Spiriti, Fantasmi, e simili

Oggi diamo una scorsa ai vari termini a disposizione (specie in inglese ed italiano) per indicare i fantasmi, cercando di carpirne le sottili differenze in virtù delle loro origini.

Potrebbe apparire un tema poco “natalizio”, ma in effetti può essere ricondotto allo spirito (appunto!) festivo in virtù, per esempio, del “Christmas Caroll”, dove sono proprio le immaginifiche apparizioni dei Natali passati, presente e futuri a risvegliare dal suo torpore egoista il protagonista della storia.
Quella del Natale, si sa, è sera “magica”, non estranea alle visioni, e apparizioni, se non sempre riconfortanti, sempre positive, perché per lo meno con decisive virtù catartiche, protese al bene.

Di solito traduciamo in inglese la parola “fantasma” con “ghost”, voce del tutto diversa dal quella nostra, e che è usata anche per lo Spirito Santo, “Holy Ghost”, quando, appunto, noi se ne usa un’altra, “spirito”, che “di sponda” avevamo già incontrato parlando dei distillati ed è meno specifica di “fantasma” quanto alla relazione con un determinato “morto umano” e quindi impiegata a fini biblici.

Il primo significato di spirito, infatti, lo vedemmo, non si riferisce agli alcolici, ma in italiano (e non solo) indica, appunto un genericissimo “essere” o una “sostanza” incorporei, eterei: un soffio. Da lì viene e non ripetiamo.

Fantasma ha una sua trasposizione in inglese, anzi due, phantom e phantasm, ed esse sono derivate, come la nostra parola, dal greco per “immagine” (ma anche “apparizione”: phantasma) e la voce è relativa anche a “fantasia” e “fantastico” (così come: fantasy).
In inglese phantom è introdotto nel 1300, con fantum, “illusione”, “irrealtà”, dall’antico francese fantosme del secolo precedente, a sua volta attraverso il latino volgare fantauma, e dal latino dotto phantasma “apparizione”.
Per inciso la forma ph- fu ripristinata in inglese su lemmi latini nel tardo XVI secolo, con eccezione proprio dei vocaboli “fantasy”, “fantastic” e “fancy” che furono lasciati con la F; il suono era venuto a confondersi del tutto con l’altro.
In inglese questi vocaboli significano “spettro”, “fantasma” dal XIV secolo, ma assunsero il senso generico di “ciò che ha la forma, ma non la sostanza, di qualcosa di reale” nel 1707.
E a proposito di “apparire senza essere” nell’ambito semantico della parola “fantasma” in spagnolo va ricondotto anche il ciarlatano, una persona che parla, appare, si propone come… ma non è.
In francese, invece, “fantasme” è la fantasia.    

Phantasm, all’inizio del secolo XIII “fantesme”, giunse sempre dal francese fantosme, all’epoca “sogno”, “illusione”, “apparizione”, “spirito” etc. con la stessa origine latino-greca dell’altro, e in definitiva dal greco phantazein “rendere visibile”, “mostrare” da phainein “portare alla luce”, “far apparire” (ma anche “spiegare”, “esporre”) da una radice proto indeuropea *bha- di “brillare” da cui il sanscrito bhati “brillare”, “luccicare”, l’antico irlandese ban “luce bianca”, “raggio di luce”.
Se a qualcuno, leggendo la radice irlandese, fosse venuto in mente il famoso “Banshee”, lo spirito femminile irlandese che grida e terrorizza, chiariamo che esso non c’entra e viene dal 1771, da bean sidhe “elfo femmina” da bean “donna” a sua volta dal proto indeuropeo *gwen- che vedemmo e da cui “queen” e sidhe, da sith corrispondente a “fairy” (elfo, folletto, o che dir si voglia) o sidc “tumulo degli elfi”. Colei che chiama gli spiriti dei morti!

La famosa fantasmagoria è voce recente che discende dal francese, e sarebbe propriamente l’arte di “parlare ai fantasmi”, “chiamarli” e di far apparire figure luminescenti nel buio, secondo alcuni da uno spettacolo del genere del 1802 dello showman Paul de Philipstal, è voce la cui coniazione è attribuita al drammaturgo Louis-Sébastien Mercier, per intendere un “raduno di fantasmi”, dato che propriamente la parola è composta con “agoreyo” in greco, “parlo” a sua volta da “agorà” la piazza dove si tengono le riunioni e i discorsi. Sei anni dopo è anche il nome del primo cartone animato completo, composto da 700 disegni di Emile Chol.

