Specchi, Universi Continui e Discontinui

Ricordando il racconto “Le Rovine Circolari”, un capolavoro dell’idealismo, ci si questionava sulla possibilità per una creatura, venuta alla luce perché immaginata da un’altra, di dedurre in qualche modo il suo stato “effimero” di esistenza, dovuto solo grazie a una mente esterna.

Secondo l’idealismo tutta la materia esiste solo in quanto pensata da una mente o ente superiore. Anche se questo è, ovviamente, esistere a pieno titolo, il rapporto di certa subordinazione tra pensante e pensato dovrebbe essere chiaro nel fatto che la creatura ha bisogno della mente e del pensiero del creatore e non viceversa, o almeno –semplificando tanto- nel fatto che il secondo preesiste e dispone a piacimento della prima, potendone cambiare i tratti, le circostanze o le sorti.

Questo schema è conosciuto fin dall’antichità, ma ha assunto dei profili e una concretezza completamente nuovi da quando esiste l’informatica e la programmazione ed è possibile simulare, creare e distruggere universi interi, spegnerli o farli ripartire. Almeno in teoria.  

Anche il sospetto di essere “solo nella mente di qualcuno” ha sempre agitato la fantasia e la speculazione umana; il raffinato Dio della teologia monoteista, ma non solo lui, in alcune versioni è una mente onnipotente che mantiene l’esistente pensandolo. Altre tradizioni hanno saggi e altre figure che giocano lo stesso ruolo.

Nel racconto menzionato, l’artefice ha il timore che il figlio, nato dal suo sognare meticoloso, possa arrivare a scoprire la sua natura illusoria, e di non essere per davvero umano, dal fatto di non venire assalito dal fuoco, dato che è stato il Dio di questo elemento ad averne propiziato il definitivo risveglio nel mondo. Il padre decide che è giunto il momento di sacrificarsi pur di assicurare che la spaventosa realtà rimanga celata, si getta tra le fiamme lui stesso, ma neppure lui arde. Capisce quindi di non essere vero uomo neppure lui, ma un fantasma. In un istante si genera nel lettore il sospetto di un regresso ad infinitum.

Non esiste limite all’ipotetica serie di successive nascite e precedenti paternità, e forse ciascuno non esiste se non nella mente di qualcun altro, così come due specchi posti di l’uno di fronte all’altro restituiscono una sequenza concentrica di immagini identiche.

Il mago del racconto riesce a capire di non essere umano perché vive in un mondo reale, dove altri bruciano e lui no, ma nessuno potrebbe sapere che tutto il mondo è del pari illusorio, se nessuno brucia.

Supponiamo il solito scenario abusato, che gli specchi non restituiscano solo luce, ma che siano l’indizio di un mondo identico ed opposto. Innumerevoli sono le opzioni che regolano i rapporti che i due mondi speculari potrebbero avere tra loro (magari i personaggi degli specchi sono stati intrappolati lì dopo aver perso un’epica battaglia contro gli Dei…); la più piana vuole che essi siano del tutto identici, simmetrici in tutto e di pari valore, e che semplicemente gli stessi accadimenti avvengano in entrambi i mondi, invertiti su una coordinata spaziale.
Se due personaggi riflessi si cambiassero di posto, uno si troverebbe con il cuore a destra in un mondo di persone con il cuore a sinistra e viceversa, il mancino sarebbe l’ennesimo destro in un mondo al novanta percento di destri.

Esiste però l’opzione che solo uno dei due universi sia continuo e che l’altro, in un certo modo subordinato ad esso, esista solo nei riflessi del primo. Solo ogni volta che un personaggio del primo universo si specchia, l’altro compare, e solo in questo caso esiste. Quale dei due è il mondo originale?

Non solo i personaggi dell’universo specchiato, ma nessun personaggio di entrambi gli universi potrebbe sapere in quale dei due stia vivendo ed essere certo di non essere una mera proiezione dell’altro.

Si dirà che chi vive nella continuità deve essere certo di ciò, e che chi non vive nella continuità deve per lo meno maturare il sospetto che così stiano le cose, come per esempio nella puntata di Futurama in cui tempo procede a scatti (Futurama, episodio 14, stagione 3: “Time Keeps On Slippin”), ma ciò è errato, si tratta di due scenari completamente diversi.

Ogni volta che il personaggio dell’universo discontinuo –quello che esiste solo davanti allo specchio- torna alla luce dal riflesso del personaggio reale che si trova dinanzi ad esso, tornerà alla luce con tutto il vissuto dell’altro, con tutti i suoi ricordi, intatti, affievoliti o in certi casi parzialmente o già del tutto svaniti, e le certezze, senza il minimo sospetto di non essere esistito tra una e l’altra scena e di non aver mai preso parte a quei pezzi di vita in cui non c’era riflesso.

Potrebbe obiettarsi che, anche stessero così le cose, è comunque sufficiente, per chi viva nell’universo continuo, constatare una volta per tutte di esistere anche in assenza di riflessi, per essere sicuri della propria natura. E ciò andrebbe bene, se non fosse che non si vive veramente nel presente, ma solo nel ricordo di esso e che una volta dinanzi a uno specchio, ogni esperienza precedente è in entrambi i lati identica, indistinguibile, e nessuno potrebbe essere sicuro di sapere chi sia chi.

Il ricordo di essere stati vivi in assenza di riflessi sarà presente in entrambi i personaggi, entrambi saranno del pari convinti dello stesso e avranno sospetti pure del tutto simmetrici.
Di fronte allo specchio i due universi perdono i contorni, diventano indistinguibili nelle menti di chi li abita, nessuno potrebbe avere la certezza che il suo non sia quello illusorio.  Dinanzi a uno specchio diveniamo tutti in un certo modo ombre e immagini di qualcos’altro.

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