Riflessioni sul Dio Malvagio

Sto elaborando una storia che potremmo definire horror nella quale dovrò usare uno dei concetti che più mi ha affascinato (da sempre) e che ho sbozzato anche in altri scritti. Ecco un sunto delle tematiche implicate. 

L’idea di un “dio malvagio” non è certo nuova, ma nemmeno abusata nella finzione narrativa quanto per esempio gli zombie o i vampiri, e permette nuovi scenari e riflessioni. Gli “dèi” malvagi (plurale) sono già più comuni, Cthulhu, Melkor, Sauron, Satana, etc.

La polemica su “dio”, come tutti sanno ha infiammato, anche con assassinii perpetrati nell’abbaglio dei roghi, quasi due millenni della nostra storia. Oggi, finalmente, è assolutamente screditata –di fatto- e relegata a una trattazione pressoché “artistica” o popolare (credere è anche esso popolare). È praticamente scomparsa dalle accademie e dalla trattazione scientifica, in pratica.

Le dicotomie dio-diavolo, bene-male sono interessanti, oggi, da un punto di vista letterario, di ficcion, di intrattenimento, e suggestive, ma nessuno le prende più davvero sul serio. Sono solo funzionali alla mente e rappresentazione umana del mondo, ma non descrivono l’esistente in modo proprio, rigoroso.

Tanto è vero che le braci dei roghi sono ormai interamente combuste e spente, il fanatismo è limitato, la violenza inammissibile, ed ogni sorta di idea e teoria ha visto la luce e viene proposta senza suscitare efferatezze. Semmai, verso certo pensiero, viene usata, in alcuni casi, la censura, ma è sempre qualcosa di molto minor impatto di un rogo.

Alcune proposte sono più significative ed eleganti di altre, e ne rimane una validità (a volte somma) per la descrizione che l’uomo voglia fare di sé nell’universo, la comprensione del suo ruolo, della gioia o disgrazia di sapersi esistenti.

Semplifichiamo moltissimo un discorso altrimenti impossibile.

Nell’insegnamento religioso con cui siamo educati, ogni alternativa parte da lì, il mondo non potrebbe esistere senza un suo creatore ed ordinatore. Da un certo punto di vista questa idea di una necessaria origine, e meglio ancora di un momento determinato di partenza, dal quale inizia a scorrere il tempo del mondo caduco, è piuttosto semplice ed intuitiva. Essa forse deriva solo dalla struttura mentale stessa dell’essere umano, che, al suo stato attuale, e per la porzione di materia che abita, è necessariamente legato al concetto di causalità.

In breve, risalendo, andando a ritroso, dagli effetti alle cause (contemplando il cambiamento e il divenire) per la mente umana pare inevitabile, intuitivamente, che essi effetti debbano avere avuto un punto di inizio, debba esserci stata, cioè, una causa prima da cui si sprigionano. E che qualcuno debba aver causato, appunto, ciò che esiste. La percezione del mondo come “ordinato” e la presenza della nostra capacità di comprensione delle cose, fa pensare ad una mente infinitamente superiore alla nostra e ordinatrice di tutto.

Tralasciamo ora che la fisica attualmente ha molto ridimensionato la validità delle dinamiche causali, e lo stesso ha fatto la filosofia sulla scorta di essa. Viviamo piuttosto in una comprensione “nostra” (mentale, illusoria, provinciale) del mondo, funzionale e limitata alla nostra conformazione e interazione spicciola con l’ambiente (nel quale gli oggetti reagiscono, o paiono reagire, a forze in modi che crediamo comprensibili e descrivibili su base causale).

Tale ente che crea il mondo lo crea, da dottrina, tutto, nella sua interezza, e lo domina senza eccezioni, almeno così ci viene presentato dopo secoli di studi e diatribe. Non c’è qualcosa che abbia origine al di fuori di lui, autonomamente, esterno. Come tutti sappiamo tale ente è puro amore, essere perfettissimo, onnipotente, etc. Tutti siamo andati al catechismo.

Se lui crea tutto, avrà creato anche “il male”, però, quello che l’essere umano sperimenta nel suo quotidiano con le sofferenze e il dolore.

In effetti no! Dio crea tutto, sì, ma non crea anche il male, cioè non crea Satana già come tale. Dio crea un angelo buono come gli altri e poi crea anche la libertà di scelta, dota le sue creature di tale libertà, ed è solo allora che si crea il male. Che non esiste di per sé, ma è solo un “vuoto di bene”.