Ghost, il lemma più conosciuto in inglese, era in origine gast “soffio”, “respiro” è quindi del tutto corrispondente al latino da cui il nostro “spirito”, che può essere buono o cattivo, angelo o demone.
Discende dal proto germanico gaistaz da cui l’antico sassone gest, l’antico frisone jest, e così via, l’olandese medievale gheest, e il germanico geist di oggi.
La radice proto indeuropea è gheis-, è usata anche per voci che esprimono stupore, o eccitazione, o paura il sanscrito hedah (ira) l’avestico zaesha- (orribile e spaventoso) il gotico usgaisjan, e l’antico inglese gæstan (spaventare).

È comune alle voci indeuropee che indicano lo “spirit”, o il “fantasma” di avere una relazione con “l’apparire”, ciò succede appunto non solo nel greco phantasma e nelle lingue romanze con espectro, spettrospectre, ma anche nel polacco widmo, dallo slavo ecclesiastico videti per “vedere” nell’antico inglese con scin, e nell’antico tedesco in giskin, che originariamente significava, per l’appunto “apparire” e “apparizione” imparentato con l’antico inglese scinan, e l’antico alto tedesco skinan, oggi “to shine”.
Altrimenti il concetto di riferimento è quello del “ritorno” come nel francese e nell’inglese revenant, l’antico norvegese aptr-ganga, (“tornare indietro”, dall’Altro Mondo, si capisce). 

Lo spettro, infatti, viene da spicere e spectare, voce latina per “vedere”, “guardare” presente pure in “spettacolo”, ma anche in “sospettare”, per esempio (sub-spicere), ed è composto inoltre con il suffisso –trum, indicante il “mezzo”, lo “strumento”: spec-trum. La parola ha assunto, ovviamente, significati disparati, ed è usata anche in scienza.    

Riguardo ai fantasmi, poco usata ormai in tal senso, c’è anche una voce relativa ai Lari (abbiamo trattato anche di loro): larva, che da sempre, oltre a quello primo e relativo al mondo animale, irradia anche un significato sinistro, con un secondo senso di “ombra dei morti”, e appunto “spettro”, “fantasma”, che alcuni vorrebbero (senza fondamento, leggo) discendere dal semitico lahaa “esser travagliato” con ruahh, “anima”, “spettro”, quindi col senso di “anima in pena”, ma secondo altri verrebbe dal celtico larrua, “pelle” o “cuoio”, si dice, per l’usanza di fare delle maschere con la “pelle” (la corteccia) degli alberi, e secondo altri, invece, deriverebbe da una radice dark-lark, da cui anche “lacrima”.
Presso i romani era il nome della maschera dai tratti deformi con cui si faceva paura ai ragazzini, che poi Linneo usò per il secondo stato dell’insetto, uscito dall’uovo “mascherato da verme”, prima di diventare crisalide, etc.   

Anche ectoplasma è, in effetti, termine tecnico della biologia, che si riferisce alla parte superficiale gelatinosa e consistente del citoplasma cellulare, composto dal greco ektos (fuori, esterno) e “plasma”, come in “plastico”, “plastica”, “plasmabile”, in breve indica una sorta di materia componibile, modificabile.

Rimane da vedere ombra, una parola interessante già solo perché con il suo corrispettivo latino Virgilio sceglie di concludere la I e la X Egloga della Bucoliche “umbra” e l’Eneide “umbrae”: le ombre dove precipita l’anima di Turno ucciso da Enea (“ast illi soluuntur frigore membra uitaque cum gemitu fugit indignata sub umbras”).
Come si sa, Dante, sulla scorta di questa osservazione, scelse di ribaltare il tetro “pessimismo pagano” scegliendo la parola “stelle” per chiudere tutte e tre le cantiche della Commedia.
Il lemma è in origine relativo alla pioggia, in sanscrito abhra è la nuvola piena d’acqua, affine a àmbhas (acqua) e al greco òmbros, come il latino imber (pioggia), appunto. È lo “spazio privo di luce”, “d’ogne luce muto” diremmo con la magnifica sinestesia di Dante, perché un corpo si interpone tra essa e il suolo, come fa la nuvola e diventa quindi anche sinonimo di “spettro”, apparizione di un corpo “in negativo” privo si materia e reale forma fisica, ma apparso ai sensi.

(Visited 224 times, 1 visits today)