Referendum: la scelta del “forse”

Il referendum è una forma di consultazione democratica diretta per mezzo della quale i cittadini sono chiamati ad esprimersi su una questione determinata; in Italia ciò avviene attraverso il solo quesito abrogativo, e mai quello propositivo.

Le possibilità del consultato dinanzi a questo strumento giuridico universalmente conosciuto possono essere sostanzialmente due: o il voto, o l’astensione.
Il voto a sua volta può manifestarsi in tre (più un quarto) modi principali: con un “sì”, con un “no”, o annullando la scheda (in questo caso presentarla in bianco ha gli stessi effetti). Nel primo caso la proposta del referendum sarà accettata, nel secondo respinta.
Il terzo caso è diverso dall’astensione, nonostante, in sostanza, non propenda né per l’uno, né per l’altro esito concreto rispetto alla consultazione.
La differenza risiede nel fatto che il partecipante, recandosi alle urne, contribuisce al raggiungimento del c.d. “quorum”, cioè della soglia di partecipazione minima affinché il referendum dispieghi gli effetti decisori che gli sono propri. Mentre l’astenuto non entrerà nel computo.
Ve da sé che chi si astiene può farlo non solo per completo disinteresse, ma anche con la determinazione consapevole di non far arrivare il referendum al successo.

In Italia, tuttavia, esiste una quarta possibilità, modo in cui porsi dinanzi a tale consultazione: rispondere “forse” alla quaestio.

Con il “forse”, che va apposto in stampatello sull’apposito spazio in alto a sinistra nella scheda, il cittadino non si sbilancia e non propende immediatamente per nessuno degli esiti, ma attende fiducioso uno qualunque di essi.

Si tratta invero dell’applicazione di un vecchio istituto di origini (curiosamente) letterarie, la captatio benevolentiae, trasposto poi al voto, radicalizzandolo, affinché si adattasse alla peculiare società e politica italiana, e mediandolo col principio assai amato dalle stesse di “saltare sul carro del vincitore”, il quale, sempre molto in voga, conobbe però rinnovato e diffuso successo specie dopo la caduta del fascismo e fu così adottato dalla Repubblica Italiana, addirittura prima della Costituzione come suo pilastro fondamentale.

Vediamo gli effetti della scheda “in forse”.
Il cittadino si reca alle urne, “forse”, vale a dire, in primo luogo non si sa se si asterrà o no; se il quorum è raggiunto, la sua presenza andrà contata tra quelle attive, altrimenti andrà contata tra le astensioni. Come se non si fosse mai mosso da casa, il suo nome non apparirà tra i votanti.  

Qualora, poi, il quorum fosse raggiunto, il voto “in forse”, andrà contato tra quelli più numerosi.
In tal modo il cittadino si assicura di stare sempre dalla parte del vincitore in modo attivo e legittimo. 

A molti, si sa, non importa l’esito concreto di una vicenda, ma solo di potersi ascrivere alla maggioranza a pieno titolo, e questo è lo scopo dell’istituto del “forse”, inedito in altri sistemi. Così facendo ciascuno può comodamente evitare di prendere decisioni, schierarsi, dire la sua, esporsi a critiche, o sbagliare parte.

È pertanto raccomandabile, per coloro che non vogliono noie, compresa quella di essere tacciati di passività o indifferenza alla vita politica, di fare il piccolo sforzo di recarsi alle urne e votare “forse”.

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