Il male non viene direttamente da Dio, quindi, (e nemmeno da una creazione “imperfetta”, parrebbe) ma il suo antagonista decide autonomamente di divenirne il portatore con una libera scelta. In piccolo, l’uomo fa lo stesso cedendo a una tentazione. Si soffre per degli sbagli e delle imperfezioni, sempre (anche la malattia non è dovuta a una imperfezione del corpo?). Come spiegare la presenza della sofferenza inevitabile, in un mondo creato da un ente perfettissimo e buono se non immaginando un “errore originario” e gravissimo che abbia provocato una reazione punitiva? Il peccato originale! È per questo che la donna partorisce con dolore, non per l’evoluzione dei mammiferi.

Si tratta di una costruzione a tratti affascinante (a tratti nefasta) ma allo stato attuale della comprensione del mondo assolutamente inverosimile e puerile. E comunque, anche senza appellarsi ad alternative, essa stessa è costretta pur sempre ad ammettere la scomoda idea di un dio infinitamente buono e amorevole che tollera un mondo in cui i suoi figli soffrono, pur essendo egli onnipotente. Vale a dire potendo evitare il male da subito!

Ad ogni modo i risvolti, le implicazioni, di tutto questo delirio, sono così ricchi e interessanti che diviene pressoché inevitabile dedicargli tempo, orientare la propria mente per le diramazioni, tutte incongruenti e paradossali, di tali storie. In tal senso pare abbiano ragione i credenti: dio è umanamente necessario! Moltissime opere, anche attuali, vedono come protagonisti dei e antidei.

Dopo la “scelta satanica”, errata, perdente, di ambire a sostituirsi a Dio (per invidia e superbia), nel mondo vigono due forze contrapposte. Una però è preminente, l’altra dichiaratamente sconfitta. La questione del perché nella storia sia tollerato il male anche se già sconfitto, forse ha fatto sviluppare l’idea -versione manichea- dell’equilibrio tra forze.

L’essere umano per tendenza percepisce il mondo come costellato da binomi opposti. Cioè è lui che interpreta certi fenomeni e situazioni come se fossero “in conflitto”, o ai due estremi di una ideale serie di oggetti. yin e yang, bianco nero, notte giorno, destra sinistra, piacere e dolore, amore e odio, etc.

Da un altro punto di vista, notte e giorno (luce e oscurità), per esempio, non sono affatto due situazioni opposte, sono solo due momenti diversi di un ciclo che prescinde dalla nostra interpretazione. Neppure bianco e nero sono più opposti di verde e marrone, sempre da un certo punto di vista.

Se le forze opposte di bene e male fossero in equilibrio, ci sarebbe una battaglia in corso tra esse con un esito affatto scontato. Idea che fu aspramente repressa e rifiutata, infatti. Il bene ha già vinto, non c’è dubbio su questo, e quindi il male è solo temporaneo, farsesco, una scelta che, benché sapientissimo pure lui, Satana ha realizzato addirittura già con la certezza di non potercela fare, forse. Peccato che gli effetti di questo male, anche se già battuto, siano così marcati, come tutti sperimentiamo quando ci prende una colica o un mal di denti, per esempio.

La presenza di quello che chiamiamo “male” in un mondo ordinato e assolutamente retto e dominato da un principio di bene, è idea estremamente contraddittoria e paradossale. Si regge con le pinze e, ad una analisi, anche solo logica, serrata non resiste. Molta filosofia medievale, ha creato costruzioni immani per supportarla, ma alla fine… “devi crederci” e basta: affidarti. Non si spiega nulla, in pratica.

Sono discorsi che per noi sapiens di allora parevano convincenti, ma che oggi sono sempre meno plausibili e condivisibili. Ma hanno creato la cattedrale del pensiero occidentale. Se non ci fossero stati tali pensatori la religione si sarebbe limitata a invasati e stiliti, malati mentali di vario genere e caso spesso confinati, in un lercio pauperismo, dalle parti della Tebaide.

Sia come sia! La mancanza di un principio generatore è qualcosa che nella struttura mentale umana, come detto in virtù della sua propria conformazione legata alla causalità, è inaccettabile di primo acchito. È paradossale, sembra insostenibile.

