PILLOLE DI DANTE, Appendice III: Riflessioni sul prestito del danaro, considerando Dante e Meco del Sacco

La pratica del prestito del danaro forse è tanto vecchia quanto l’invenzione del danaro stesso. Sin dai tempi antichi esso si concede pretendendo un interesse; vale a dire, si dà una determinata quantità di danaro nel presente, a corrispettivo di riottenerne una quantità maggiore nel futuro.

Il passo del tempo aumenta la quantità di interesse richiesto da chi presta.

Il fondamento, la ratio, la giustificazione di questa pretesa è da sempre oggetto di dispute interminabili e complicatissime. Anche perché non è nemmeno ben chiaro cosa sia il danaro stesso! D’altra parte tale pratica ha creato figure e professioni autonome, lecite e illecite: banchieri, usurai, strozzini.

Come sappiamo Dante tratta, nella sua opera, il tema; tema che era molto discusso già nella sua epoca, dato che si viveva in momenti di sviluppo commerciale notevole e che il fiorino d’oro era una moneta molto forte nella bilancia dei pagamenti internazionali; addirittura l’istituto del credito arrivava in molti casi ad assumere i tratti di un’emergenza sociale tanto era diffuso.

Oggi il tema è ancora in voga, con un corollario di discussioni monetarie che pure il poeta ha in qualche modo trattato; nella nostra attuale situazione sono molto sentite le problematiche relative al debito pubblico e all’indipendenza e sovranità monetaria, così come la titolarità dell’emissione di moneta. È ormai pacifico, però, che il danaro abbia un valore in sé e che possa essere prestato con interesse. Oggi viene addirittura emesso già gravato da un interesse.

Sarebbe assai interessante fare una ricognizione completa nell’opera dantesca delle opinioni su usura, prestito, moneta e questioni monetarie, giacché, come si sa, Dante riserva nella Divina Commedia un consistente spazio a tali tematiche: gli usurai sono puniti come violenti contro l’Arte, i falsificatori di moneta come falsari, o alchimisti sofistici, e si tratta, in alcuni passaggi, addirittura di emissione di monete con valore nominale superiore al loro peso in oro, pratica da considerarsi scorretta, a detta del Poeta. Oggi, come sappiamo, abbiamo perso del tutto la relazione tra oro e valore monetario, ma questo è un altro problema.

Rispetto all’usura, ricordiamo che nel canto XVII dell’Inferno esponenti di varie e ricchissime famiglie dell’epoca (Gianfigliazzi, Obriachi, Scrovegni) subiscono, ultimi del gruppo di tre che abitano l’”orribil sabbione”, la pioggia di fuoco che cade lenta come neve alpina in assenza di vento, mentre sono accovacciati immobili.

Ricordiamo, per aneddoto, anche che all’Inferno per regola generale più ci si avvita verso il basso, più sono punite colpe gravi in modo più crudele, tranne in questo caso, dove nel gruppo tripartito di violenti contro Dio, Natura e Arte, i primi sono i bestemmiatori, i secondi i sodomiti, e i terzi, responsabili di pervertire il corretto operare umano, l’arte (lavoro, operosità) figlia della Natura e quindi “nipote” dell’Altissimo, gli usurai, appunto.

Stando alla bella spiegazione che fa Sermonti del canto XVII (e del XI, dove il tema è accennato), i canonisti della Chiesa, dopo il concilio ecumenico di Lione II del 1274 avevano elaborato la dottrina secondo la quale: nessun tipo di mutuo, trattandosi comunque di una vendita di danaro con pagamento differito, legittimerebbe la riscossione di interessi, dato che il tempo è un bene comune.

La sostanza sarebbe che non si può lucrare sul passo del tempo, che non può assumere un valore.

Non è, però, detto, come precisa l’autore, che Dante condividesse tanta intransigenza dottrinale, e il poeta anzi si ritiene operasse una molto oculata distinzione fra lo strozzino e il banchiere. Il primo taglieggia la miseria, il secondo calcola oculatamente i rischi d’impresa.

A riprova dell’apertura dantesca si invoca l’elogio della volubilità provvidenziale della Fortuna del canto VI dell’Inferno. Da questo argomento non siamo autorizzati a dedurre, però, che, seppure Dante vedesse incentivata dall’attività creditizia la mobilità incessante delle ricchezze prescritta dalla Provvidenza, operata al buon fine di dissuaderci dal culto esclusivo dei beni materiali, egli apprezzasse anche, eticamente, coloro che nel culto esclusivo di tali beni materiali praticavano quell’attività specifica: il credito.

Rimane il fatto che se la colpa degli usurai, “violenti contro l’Arte”, fosse semplicemente quella di violare il precetto biblico di procurarsi il pane con il sudore della fronte, già all’epoca del poeta, ma ancor più oggi, non si salverebbero in molti.

La pratica del prestito, senza farla troppo lunga, è sempre stata controversa nel nostro orizzonte culturale, e anche invisa alla religione cristiana, in quanto implica (ma come altre relazioni commerciali) l’arricchimento di alcuni grazie alla (puntando su la) miseria (disgrazia, sofferenza) di altri. Si tratta, perciò, di lucrare e approfittarsi di situazioni (spesso) che dovrebbero muovere ad altruismo e non ad avidità.

