci per limitarne la diffusione e i conseguenti pregiudizi.

Si elaborarono modelli e analisi di vario tipo, anche perché studiosi di tutte le branche dello scibile umano iniziarono a metterci mano: sociologi, giuristi, medici, filosofi, ma anche ingegneri, fisici, militari etc.; tanto persone formate in ambito, così detto, “umanistico”, che “scientifico”.

Si crearono anche grossi gruppi di studio, trasversali, che si proposero -e promisero- di trovare una risposta teorica, e poi una soluzione efficace, nella titanica ristrettezza di tempi di qualche anno.

Al principio parve che le scienze sociali applicate al diritto avrebbero potuto ben inquadrare la faccenda. Si iniziò cercando di definire il problema senza tabù, chiamando, per una volta, vista la forte ipocrisia tipica di quella bizzarra epoca storica, le cose col loro nome, e cercando di capire per quale ragione questa devianza fosse così spudoratamente diffusa seppure formalmente condannata.

Detto in breve! Si arrivò alla conclusione che quella corruttiva era vissuta come un’opzione del tutto legittima da parte di chi la compieva, e che ciascuno la biasimava solo quando non era lui a realizzarla.

Questa distorsione tra “atto-azione” e “pensiero-teoria”, o, per dirlo in altro modo, tra “scelta concreta” e “adesione a un modello di correttezza teorico”, creava una gran serie di devianze comportamentali che pregiudicavano fortemente la collettività e lo sfruttamento-ottimizzazione delle risorse.

Oltre ad avere a una serie di ripercussioni negative che non erano mai state considerate seriamente e che sorpresero tutti all’ora della effettiva quantificazione.

Il costo della corruzione era colossale! In breve si capì che, nella stragrande maggioranza dei casi, il processo mentale di scelta e selezione dell’opzione concreta da portare avanti, da parte di ciascuno, considerava solo a corto termine le ripercussioni dei propri comportamenti sulla vita della collettività e paradossalmente anche sulla propria. Un retaggio evolutivo di “stupidità animale”, si disse.

Inoltre si dimostrò come certo che, il riconoscimento-gratitudine da parte dei consociati verso le scelte da considerarsi “oneste”, secondo parametri fissati con rigore -e irriproducibili in questa sede- era solo formale, ma non sostanziale.

Cioè, tutti -o moltissimi- biasimavano la disonestà solo a parole, ma non per autentico convincimento intimo, apprezzandone, invece, i frutti e i vantaggi, ma non volendo rinunciare al contempo all’approvazione collettiva di dichiararsi “onesti”.

Per farla corta: uno strano meccanismo di interpretazione comportamentale, tipico delle bestie intelligenti (simile a quello per il quale, a prescindere dall’atteggiamento esteriore del soggetto col quale è a contatto, il cane “riconosce la paura”) faceva sì che persone, spesso prive di grandi doti intellettive, ma dotate di una grande spregiudicatezza, percepissero questo “vuoto di rimprovero” e riuscissero a primeggiare nella società avvantaggiandosene personalmente, per mero istinto.

La complessa analisi che si sviluppò, straordinariamente accurata e corretta -e qui riprodotta in modo poco fine e troppo rapido- non riusciva però a portare a nessun miglioramento concreto, ma solo a far pensare a una necessaria resa all’evidenza dello stato delle cose. In estrema sintesi, arrendersi al fatto che l’homo sapiens non era ancora dotato, generalmente, di una capacità intellettiva tale da adottare una condotta razionalmente impeccabile e vantaggiosa sia per il singolo che per la comunità. Troppe le controspinte egoistiche.

Tutto cambiò quando un geniale ingegnere tedesco, sulla scorta delle accurate analisi di come e cosa considerare “vantaggioso” e “onesto” per la collettività e il singolo, cosa esigere da ciascuno come comportamento corretto, fu in grado di inventare la “macchina dell’onestà” (secondo la sciocca dicitura che fu coniata per poter puntare sulla sua globale adozione e diffusione).