Ma a volte è la stessa fede a rendere ammissibile quello che “parrebbe non esserlo”, posto che è proprio l’uomo di fede a sostenere che, nella sua onnipotenza, dio potrebbe testare il completo abbandono verso sé, delle proprie creature intelligenti, tradendo e sconfessando quella qualità (intelletto) di cui lui stesso le ha dotate (e ciò fa usando i miracoli, per esempio) e quindi rendere possibile l’impossibile.

Questi argomenti furono proposti pure contro Galileo, se ben ricordo, e comunque sono pervertiti, banalizzati, estremizzati da parecchi credenti odierni. Pochi giorni fa vedevo un pastore americano dire, senza fare una piega, che se nella Bibbia ci fosse scritto che due più due fa cinque, lui ci crederebbe senza discutere. Per fortuna non c’è scritto o non si reggerebbe un ponte, a seguire quel povero mentecatto. E non esisterebbero neppure le cattedrali (sia in senso fisico che “spirituale”, dato che il Medioevo non rifiuta in modo così delirante ed estremo la razionalità!).

Se tutto è possibile per dio, lo è anche credere che lui possa ingannare l’intelletto umano? Che esso sia insufficiente alla comprensione del mondo non ci piove, ma è lecito pensare che lui stesso, dio, lo inganni? Cioè usi una delle tecniche del suo antagonista –Satana- per testare il completo abbandono delle sue creature a se stesso?

Ma poi, inciso, quanti paradossi crea l’onnipotenza divina? Potrebbe un dio immortale ed eterno privarsi dei suoi attributi? Essendo onnipotente sì! Potrebbe rendersi mortale e impotente o caduco. Se non potesse farlo non sarebbe onnipotente, etc. i paradossi potrebbero moltiplicarsi. Ma essi ovviamente sono solo nella nostra mente, già che in lui, immaginiamo, “il cerchio quadra”.

Parimenti i credenti nel dio infinitamente buono e necessario ragionano in modo incoerente laddove sostengono che l’idea di dio è assolutamente necessaria ed inevitabile in quanto la razionalità (da dove viene l’idea di causa, dopotutto?) ci porta necessariamente a postularla e a pensare che ogni effetto abbia una causa, e che quindi debba esisterne una prima, ma poi affermano che si debba rinunciare alla razionalità per credere (o pur di credere).

Come essere umano posso, quindi, ben tradire il mio intelletto e la conoscenza acquisita della natura, arrendendomi alla sua insipienza, ed affidarmi all’onnipotenza paradossale di dio, ma al contempo non sarebbe lecito fare lo stesso per rifiutarne l’idea -di dio- e espandere il sapere razionale limitando la valenza –insoddisfacente oggi- del discorso causale a descrizione dell’universo e delle sue forze.

Forse la presenza di una causa prima necessaria, perché appunto necessaria solo nella comprensione umana del mondo, non avvalora l’idea dell’esistenza di dio, specie se poi si chiede alla mente umana, altrove, di sacrificare le proprie ambizioni e arrendersi ad ogni possibilità dovuta all’onnipotenza del creatore.

Parimenti, se la mente umana non è sintomo-conseguenza lei stessa di una mente ordinatrice e riflesso (benché molto flebile) di essa, ma, come dire, non “conta nulla”, non garantisce nulla, e può essere manipolata, ingannata, sacrificata, umiliata (concetti umani, certo, ma di esseri umani e della loro comprensione si parla) che senso avrebbe parlare di un dio amorevole, che crea noi a sua immagine? E perché sarebbe preferibile affidarsi a tale del tutto inintelligibile, arbitrario, essere piuttosto che negarlo? La sua esistenza o non esistenza a questo punto non garantirebbe proprio nulla. Non ci sarebbe alcun contatto tra creatore e creatura, nessuna garanzia, nessuna somiglianza. Egli potrebbe essere Cthulhu.

L’idea di un dio ingannatore -e poi quella di un dio malvagio- è venuta in mente all’uomo in svariate occasioni. E poi ci sono state miriadi di culti in cui la sofferenza era celebrata, provocata, accettata, come tributo agli dèi. Anche questa è una idea frutto di un meccanismo semplice e (come tutti i meccanismi semplici e superficiali, intuitivi) erroneo (è intuitivo pensare anche che l’uomo non possa volare, perché non dotato di ali, ma è erroneo, o che compensando il caldo umido delle febbri col freddo secco esse guariscano, ma è parimenti erroneo, ci vogliono gli antipiretici e non, magari, pezzi di ferro congelati).

