Scacchi e Etimi Relativi

Gli scacchi sono il gioco da tavolo con ogni probabilità più largamente diffuso e praticato al mondo; oggi in tutti i continenti è anche uno sport con regole standard, che convivono con una affollata corte di varianti eterodosse di ogni genere, tra cui la selva di scacchi random, famosi specie nella versione proposta dall’ex Campione del Mondo Bobby Fisher (c.d. “960” dal numero di posizioni di partenza possibili), quelli per più di due giocatori, quelli con scacchiere estese, o persino quelli 3D, anche essi in numerose varianti, tra cui una nata da un’idea della prima serie di Star Trek, negli anni ’60 del secolo passato.

La rigida codificazione del gioco, oggi con Federazione, arbitri, ranking, tornei ufficiali, Campione Mondiale, di ogni paese, e tutto il resto, forse stride un po’ con la sua terminologia, che varia più dell’atteso da lingua a lingua europea, riservando parecchie sorprese.    
In effetti però, una certa varietà di lemmi non dovrebbe stupire più di tanto: la storia degli scacchi è ormai vecchia di oltre quindici secoli, con un lunghissimo percorso, ed è scontato che nel frattempo anche le parole abbiano viaggiato e si siano piegate a usi e suoni di luoghi distanti tra loro. Oggi sono testimoni al contempo sonoro e segreto di una lunga storia per iniziare a conoscere la quale è sufficiente, come al solito, realizzare qualche semplice ricerca in rete, magari in varie lingue, che trasporterebbe il lettore tra miniature di templari immersi nel labirinto delle varianti, così come Re, Regine, clero, vichinghi, tutti paiono averci giocato!  

L’origine del passatempo è incerta, ma probabilmente si diede in India, e comunemente è fatta rimontare al persiano Chaturanga, o Chatrang, o in versione abbreviata Catur che si giocava su una scacchiera monocromatica otto per otto. Il Chaturanga si sviluppò presso l’Impero Gupta, in India settentrionale, nel sesto secolo; l’impero Sassanide lo adottò il secolo successivo col nome di Shatranj, fino a che giunse in Europa, probabilmente attraverso Spagna moresca e Italia dove, a fine Medioevo, iniziò ad assumere i tratti del gioco attuale, con una Regina potentissima, “alla rabbiosa” si diceva, ma non dilunghiamoci.       
Durante i secoli ogni popolo ha creato e lasciato qualcosa di proprio contribuendo al suo sviluppo, tanto che oggi, nella loro versione, permettiamoci di dire, “definitiva”, gli scacchi potrebbero ben essere presi come esempio di “globalizzazione” ante litteram, o meglio ancora come esempio di quanto gli esseri umani siano, e siano sempre stati, meno distanti e differenti di come scriteriatamente insistiamo tanto a rappresentarceli; e per lo meno tutti giocano, tutti creano e apportano qualcosa.

Qui di seguito propongo una rassegna asciutta solo degli etimi e delle origini delle parole relative a questo bel gioco, considerando la curiosità del tema, ma senza la pretesa di esaurirlo; il fatto è che per riassumerlo attingendo a tutte le fonti è necessario impiegare certo tempo che spero di risparmiare al lettore, con all’obbiettivo di sapere cosa stiamo dicendo quando lo diciamo.      

Iniziando dalle sue origini, il sanscrito caturaga è un composto bahuvrihi (in breve: di due parole che ne indicano una terza del tutto estranea alle prime) che significa “che ha quattro arti o parti”; nella poesia epica del luogo, il termine era spesso usato per significare un esercito, dato che esso era suddiviso appunto in quattro parti. Una formazione di battaglia menzionata nel Mahabharata, infatti, consta di: elefanti, carri, cavalleria e fanteria. L’antico akshauhini era uno schieramento bellico analogo proprio a quello riprodotto nel gioco.

