SECONDO INCONTRO COL PROF. CATAFRATTO

Eccoci di nuovo con il Prof. Enrico Catafratto per un breve approfondimento riguardo all’importanza delle antiche ed ancestrali popolazioni della zona nello sviluppo del mondo moderno.

Lasciamo la parola all’erudito.

E quale sarebbe, dunque, il segno della civiltà? Quali le caratteristiche più diffuse e insistite dell’essere umano che ne fanno inequivocabilmente una specie a parte?

Ostilità, invidia e grettezza! Ecco quali!

E in tutte è stato il popolo della nostra città ad aver brillato indicando la rotta sin dalla oscura notte dei tempi.

Era tipico per il nostro antenato maschio di ostentare la sua avversione al prossimo biascicando paglia per assumere un aspetto intimidatorio, parlare con un caratteristico accento estremamente chiuso e nasale che suscitava una particolare antipatia nell’ascoltatore, agghindarsi all’ultima moda del tempo, spalmandosi di merda di piccione e incorniciando il viso di una nera barba di pochi giorni.

Il maschio così ornamentato, di piccola statura e posseduto da una superba viltà, poteva entrare nel consesso dei sostenitori della squadra di lanciatori di caciotte locali. Un grande onore, riservato solo ai migliori e i più meschini (lemmi che solevano coincidere al tempo, di fatto esisteva una sola parola per indicarli entrambi, e che noi oggi potremmo tradurre liberamente forse con “ignorante”).

Le scienze erano severamente vietate, segno di effeminatezza e intelligenza, le peggiori colpe; si narra di padri che abbiano ucciso figli nati con tali tendenze e propensioni artistiche o scientifiche, e senza battere ciglio. Anche perché era usuale privarsi delle palpebre per assumere uno sguardo più fisso ed ostile.

Gli scienziati erano, dunque, molto mal visti, ma era possibile per loro il riscatto sociale, qualora versassero generose oblazioni ai lanciatori di cacio.

Nel gineceo l’ostilità veniva portata avanti disprezzando un approccio gentile e consentendo i rapporti sessuali solo agli esemplari più rozzi e grezzi, privi di buone maniere, analfabeti, inabili a qualsivoglia slancio -dispersivo- d’arte, o poetico.

I poeti –ultimi della società- erano gravemente scherniti e vituperati dal mondo femminile, che spesso si ingegnava per trovare modi di umiliare e frustrare tali aborti di natura. Era, per esempio, uso del tempo mostrar loro le parti intime non consentendo la penetrazione, che era riservata a coloro che usavano la forza e la sopraffazione.

Invidia! Ogni gioia per il successo d’altri era assolutamente bandita! L’altrui buona sorte doveva suscitare un sentimento di completo e profondo malessere e prosternazione, che doveva spronare sia maschi che femmine, a preferire di gran lunga l’infelicità di tutti, che una opaca felicità in una migliore sorte di altri.

Il merito e l’ingegno erano detestati anche per questa ragione, affinché non diventassero fonte di felicità altrui e di conserva scaturigine di profonda angoscia e depressione proprie.

Ecco si vede la profonda psiche e la gran caratura dell’animo dei nostri padri, gente capace di energici moti d’animo, anticipando in modo puro e forte quei moti che in senso scialbo e superficiale parte dell’odierno sistema economico si ingegna di promuovere. Nel decadimento! Ove vigono anche solidarietà e una inutile, dannosa scienza cooperativa. Il male del mondo!

Infine il nostro avo aveva inteso qualcosa che forse rimane ancora come pilastro del paese, quand’anche la paternità non sia, dagli stolti, attribuita in modo corretto a chi la merita.

Nella antica società la tendenza era, come detto, di rimanere tutti in uno stato miserabilmente egualitario, tuttavia c’erano sacche di prosperità, guadagnate in quei modi che la corrotta società attuale definirebbe infami. Ebbene il ricco del tempo, possessore di grandi quantità di letame, stabbio e cacio (che era moneta corrente, di lì l’espressione “soldo di cacio”) aveva ben capito che poteva essere non solo ricco, ma pure felice, oltre che ancora più ricco, sfruttando gli altri e non pagando mai le prestazioni. Questo aveva il positivo effetto di non intaccare le casse proprie, e di impoverire la società, stoppare ogni sviluppo economico insensato o cambiamento, oltre che di umiliare e offendere il lavoratore.

Digressione. I nostri grandi padri non avevano forgiato concetti insulsi quali il “diritto”, per loro non aveva senso parlare di ciò in senso “romano” e quando furono costretti al confronto con tali popolazioni debosciate tradussero la parola in questione con l’espressione che indicava: “ciò che il danaro –anticamente: il forte- può comprare”. Va segnalato anche che nel reticolo linguistico del tempo “forte” e “prepotente” non venivano differenziati.

Quale splendida società era sorta tra queste colline abbondanti di vino cotto, la più importante di tutte! Quali lungimiranti effetti ancora oggi persistono, pur nella tragedia di un mondo che lo stolto definisce “avanzato”. I successi sono ancora sotto gli occhi di tutti. Merito dei nostri padri.

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