Nella nostra cultura moderna chi (è famosissimo) ipotizza, e subito rifiuta l’ipotesi come inaccettabile, l’esistenza di un dio ingannatore (cristiano) è Cartesio.

Successivamente, specie tra 1800 e 1900 le opere che immaginano dèi malvagi reggitori del mondo (quindi che hanno trionfato, e non comparse sconfitte) anche se fuori dal contesto scientifico e teologico serio, si moltiplicano. Oggi l’idea, proprio perché è l’idea stessa di dio ad aver perso quasi interamente validità nei termini di assoluto, è piuttosto comune.

Il più grande –ed elegante- sostenitore, il più solido, è un’opinione personale come tutto il resto, dell’idea di un reggitore del mondo che sia malvagio è Leopardi. Il fatto è che osservando il mondo con gli strumenti intellettuali a disposizione, e volendogli dare una conformazione, un senso, l’idea che esso sia retto da una onnipotenza malvagia è senza dubbio più lineare e convincente di quella che lo vede governato da infinito amore. Il dio malvagio non crea affatto paradossi qualora dovessimo dare una spiegazione della presenza della sofferenza.

Ma si deve prestare attenzione. Il dio malvagio non è un semplice ribaltamento della situazione biblica, magari nel quale è Satana ad aver vinto, o magari frutto della banalità per cui “chi vince” decide il suo ruolo (la storia la fanno i vincitori) e diviene arbitrariamente “il giusto”. Chiunque, sforzandosi un po’, arriva a “capire” che il concetto bene-male (se valesse davvero qualcosa) non può tollerare altri fondamenti che se stesso. Il bene non è fondato se non su se stesso.

Il dio malvagio non è uno dei tanti di un pantheon, e non è solo “dio unico”, è vero e perfetto “dio unico”, in quanto esso non abbisogna di ulteriori figure per portare avanti il suo piano di sofferenza del creato. Non occorre che ci sia un suo “antagonista”. E quindi non è “un” dio malvagio qualunque, è “Il” principio che regge il mondo. La c.d. “natura” è conformata dalla malvagità, è intrinsecamente malvagia, tutto ciò che è, che esiste è frutto di una struttura di per sé perversa e malvagia, nella quale in dolore è il fine e non un accidente.

Per giustificare la presenza del male in un mondo retto e dominato dall’amore e dal bene c’è bisogno della creazione di una infinità di concetti e supposizioni, storie, miti, scelte, etc. ma per chiarire o trovare un ruolo all’esistenza del bene (piacere, amore, e tutto ciò che il bene comporta nel nostro orizzonte umano); in un mondo retto dal male la presenza di un simulacro di piacere e di bene è molto meno contraddittoria e problematica, è necessario pensare al fatto che esso non esista se non come illusione e che tale illusione sia funzionale a una maggiore sofferenza delle creature. È sufficiente tirare in ballo i concetti di inganno e desiderio. Tra l’altro molto plausibili se osserviamo ciò che ci circonda.

L’illusione del raggiungimento della felicità, per esempio, potrebbe servire solo a creare speranze frustrate, e quindi sforzi inutili (anche sforzarsi è soffrire), moto che altrimenti sarebbe senza scopo e non si intraprenderebbe affatto (come nessuno intraprende nulla all’Inferno di Dante). E così l’amore potrebbe essere necessario solo per sperimentare l’abbandono, o il tradimento, o il lutto. Il piacere fisico non sarebbe che una beffa che spinge ciascuno a partecipare attivamente all’infamia di mettere altri esseri al mondo, a cooperare con la perversità, a creare forzati dell’essere.

Il malvagio dio si maschera, sì, non appare direttamente, non evangelizza, anzi, “manda” nel mondo religioni che apparentemente venerano un altro dio, ma anche esse sono fonte di male e sofferenza. Il malvagio crea il concetto, l’idea bizzarra, di un dio amorevole, che in effetti non è mai esistito se non come simulacro, lui si nasconde dietro di essa, ma, in effetti, non deve neppure celarsi del tutto, come invece pare fare il suo “inesistente antagonista”; perché semmai ci fosse un predicatore della sua vera e unica “religione”, qualcuno che abbia capito, inteso, il vero stato delle cose, cosa ricaverebbe mai, dalla sua consapevolezza, se non altro spavento? Altra sofferenza? Più disperata! Si può essere dei sorridenti cretini, fidenti e speranzosi, o degli accigliati e scontrosi sospettosi, non c’è salvezza in ogni caso da un principio malvagio.

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