Riflessioni dopo una conferenza sullo Übermensch.

Premettendo che non solo non sono un esperto, ma mi classifico come un “curioso”, quindi piuttosto in basso nella graduatoria del conoscimento di opere e interpretazioni del filosofo tedesco, vorrei comunque provare a dire la mia.

La filosofia di Nietzsche non è sistematica, e si è prestata a interpretazioni delle più disparate. Non ho letto a sufficienza per poter affermare che le possibili esegesi siano state esaurite, e poi su questo non ci può essere garanzia per il futuro, ma l’impressione è questa.

Sul superuomo sono state fatte letture di ogni genere, banali, complesse e anche delle più deliranti e delle meno attinenti agli scritti del suo creatore, come è noto, anche nelle conseguenze pratiche. Ultimamente si è persino identificata tale figura col Cristo.

Possiamo ormai fare due discorsi distinti su questo strano e a tratti “sinistro” pezzo di pensiero del novecento: il primo, filologico, per cercare di capire di cosa volesse parlare esattamente il suo autore, ed il secondo per intendere cosa potrebbe rimanere oggi di esso e della sua “profezia”.

Leggendo Nietzsche ho sempre avuto l’idea che egli, pur essendo profetico a sua volta, detestasse l’idea che l’uomo dovesse essere, e aspettasse di essere salvato dall’esterno, che debba scendere, o venire, qualcuno a salvarlo, tanto è vero che il suo  Zarathustra annuncia ai “vecchi uomini” la venuta di quello che è oltre loro e che, verosimilmente, non avrà necessità di altre profezie e aiuti esterni.

Forse l’assunzione della capacità di salvarsi da se, o l’assunzione della posizione di non voler essere salvati, era quella che avrebbe davvero spinto l’uomo oltre se stesso, rendendolo qualcosa di diverso, quindi un essere moralmente superiore forse, e al di là delle necessità della natura, ma non lo ho mai capito veramente. Ad ogni modo rimane che il superuomo (o come dir si voglia) è qualcosa di ulteriore e diverso dall’uomo attuale, e come tale “disumano” o “oltreumano”.

Durante la letteratura del novecento, la disumanizzazione, anche a causa dei profondi e rapidi cambiamenti occorsi, e soprattutto della politica atroce e violenta che ha contraddistinto quel periodo, è stata un tema centrale in molti autori, specie di distopie, i quali hanno trattato di un “mondo nuovo” nel quale difficilmente potrebbe identificarsi quello corrente, e di genti pure ormai lontane da noi. In effetti tutte le distopie parlano di questo. Blade Runner compreso!

Un profondo cambiamento della natura umana, tale da non renderla più “riconoscibile” a se stessa con questo nome, e quindi nella necessità di cambiarlo, è qualcosa di profondamente connesso all’evoluzione, concetto che moltissimi hanno da subito, infatti, relazionato e studiato proprio assieme al superuomo, e che l’autore ammette piuttosto esplicitamente in alcuni passaggi della sua opera.

Ebbene oggi, benché questa interpretazione abbia dato luogo a dei fraintendimenti mostruosi, tanto che sia Nietzsche che Darwin sono stati oggetto di critiche e accuse immeritate, e originate da errori madornali di altri (retaggio che perdura) mi pare che la lettura del superuomo in chiave evoluzionista sia l’unica che ancora possa reggere e sfuggire a romanticherie quali l’insorgere di una figura dagli attributi neopagani, classici, o preclassici, o a un sostanziale travisamento dello scritto.

Sinceramente mentre un uomo di oggi, che abbia preso sul serio la modernità e la scienza (e magari le ami), non saprebbe proprio che farsene del neopaganesimo, di un salto evolutivo sì che saprebbe approfittare. Tanto è vero che nella cinematografia, e nell’arte popolare, dalla musica, alla fumettistica, etc., uno dei nostri attuali chiodi fissi è realizzare tale salto evolutivo.

Ebbene oggi, con buona pace di coloro che pensavano che la selezione della razza perfetta andasse realizzata e potesse essere realizzata solo con atrocità e violenza, la scienza sta arrivando a poter guidare autonomamente e in modo del tutto “indolore” quella tremenda dinamica, fonte di sofferenza, che è l’adattamento della specie all’ambiente.

