PILLOLE DI DANTE, Appendice VI: Scozzesi e Inglesi nella Divina Commedia

Nella carrellata di personaggi citati, o a cui Dante si riferisce, nel Canto VII del Purgatorio, sulla Valletta dei Principi, al verso 132 compare allusivamente Edoardo I Plantageneto, morto nel 1307, re d’Inghilterra figlio di Arrigo III, e, stando a Dante, miglior politico del padre.

Carlo Villani lo descrive come: “uno de’ valorosi signori e savio de’ Cristiani al suo tempo”. Il suddetto, per aver dato ordine al suo regno, fu definito come: “il Giustiniano inglese”. Al Canto XIX del Paradiso il re è citato nuovamente, ma questa volta come esempio di superbia che spinge a sempre nuova brama di dominio.

Viene nominato, infatti, assieme al suo rivale lo “Scotto”, il re scozzese Robert Bruce, di piccolo lignaggio fattosi re, contro il quale Edoardo stava combattendo, proprio negli anni in cui è ambientato il viaggio della Commedia, una spossante guerra-guerriglia di conquista divenuta famosa anche alle masse grazie a un film epico che celebra il valore di William Wallace eroe scozzese fatto giustiziare nel 1305.

Edoardo I non vedrà mai la fine della guerra a causa della sua morte. Bruce, il cui cuore si trova sepolto nell’abbazia in rovine di Melrose, in Scozia, risulta successivamente essere stato oggetto di una cospirazione dalla quale si arriva, molto di rimpallo, ad un altro personaggio dantesco, questa volta punito all’Inferno.

La cospirazione fu ordita da Sir David de Brechin e William II de Soulis, quest’ultimo signore dell’inquietante e severo Hermitage Castle nel Borders. Egli, prima schierato con Edoardo I l’inglese, dopo la battaglia di Bannockburn, favorevole a Bruce, nel 1314 passò al bando scozzese, ma, forse per ottenere il trono lui stesso, o più probabilmente per appoggiare l’ascesa di Edward Balliol, fu arrestato a Brewick, e perì in circostanze misteriose a Dumbarton Castle, dove era imprigionato, nel 1321 (anno in cui muore anche il nostro amato Dante).

Una curiosa leggenda lo vuole però arrestato per stregoneria e bollito vivo in un calderone nei pressi del circolo megalitico di Ninestane Rig. Come stregone sarebbe stato allievo di Michele Scotto (scozzese, appunto), celebre averroista alla corte di Federigo II, l’imperatore “negromante”. Michael è l’altro personaggio scozzese citato da Dante, nella bolgia dei maghi e indovini del Canto XX dell’Inferno.

Un’altra questione di questa storia ha una relazione con la Divina Commedia: riferendosi alla leggenda di cui parliamo, Sir Walter Scott, il principale esponente del romanticismo scozzese, parla di un calderone di piombo fuso in cui gettare vivi, per ucciderli, gli stregoni. La pratica di uccidere i maghi con piombo fuso (Scott: “Again its magic leaves he spread; And he found that to quell the powerful spell. The wizard must be boiled in lead…”) ha un chiaro riferimento all’alchimia, ma va menzionato che tale atroce usanza fu accreditata, da pubblicistica avversa, anche a Federico II.

Pur senza riscontri storici, era creduto all’epoca che l’imperatore facesse indossare cappe di piombo e poi mettesse i rei di lesa maestà in un calderone sul fuoco facendoli perire orribilmente per mezzo della fusione del metallo. Dante si riferisce alla credenza, nel concepire la punizione per gli ipocriti, vestiti con pesantissime cappe da monaco, di piombo rivestite d’oro; egli cita proprio l’imperatore: “…Dentro tutte piombo, e gravi tanto, che Federigo le mettea di paglia”; cioè, le cappe infernali sono tanto pensanti da far sembrare di paglia quelle usate da Federico. Infine, usando il filo conduttore del riferimento alchemico nella figura del piombo, va menzionato un ultimo dannato.

Analogo inglese del mago Michele Scotto, nella nostra ormai superficiale assimilazione di pratiche molto diverse nell’attenta ottica dantesca, potrebbe essere Mastro Adamo de Anglia (Inghilterra), punito come falsario per mezzo di alchimia sofistica, nell’ultima delle dieci bolge del cerchio ottavo (Canto XXX) e quindi per una colpa considerata più grave di quella di indovini e maghi. Egli fu indotto dai conti Guidi di Romena a falsificare con straordinaria abilità fiorini d’oro autentici, a ventiquattro carati (oro puro), a ventuno (con tre carati di mondiglia, dice Dante, cioè di spazzatura). Fu arso sul rogo nel 1281.

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