Si trattò di un meccanismo che realizzava dei test comportamentali usando dei parametri precisi e razionali e valutava, senza possibile margine di errore, il grado di comprensione di ciascuno della scelta più vantaggiosa per il singolo e la collettività.

In tal modo si riusciva a stabilire una graduatoria che, senza lasciare dubbi, indicava a quali persone sarebbe stato conveniente affidare determinati incarichi, o certe mansioni delicate, in modo da approssimarsi il più possibile a un risultato ottimale che bilanciasse esigenze personali e collettive.

La macchina non poteva, una volta stabiliti dei parametri rigorosi, sbagliare.

Il suo funzionamento, molto complicato dal punto di vista tecnico, otteneva però un effetto strabiliante dal punto di vista concreto e realizzava un’operazione, in un certo qual senso, piuttosto semplice da intendere e descrivere.

Si trattava, in definitiva, di una sorta di simulatore che poneva la persona dinanzi a delle scelte concrete. Un test che chiunque era obbligato a fare nella propria vita, varie volte, a seconda del proprio ruolo sociale e dei risultati ottenuti.

Un calcolatore avrebbe elaborato i dati estrapolati e redatto dei responsi, secondo un preciso modello matematico, un algoritmo, in merito alla attitudine di ciascuno a cert’uni piuttosto che cert’altri ruoli sociali, considerandone l’affidabilità.

Il tester non portava via tempo: andava usato nel sonno. Durante lo stesso esso generava delle situazioni fittizie o virtuali (sogni) che, dalla persona oggetto dell’esame, erano vissute come assolutamente concrete e reali.

In esse egli avrebbe realizzato delle scelte molto significative per stabilire il suo grado di onestà e generosità e la vicinanza o meno ai parametri che la razionalità umana aveva stabilito come assolutamente vantaggiosi.

I comportamenti assunti, le scelte realizzate, definivano, in pratica, “l’onestà di ciascuno”.

A seconda del coefficiente ottenuto nella prova, a ognuno, venivano destinate delle mansioni, affidati determinati incarichi e la gestione di situazioni più o meno delicate e rilevanti e di interesse generale più o meno elevato.

La macchina tester ebbe molti effetti benefici.

La democrazia divenne, in breve, un sistema obsoleto e inutile. Non si votò più. La gestione degli interessi comuni era, in automatico, delegata alle persone con le migliori attitudini alla stessa, una preparazione specifica e una onestà di rara elevatezza.

Tali soggetti, va da sé, si sottoponevano al test a ritmi piuttosto serrati per verificare che la loro psiche non subisse dei cambiamenti a seguito dello stress dovuto dall’assolvimento di incarichi di gran rilevanza e la gestione di interessi colossali.

Si ridusse pure in modo significativo la criminalità e ogni comportamento deviato, dal momento che il tester lavorava, sì, in un ambiente onirico, e “chiuso” nel cervello di ciascuno, vale a dire senza effettiva ripercussione sulla “realtà”, ma che la persona credeva reale. Infatti, pur sapendo, da sveglio, di essere sul punto di usarlo, il soggetto perdeva le tracce di questa consapevolezza una volta addormentatosi.

Considerando, di contro, il fatto che invece rimaneva nella mente dell’usuario il dato cognitivo per cui l’onestà era oramai un valore fondamentale per poter ottenere il meglio nella gerarchia sociale, molti opportunisti ed egoisti, non sapendo se le proprie azioni si stessero verificando in un test-simulatore onirico, o nella realtà, vale a dire non sapendo se sarebbero state “viste” e poi prese in considerazione per determinare il loro futuro incarico e ruolo sociale, si mostravano molto più inclini ad adottare comportamenti “corretti” che altrimenti, prima, non avrebbero mai adottato. Pur privi di autentica adesione spirituale verso di essi.

Si registrò, dopo un qualche tempo di impiego, su tutti i soggetti del globo, della ormai irrinunciabile “macchina”, una fortissima diminuzione della corruzione, e poi la sua, praticamente definitiva, scomparsa.

