Rosso, Bianco, Nero

Se oggi in italiano usassimo la parola cocco per riferirci a un colore, esso sarebbe senz’altro il bianco lattiginoso della polpa interna del frutto esotico della palma.

Il significato del vocabolo, oltre alla noce, nel linguaggio odierno comprende però anche, in modo diretto o metaforico, un fanciullo piuttosto viziato (il famoso “cocco di mamma”); in questo caso la voce è connessa all’uovo e in specie imparentata con la chioccia.

In passato invece, e così in Dante (Purgatorio, VII, 73), cocco indicava il colore rosso, dal greco kòkkos grano della frutta e specie della melagrana, e quindi “bacca”, ma anche “coccola” e “grana”; in specie era riferito alla bacca che produce il colore scarlatto (da tali “grani” anche: “granato” –la pietra-, “granatina” –la bibita), passata poi ad indicare il colore stesso e da cui derivano il latino coccineus dal greco kòkkinos (cremisino), e “cocciniglia” (anche “coccinella”), l’insetto maciullato per ottenere la colorazione per stoffe conosciuta come “chermes” (da cui “cremisi” e “carminio”), oggi impiegato anche per la tinta dell’alchermes e (non so esattamente se ancora) del Campari.

Il kermes giunge a noi dall’arabo quirmiz, dal sanscrito krmih “verme” e dalla radice indeuropea kar/kra di correre e strisciare ed è un composto di krmih “verme” (già nel protoindeuropeo *kwrmi- era “verme” e da cui il lituano kirmis, l’antico irlandese cruim, l’albanese krimp) unito a -ja- “prodotto”, che deriva dall’importante radice protoindeuropea *gene-; di genus, gens, etc.

Ritroviamo parole dalla stessa origine diffuse anche in moltissime altre lingue, prima in latino cremesinus, poi in spagnolo, italiano, ma pure in russo, per esempio, è presente con čermnyj. Segnatamente in inglese, da kermes abbiamo crimson.

Anche vermiglio ha una parentela con quanto già detto, dato che esso discende dal latino vermiculus “piccolo verme” e si riferisce allo stesso insetto; il vocabolo si è formato semplicemente da diversa origine, ma con gli stessi criteri. In inglese abbiamo il corrispondente vermeil (rosso brillante) dal tardo anglo-francese del XIV sec.: vermailvermeil.

Sempre in Dante (stesso luogo succitato) compare: biacca, che invece si riferisce al bianco, dalla sostanza minerale di questo colore ancora oggi così nomata (bianco di piombo, carbonato basico di piombo) ed ha origine dall’antico alto tedesco bleih da cui in inglese bleach: candeggina. Anche “candeggiare” ovviamente vale “sbiancare”.

E difatti bleach deriva dall’inglese antico blæcan “sbiancare” dal protogermanico *blaikjan “rendere bianco” (e da cui l’antico sassone blek, l’antico norvegese bleikr, l’olandese bleek, il tedesco bleich, etc.) dalla radice protoindeuropea *bhel– di “brillare”, “risplendere”, “abbagliare” e da cui il sanscrito bhrajate “brillare” e il greco phlegein “bruciare” (rimasto da noi per esempio in “campi flegrei”, o nel nome mitologico dell’empio “Flegias”, che difatti dà fuoco al tempio di Apollo) e quindi anche i latini e i corrispondenti italiani di: flamma, fulmen, fulgere, flagrare. Si pensi a “fiamma”, “fulmine”, “folgore” e “deflagrazione”.

Curiosamente la stessa radice potrebbe aver prodotto anche black (nero) forse perché sia il bianco che il nero sono “senza colore”, o piuttosto perché entrambi possono essere associati al bruciare. Non diventano nere le cose che bruciano? Anticamente in inglese scimian relativo alla radice di shine, significava sia “brillare” che “offuscare”, “divenire scuro”.

Da ultimo la parola bianco pure viene dall’antico alto tedesco (blanch, in questo caso) e in origine si riferiva propriamente al colore del metallo ed in specie dall’acciaio. E di lì l’espressione “arma bianca” (a lama) che altrimenti non avrebbe senso.

Si sa che il latino per bianco usava albus (da cui, per dirne un paio: “albume”, o “albino”). Nero, invece, forse è imparentato con lemmi mortiferi come “necrosi”, dal greco nekros (morto) e anche con “nuocere” o “notte”.

Ora che li abbiamo tutti, per curiosità ricordiamo che rosso-bianco-nero sono tre colori (due non sono tecnicamente colori, ma valga la parola) che, posti insieme, hanno un forte valore simbolico; e per esempio nella tradizione alchemica essi sono assegnati alle tre fasi “dell’opera” (rubedo, albedo, nigredo) e sono un trio diffuso in molte delle bandiere degli Stati nazionali, attuali e passati.

Anzi, si tratta di un ingente numero di importanti stendardi, se consideriamo, come parrebbe corretto fare, il blu (v. UK-USA-Francia-Olanda-Russia, etc.) o anche il verde (come in Italia e Messico, Ungheria, Bulgaria, etc.) come varianti del nero ed assegnati alla nigredo, il giallo come variante del bianco (come accade in Germania o in Belgio) e simboli dell’albedo.

Germania che aveva proprio questi tre colori nel suo più infausto vessillo (durante il nazismo, dottrina dai forti connotati “tradizionali” ed esoterici) ed essi sono anche utilizzati in quelli neofascisti odierni, che magari ospitano la croce celtica nera, simbolo di un inquietante sole scuro, con cui si sostituisce l’analogo simbolo solare pure esso invertito nel suo significato originario e perverso, lo svastica nazista, che oltre ad essere sinistramente nero, era anche orientato dalla parte opposta a quella della (apparente) marcia naturale del sole (da est a ovest), quasi ad indicare un astro procedente a ritroso non più simbolo di vita, ma opposto ad essa.

Basta! Possiamo ora allietarci ricordando e rileggendo (è sempre un piacere) il passaggio del Purgatorio in cui Dante usa le due parole da cui siamo partiti. Si tratta di versi difficili e controversi (specie sul colore, o colori precisi da attribuire a: “legno lucido e sereno”), che però vale la pena recitare già solo per il suono.

Il poeta sta descrivendo le tinte brillanti e meravigliosamente vivaci di erbetta e fiori della Valletta dei Principi, che dopo quanto detto saranno comunque meno incomprensibili:

Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in l’ora che si fiacca,

da l’erba e da li fior, dentr’a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore è vinto il meno.

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