L’espressione è poi passata al mondo arabo con il nome di shatrani, origine etimologica che è rimasta più forte che altrove in spagnolo dove, a differenza delle altre lingue europee in cui nel nome del gioco risuona quello dell’imperatore persiano lo Scià, (chess, scacchi, schach, schack, etc.) usa ajedrez dall’arabo andaluso الشَطْرَنْج‎ (aš-šaṭranj), e dall’arabo شَطْرَنْج‎ (šaṭranj), in hindi शतरंज, urdu: شطرنج‎, e appunto dal medio Persian چترنگ chatrang.
Lo spagnolo ha anche la parola jaque (scacco) e l’espressione jaque mate (scacco matto) che è comune anche all’inglese checkmate in cui arriva nel 1300, dal francese antico “mater” (dare scacco matto, sconfiggere, battere), e che in tutte le lingue in cui è usato dovrebbe quindi significare qualcosa come: “lo Scià -il Re- è sconfitto”. Per curiosità, e per quanto possano sembrare vicini, Scià (di Persia) e Zar (di Russia) hanno origini del tutto diverse, il primo deriva del termine “potere”, “re”  è xšayāθiya, derivata dalla radice xšay- (potere), che si trova alla base anche di xšaça (regno), e il secondo, famosamente dal Caesar di Roma.    
Va pure detto che forse il “mate” di scacco matto e il verbo spagnolo “matar” (uccidere) che viene dal latino, hanno diverse origini, come forse diverso è il “matto” italiano (sempre dal latino) che indica chi non ci sta più con la testa, ubriaco, inebriato, e quindi incostante e inaffidabile. Questo ultimo termine si irradia, in italiano, su un altro gioco, quello delle carte, dove la matta, definita tale per la sua tendenza a sbilanciare le sorti improvvisamente, ha lo stesso valore del jolly inglese, rappresentato come un giullare (in spagnolo julgar) lemma che appare assai vicino a quello britannico, ma che probabilmente ha pure lui origine diversa, dato che quello inglese rimonta a “gioia”, mentre l’altro al giocare, come in “giocoliere”.  

Anche il nome dei singoli pezzi ha qualche interessante particolarità.

Partiamo da un confronto con l’inglese, perché gli scacchi di oggi così come convenzionalmente rappresentati nella loro forma fisica e elettronica, usata più diffusamente e nei tornei ufficiali, rimonta a quella nata in terra d’Albione nel XIX secolo ed elaborata e resa standard da Staunton proprio per rendere meno caotico il panorama ed avere un modello valido per tutti, soprattutto visivamente. Va detto che fu un grosso miglioramento, l’occhio percepisce meglio un modello costante e giocare con pezzi anche molto belli ed elaborati, ma esotici e distanti da quelli usati normalmente, complica assai le analisi, distrae e confonde.    
Le effigi di Staunton vedono un Re, una Regina, due Torri, due Cavalieri (Knights) due Vescovi (Bishops) e otto Pedoni (Pawns). Cioè sono diversi da carri ed elefanti originari. I termini che usiamo, però, non lo sono altrettanto.

Re, Regina e Pedone non hanno niente di davvero sorprendente.

Quella del pedone è la figura più rispettosa delle origini di fante, o soldato appiedato, e con l’etimologia più costante nelle lingue in esame: pawn, peon, pedone, sono relativi al piede all’andare a piedi, dal latino medievale pedonem e da pes-pedis radice proto indeuropea *ped-.  

Re e regina giungono dalla radice sanscrita rag- di reggere e governare e di essere chiaro e illustre, mentre king è una contrazione tarda dell’inglese antico da cyning e dal proto-germanico *kuningaz (in molte lingue come olandese koning, antico norvegese konungr, danese konge, e ovviamente tedesco könig). Anticamente cwen, queen discende dal proto-germanico *kwoeniz da cui anche wife, antico norvegese kvaen, e gotico quens, la radice è quella proto-indeuropea *gwen- di woman (e di nomi conosciuti anche in italiano come Guendalina).

Nei termini inglesi, rispetto all’italiano si notano due principali differenze: una di minor momento, il cavallo è lì chiamato cavaliere (knight), è quindi assente l’implicita sineddoche di usare l’animale per intendere chi lo impiega in guerra, il che sostanzialmente non altera il senso della figura, e una più vistosa, l’alfiere, chiamato vescovo (bishop), e contrassegnato nel pezzo con la forma stilizzata di una tiara. L’etimo di cavaliere e cavallo è del latino volgare caballus, diverso da equus e dal greco hippos, indicava principalmente il cavallo da soma, knight, invece viene dall’antico inglese cniht come boy, “ragazzo”, “servitore”, “attendente” tedesco knecht di origini sconosciute.