Si moltiplicavano, invece, comportamenti che, un tempo, sarebbero addirittura stati definiti come “eroici”: telefoni che si alzavano istantaneamente per segnalare a chi di dovere tentativi di corruzione, le forze dell’ordine, integerrime e solerti come non mai, accorrevano a suddette chiamate e intervenivano con intransigenza, tutti agivano senza “guardare in faccia a nessuno”, si diedero casi di multe per divieto di sosta a primi ministri, i portafogli erano restituiti senza che mancasse una banconota, i conti erano pagati per intero anche dopo errori di cassieri di cui si si sarebbe potuti approfittare, scomparvero persino gli inganni coniugali, e la difesa della propria prole.

Nei regimi più autoritari si diedero persino negative indefesse ad eseguire questa o quella violenza o sopruso. C’è da dire che in questi ultimi casi all’inizio, cioè fino a che non furono cambiati a furor di popolo certi biechi sistemi politici, i comportamenti più intransigenti e dissonanti con l’ordine costituito, realizzati “per errore” nella vita reale, mentre, probabilmente, si credeva di essere in un test, portarono persino alla morte di svariati inconsapevoli o involontari “eroi”.

Questi eccessi furono proprio ciò che spinse all’adozione massiccia e obbligatoria del tester in tutti i paesi del globo e a una serie di rivoluzioni senza scampo.

Fu infatti evidente che i paesi che se ne erano muniti, e lo avevano settato su parametri perfetti per massimizzare il beneficio nazionale, avevano un vantaggio materiale e una qualità di vita incommensurabilmente maggiore degli altri.

Quando la macchina fu adottata in tutto il globo, scomparve anche la necessità di impostarla per la massimizzazione dei soli benefici nazionali, poiché essi arrivarono a coincidere con quelli dell’intero pianeta.

Solo superata quella fase, si giunse alla civiltà odierna, dato che, nell’arco di poche generazioni, si intese che testare i comportamenti non era più necessario, dato che ciò aveva funto anche da sistema educativo.

Ormai ogni individuo rispondeva spontaneamente con un soddisfacente grado di approssimazione al comportamento idealmente migliore, e non a causa del sospetto di essere sotto osservazione.

Fu lì che l’umanità fece quel tremendo balzo in avanti nella gestione e distribuzione delle proprie risorse che conosciamo: sparirono quasi completamente criminalità e repressione, le ultime devianze, inevitabili, furono accettate e trattate senza aggressività e odio; scomparve il concetto di pena, fu del tutto inutile spendere risorse per la politica; le persone migliori e più generose iniziarono ad avere anche un vantaggio e un riconoscimento per le proprie doti e sacrifici.

Chiaro che quello a cui, tutto sommato e se vogliamo concederci una nota di romantico languore, si rinunciò, e ciò che è ora relegato al “mistero” della affinità elettiva nell’accoppiamento e la riproduzione: conoscere la differenza tra una generosità che potremmo definire “autentica” e un calcolato e ben applicato utilitarismo.

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2 thoughts on “RACCONTO DISTOPICO: Breve Storia della Macchina dell’Onestà

  1. per capire: distopico sarebbe il contrario di utopico. L’utopia, nel senso del comune sentire, prefigura e identifica (lo si da per scontato) una cosa bella, perfetta, e, quindi, anche un mondo perfetto, vivibile, senza ingiustizie; cioè irrealizzabile (appunto una utopia). In tal caso (del racconto) il distopico si fonde con l’utopico apparendo non un contrario ma un sinonimo. O sono fuori di testa completamente?

  2. sì, distopico può considerarsi contrapposto a utopico. Forse è usato a sproposito qui, visto che gli effetti ultimi della “macchina” sono piuttosto confortanti, ma l’ho preferito a “utopico” per varie ragioni: la prima è che la negatività (se vogliamo) della parola “distopico” non va riferita al contenuto positivo del futuro, quanto alla situazione originaria, vissuta dal redattore come passato, il racconto quindi tratta di una soluzione (fantasiosa) a un problema reale, che perciò secondo me ha una centralità che andava risaltata. Inoltre per l’uso convenzionale di “utopico” che purtroppo è alquanto inquinato da un senso di ingenuità e faciloneria che detesto e che non avrei voluto accostare neppure inconsciamente al contenuto del discorso..

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