Nel corso del Medioevo la pratica del prestito non ha goduto di buona fama. Già Giustiniano, nel sesto secolo, aveva stabilito che il tasso massimo di interesse richiedibile per le operazioni di piccolo credito e di credito al consumo fosse il 4%, mentre poteva raggiungere il 12% in caso di carichi viaggianti per mare, foenus nauticus, in considerazione dell’elevato rischio di tali operazioni; e commercianti e operatori economici, applicavano un tasso dell’8% generalmente. Il rischio era quindi un elemento portante del credito e del calcolo dell’interesse.

Basilio Magno (330-379) nella sua omelia al Salmo XIV ammonisce severamente l’usuraio: “Ma dico: cerchi denaro e guadagno dal povero? Se avesse potuto renderti più ricco, avrebbe forse battuto alla tua porta? È venuto per trovare un amico e ha trovato un nemico. Ha cercato un rimedio ed è incappato nel veleno. Sarebbe stato tuo dovere alleviare la miseria di quell’uomo e tu invece ne aumenti l’indigenza cercando di ricavare tutto il possibile dalla miseria. Tu fai, della sventura dei miseri, una occasione di guadagno.”

Disdicevole! Ma il credito non è certo solo questo, ma anche motore di sviluppo economico.

Dal canto suo Aristotele era stato molto intransigente e aveva sostenuto che il danaro era neutro (non avesse un valore di per sé), ed era solo un intermediario per gli scambi economici, e che quindi per sua natura fosse sterile, non producendo di per sé frutti (nummus non parit nummum). Quindi il credito con interessi non aveva ragion d’essere, e, potremmo dedurre, chi presta, o finanzia una attività, e poi lucra sui buoni risultati di quella, a lato di una buona capacità di distinguere gli affari, finanziando quelli e non imprese fallimentari, lucra comunque sullo sforzo altrui, decurtando i frutti ottenuti dal lavoro di altri, appunto. Che poi tali frutti siano abbondanti e tutti i partecipi dell’avventura commerciale, soddisfatti è un altro conto. Va però pure detto che senza il prestito non ci sarebbero le condizioni materiali per sviluppare idee geniali di persone prive di liquidità, e che il rischio, l’alea, è sempre presente in ogni attività umana.

Con San Tommaso (Summa Contra Gentiles), più oculato, la possibilità di prestare a interesse assume una sua legittimità in quanto il  mutuante, privandosi di un suo bene, per quanto in modo solo provvisorio, non ne ha più la disponibilità, per il periodo, più o meno esteso, che intercorre tra erogazione e restituzione del prestito. Subisce, quindi, un danno immediato al quale va sommato non solo il lucro cessante, ma anche il rischio! C’è infatti anche il “periculum sortis” che il mutuatario non riesca a saldare il debito. Come dicevamo.

Nel Concilio Ecumenico di Vienne del 1311-12 si ribadisce, però, la posizione ostile al prestito su interesse e si sancisce che chi dicesse che esercitare tale attività non è peccato, dovrebbe essere considerato eretico. Oggi il Vaticano ha una Banca, le indulgenze non le compra più nessuno.

Da ascolani è curioso notare che contro tale precetto si schierò anche un concittadino, stando alle fonti, il quale fu poi processato, come prevedeva la norma, per eresia. Questo era uno tra i molti capi d’accusa: l’aver preso una posizione curiosa sul prestito.

Meco del Sacco, infatti è detto aver sostenuto che: “È lecito, a causa del mutuo, percepire qualcosa dal danaro dato in prestito, affinché il danaro, dato gratis e senza compenso, non sia come cosa morta e non vada perduto” (“Ex mutata pecunia lucrum aliquod esse licitum ex rationee mutui, ne pecunia gratis sine lucro sit mortua et amitatur”).

Secondo l’eretico, quindi la ratio che legittima l’interesse sul prestito non è nel rischio oculato che il banchiere calcola in modo tale da considerare l’evenienza della mancata restituzione, per le cause che possano essere, del danaro prestato, ma nello stimolo che colui che riceve il prestito avrebbe ad intraprendere una attività positiva, e a far fruttare quanto ricevuto, invece di usarlo senza complicarsi la vita, in modo passivo e pigro.

La parte ammissibile del credito a interesse, quindi risiederebbe nello stimolo all’operosità che presuppone, e che è in consonanza con il precetto biblico di mantenersi operosi, lavorare. Per lo meno da parte di colui che il prestito lo ottiene, ma, e torniamo a quanto sopra, non certo dal punto di vista di chi lo concede, che lucra senza muovere un muscolo.

Questa etica del lavoro oggi sarebbe assai discutibile, dato che impedirebbe in modo assoluto e per ideologia la formazione di una umanità priva della necessità di dover faticare per sostentarsi, grazie agli sviluppi tecnologici. Evenienza che generalmente nessuno vedrebbe in modo ostile, dato che l’idea che si debba soffrire e accettare di soffrire e faticare a causa di una colpa da espiare (partorire con dolore, etc.) si è molto allentata.

In effetti, se osserviamo lo stato attuale del debito, e la sua procrastinazione automatica da una generazione alla successiva, e senza che si possa individuare un autentico e certo creditore (chi è il creditore fisico, certo del debito pubblico?) pare che tale diabolica creatura sia stata formata proprio dalla volontà di assoggettare l’umanità, senza possibilità di fuga o redenzione, a una operosa (quanto spesso inutile) schiavitù del lavoro.

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