Bishop e vescovo hanno ovviamente la stessa origine, episcopus (di episcopale, etc.) e si riferisce allo stesso ruolo sacerdotale ecclesiastico, e con l’inserimento di questo personaggio, dovuto alla preponderanza della religione cristiana in Occidente, la tavola inglese esaurisce -credo sia un caso- anche la supposta “tripartizione” tradizionale in –sorta di- caste della società antica indeuropea con l’aristocrazia guerriera, il clero e la numerosa plebe, distorcendo però il senso originario del gioco e la tetrapartizione dell’esercito indiano.
L’italiano adotta un’altra figura, l’alfiere, vocabolo usato praticamente solo per il gioco e senza un vero uso esterno ad esso nell’idioma odierno. Difficilmente chi studi italiano come seconda lingua si troverà davanti alla parola “alfiere” fuori del contesto scacchistico, e se fosse, probabilmente lo troverebbe come portastendardo, portabandiera, per traslato “tifoso”, più che come -piuttosto recente e già desueto- grado militare. L’origine dell’alfiere, che trova un suo corrispettivo nello spagnolo alfil, è però più vicina alle origini remote del gioco di quanto possa apparire intuitivamente.         
L’alfiere è il pezzo con la maggiore varietà di nomi nelle varie lingue, da alcuni anche definito il “matto degli scacchi” o in tedesco “corridore” (fou, alfil, läufer) deriverebbe dall’arabo al-fīl (elefante), mantenendo in sé un riferimento piuttosto occulto alla figura originaria del gioco, che vedeva due di questi bestioni armati di torre con arcieri, muoversi per la scacchiera.       
Il movimento di questo pezzo, come di altri e in particolare della Regina (che tra l’altro è stata altro che regina, in origine consigliere del Re, o affini) è cambiato con il tempo; fino al XV-XVI sec., quando su per giù sono cambiate anche altre regole, questo pezzo non poteva percorrere che due caselle per volta in diagonale, saltando obbligatoriamente quella di mezzo, occupata o no che fosse. Oggi gli alfieri muovono in diagonale per tutta la lunghezza o fino a che non incontrino ostacoli, il che li relega ciascuno su un solo colore della scacchiera; ogni giocatore avrà quindi un alfiere di case bianche e uno di case nere, in inglese “light squares bishop” e “dark squares bishop”, il che tutto sommato evoca anche una certa parzialità e obliquità ecclesiastiche.

Il pezzo che però, a mio avviso, riserva le maggiori sorprese è la torre (come chiamata anche in spagnolo), un tempo in italiano si usava rocco, parola rimasta in arroccare, e affine all’inglese rook. Mi sono reso conto di essere stato per decenni immerso nell’ignoranza più totale: quella della falsa conoscenza. Davo per scontato che arroccare fosse “entrare nella rocca” o castello, fortificazione, e che la rocca fosse tale perché fatta di roccia, che la roccia fosse affine alla rock, dell’inglese, e che la torre inglese si chiamasse rook per la stessa assonante ragione.   
Tutto questo è solo parzialmente vero, rock viene dal latino rocca per esempio, ma non vale per il pezzo degli scacchi. Rook e rock non hanno parentela e l’arrocco conserva un termine relativo a rook e al risalente nome della torre rocco che non è affatto imparentato con rocca o castello. Rook (1300 c.) giunse attraverso l’antico francese roc, e dall’arabo rukhkh, dal persiano rukh, di origini non del tutto certe, ma probabilmente relative al carro, in indiano rut, da rath. Nel Medioevo inglese il termine era confuso con il roc uccello fiabesco dal piumaggio candido e di enorme ferocia e proporzioni, di cui parla anche Marco Polo (1570), oltre che le Mille e una Notte, in grado di ghermire elefanti e che rimase nell’espressione vetusta: “roc’s egg”, per indicare “qualcosa di meraviglioso e prodigioso”. 
Per completezza diciamo pure che la rócca (con accento acuto) è uno strumento di filatura, la conocchia, come sa chi conosca la Divina Commedia, dove i termini sono presenti con i due diversi significati e accenti, ròcca e rócca.
Pure interessante è l’etimologia di torre, dal latino turris, e con molta probabilità da collegare con il greco τύρρις, variante di τύρσις, e da lì forse originaria dell’Asia Minore e introdotta dagli Etruschi, chiamati dai Greci Τυρρηνοί e Τυρσηνοί e in latino Tyrrheni, e forse da una radice pre-indeuropea di una lingua mediterranea.

Curioso pure questo punto che il termine inglese per l’arrocco sia castling che chiaramente si riferisce all’entrare a castello, formare una fortificazione con la torre, oggi inequivocabilmente rappresentata in muratura.     

 

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