Come è noto, mentre la natura, ciecamente, seleziona gli individui facendoli prima nascere, e poi, di alcuni con certe caratteristiche facendo dei “vincenti”, e di altri dei “perdenti”, dinamica che implica grandi, appunto, sofferenze sia fisiche che morali (per l’essere umano), le manipolazioni genetiche potrebbero consentire di avere nascite di individui tutti perfetti per l’ambiente che hanno attorno. La selezione diventa mirata, certa, precisa, per la prima volta nella storia del pianeta. Un passo titanico!

In natura, attualmente, ogni “imperfezione” è tale solo dal punto di vista di un determinato contesto ambientale, dato che essa imperfezione potrebbe magari arrivare ad essere un vantaggio in altre circostanze. Mutate le condizioni, il cammino che l’evoluzione della specie prenderebbe, privilegerebbe altri soggetti, altrimenti scartati, fino a creare discendenze anche molto diverse dalle ancestrali.

È evidente, per fare qualche esempio banalissimo, che il vello potrebbe essere per la specie umana un vantaggio o uno svantaggio a seconda del clima, idem il colore della pelle, ma pure l’altezza, o l’intelligenza e perfino quelle che oggi sono patologie potrebbero essere una risorsa e non solo un impedimento a seconda delle diversità ambientali future. Altri tentativi semplicemente sono destinati al fallimento immediato. La natura, cieca, si tiene “aperti i giochi” nelle diversità e si orienta così, a tentoni, fino all’estinzione totale della specie. Ovviamente tale dinamica è del tutto incurante delle sofferenze, spesso immani, di ciascun individuo.

La selezione guidata delle caratteristiche personali, invece, permetterebbe la nascita di esseri del tutto nuovi, perfetti per l’ambiente, sani, straordinariamente dotati, e per di più permetterebbe anche la costruzione di generazioni future sempre adattabili a nuovi eventuali cambiamenti ambientali. L’uomo, infine, dopo centinaia di migliaia di anni di sofferenze, può salvarsi da se!

La nascita di esseri del genere porterebbe senza dubbio un tale passo avanti nella storia della nostra specie animale che il nostro nome dovrebbe cambiare in qualche modo. Non si tratterà più di uomini e basta, come noi non siamo scimmie e nemmeno erectus, o Cro Magnon, o ominidi vari.

E non solo. I progressi della scienza vanno anche al di là del mero controllo della genetica e delle mutazioni del dna, oggi potremmo avere esseri in parte macchina con delle capacità assolutamente potenziate e impensabili per un attuale appartenente all’umanità. Chi nascerà con tali caratteristiche non si riconoscerà più in noi, e ci compatirà, ammesso che i sentimenti rimangano nella nuova specie, e siano utili al futuro, come noi compatiamo le scimmie. Sul punto, e solo su di esso, esattamente come profetizzava Nietzsche, il quale non pare essersi figurato questo preciso scenario, ma parrebbe in effetti pensare a tutt’altro.

Il prossimo uomo che non si chiamerà più solo “uomo”, sarà un essere del genere. A molti non piace una rappresentazione del futuro in tali termini, forse anche perché tale idea implica la nostra fine e perché, se è vero che compatiamo le scimmie, ci piacciamo e consideriamo “mostri” gli esseri migliori, fingendo che una caratteristica irrinunciabile e “bella” della nostra esistenza siano proprio le nostre imperfezioni.

Così non è! Ogni imperfezione è solo sofferenza, e ci piace egoisticamente che “esista”, ma lontani da noi, che dentro abbiamo impressa dalla natura la lotta per primeggiare. Ognuno vorrebbe per se non essere calvo, o debole, o miope, o asimmetrico, o idrocefalo, etc., e fa buon viso solo quando sa di non poterci fare nulla. Nessuno vorrebbe un figlio malato, o in difficoltà, o inferiore agli altri. Anche questo è impresso dalla natura, e oggi possiamo averlo, finalmente per tutti.

E sono convinto che così sarà, perché la natura fa il suo corso, ed è inevitabile che tali capacità e conoscenze nuove verranno impiegate, e noi ci estingueremo, dato che una forza irresistibile le accompagna e spinge: quella della sopravvivenza.

Che possa piacere, spaventare, o meno l’idea, e a me piace, dato che implica una minore sofferenza per gli esseri futuri ed un maggiore dominio sulla natura, la conferma oggi più concreta delle profezie di Nietzsche si trova nella scienza e nella creazione di un essere di base uomo, ma non più solo tale.

 

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