Sant’Emiddie e Cecco

Oltre duemila anni di storia dell’urbe nostra e solo due persone celebri e ricordate nei secoli dai suoi figli.

Da un lato abbiamo un tale del quale si racconta che, toccando le mura della città di ritorno da Treviri, fece crollare miracolosamente, con un terremoto, i soli tempi pagani. Egli stesso era stato pagano e s’era convertito al cristianesimo. Battezzata una fanciulla nel Tronto, il potente padre di lei, ancora non convertito alla religione della stracolpa, fa spiccare la testa dal busto del sant’uomo, il quale però la raccoglie e se la porta da un posto, a un altro che lo aggradava maggiormente, prima di tirare definitivamente le cuoia ed essere assunto in tripudio in cielo. E così discorrendo.

Dall’altra parte abbiamo un tipo che oltre nove secoli dopo, in un arco temporale che va sotto la confusa denominazione di medioevo, ebbe una certa fortuna fuori dalla cittadina d’origine, polemizzò con lo stesso Dante, cercando una rigida applicazione della scienza e conoscenze dell’epoca, e che fu giustiziato in modo orribile, bruciando sul rogo, per ordine dell’Inquisizione. Inutile dire che l’ingentissimo serbatoio di sapienza antica dello sfortunato ascolano sarebbe oggi del tutto inutile e inutilizzabile: era astrologo, occultista.

In un arco di diciassette secoli, solo sue personaggi rilevanti entrati nella leggenda (più che nella storia).

Ascoli pare molto attaccata alla sua storia, specie quella medievale. Tra i due personaggi chi è privilegiato qui da noi oggi? Il primo! Questa è e rimane una città clericale e pretesca anche se il suo figlio più illustre è stato giustiziato orribilmente proprio dall’intolleranza religiosa.

Come si può preferire di avere affetto per tradizioni che hanno comportato tanta sofferenza e ingiustizia e non raccogliere, invece, a esempio, lo spirito discordante di chi, anche a costo della propria vita, ha preteso di poter studiare e parlare liberamente e difendere le proprie idee? Si narra che dal rogo lo Stabili urlasse, prima di morire: “L’ho detto, l’ho insegnato, lo credo!”. I suoi studi non ci saranno utili, ma il suo spirito sì! Certamente più di miracoli finti e storie puerili.

Nulla degli studi di Cecco rimane oggi di significativo, potremmo trovarci solo erudizione, amore per l’esotico e l’antico, bellezza sparsa, ma alla sua vicenda, i concittadini di tanto tempo dopo, dovrebbero prestare la massima attenzione e verso essa mostrare empatia: già che si vogliono miti, almeno scegliamoli buoni!

Cecco dovrebbe essere il simbolo dei pericoli della chiusura mentale e del dispotismo religioso, dovrebbe motivare e stimolare, nello spirito della città, la ricerca di conoscenza e libertà: farne un simbolo del progresso e del libero pensiero. Che bello sarebbe: “Ascoli città del progresso” invece che della quintana e del medioevo.

Si sceglie di appiattirsi su quella devozione popolare, agiografica semplice e superstiziosa, inverosimile e pure un po’ lagnosa. Tutti si sentono “filo clericali” perché qui è sempre stato così e, come pure si dice comunemente con un sorriso ammiccante da erudito: “eravamo sotto il papato”; grazie al cavolo! Come se ciò fosse l’unica circostanza rilevante di una storia plurimillenaria, come se fosse la più appassionante, quella maggiormente rilevante per noi oggi, irrinunciabile.

Del medioevo, epoca complessissima, come tutte, o forse più delle altre d’occidente, si vuole e sceglie di salvare proprio quello spirito opprimente e dispotico, scaramantico, un tantinello pidocchioso, che il popolino crede di amare, proprio come ogni servo nell’anima ama il proprio padrone e le proprie catene.

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