“St. Vincent”, film del 2014, con Bill Murray: un’occasione per notare alcune relazioni tra cultura USA e modelli classici della letteratura e della cultura Occidentale

Oggi che, non fosse altro per forza di cose, mi sono avvicinato di più alla cultura americana, alle sue tradizioni e mentalità, non solo la amo di più, ma mi accorgo -oltre al fatto che la distanza dalla nostra è più marcata di come sembri-, anche che essa è in qualche modo più vicina al nostro patrimonio culturale classico e tradizionale di quanto a prima vista potremmo immaginare. E di quanto lo siamo noi stessi.

Non serve certo specificare che le idee e i modelli interpretativi della realtà si muovono e mutano indipendentemente dai luoghi geografici “di appartenenza”, come può notare chiunque osservi che gli egiziani delle piramidi non hanno nulla a che vedere coi musulmani che abitano gli stessi luoghi oggi, o i romani delle legioni non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli che oggi popolano la Città Eterna.

E chi è più vicino a certi “classici” ora? Forse gli americani!

Certamente non tutto quello in cui uno crede o dice di credere, o in cui si può credere “esiste”, ma affinché qualcosa “esista per davvero” è per lo meno necessario crederci.
E se oggi noi italiani (europei) percepiamo come ingenui i registri narrativi e i valori degli statunitensi, la loro poetica ripetitiva ed ordinata, lineare, solida fino allo sfinimento, non abbiamo abilitazioni per aggiungere che essa sia anche “falsa” come spesso si dice, insincera.
Non lo è! Gli americani credono per davvero nel loro paese e nel loro sistema di valori, come Dante, ad esempio, credeva che esistesse una sola verità. E fino a che non verranno smentiti fanno anche bene, per noiosi o “sempliciotti” che appaiano ai cinici del continente da cui si sono originati e hanno poi iniziato a divergere.

Divergere! Ecco un punto. Forse come per la lingua, l’inglese, in cui la divergenza da quello originario (come accade con il francese canadese) ho letto, è meno marcata che nelle terre di origine -vale a dire l’inglese di Inghilterra e il francese di Francia oggi sono più diversi da quelli che si parlavano ai tempi del colonialismo di quanto lo siano quelli americani- anche in certi altri modelli l’America ha mantenuto quello che noi abbiamo perso. Non si è allontanata, ma piuttosto il contrario.

Prendiamo un filmetto semplice come (uno degli ultimi di Bill Murray, del 2014) St. Vincent. È davvero niente di che e una storia protocollare narrata altre diecimila volte. Esso, in modo più evidente e tra altro, celebra la classica critica interna alla cultura americana dell’apparire, e ripropone il solito modello per cui, proprio nella società che più ha potenziato l’apparenza, non deve fermarcisi ad essa, ma si deve cercare di approfondire ciò che si ha davanti. Ebbene, oltre a ciò, si ripropone in un certo senso “pari pari” il modello dantesco di salvezza purgatoriale.

Vediamo. Il protagonista, vecchio bisbetico cinico, pieno di difetti, beone, lenone, fumatore, giocatore, è comunque soggetto predisposto al bene. Viene travolto nell’inerzia della sua vita ormai dissoluta e votata allo scatafascio del peccato, dall’innocenza di un bambino di genitori divorziati, che arriva ad abitargli vicino, e a cui si affeziona nonostante tutto, stringendo un rapporto sorto grazie a un impulso casuale.
La vicenda serve al ragazzo come esperienza di vita, crescita personale e comprensione di ciò che va studiando nell’aridità della pagina dei libri di scuola, e all’anziano per ritrovare se stesso, e appunto la salvezza.
Vicenda delle più classiche, due situazioni difficili non si sommano in una ancora peggiore, ma si elidono e rinnovano nella rinascita, grazie alla buona volontà.   

Ma la storia è anche la riproposizione in chiave secolare e laica del mito di salvezza cristiano attraverso il percorso di purificazione di quello strano regno intermedio tra Paradiso e Inferno, che è il Purgatorio.
L’unico purgatorio di cui è data esperienza al protagonista deve tenersi nella sua stessa vita e società, ma, come da tradizione, si tratta di in un percorso doloroso che culminerà nel trionfo tipico della “beatitudine medievale”: pubblica, generalizzata, osannata, applaudita. Un riconoscimento di grazia a lieto fine che ha luogo, nella storia cinematografica, nella proposizione del protagonista come “santo laico” dal bimbo nella sua esposizione pubblica a scuola (cattolica), appunto sui santi.
È la grande festa della salvezza dantesca, di cui tutti i consociati devono rendersi conto, e, proprio come in Dante Alighieri (e la cristianità tutta), essa avviene dopo l’espiazione attraverso il dolore, e “l’immersione” nelle acque dei fiumi sacri, Lete e Eunoè.
Da lì in poi (come nel film) non hanno più rilevanza i difetti, le sporadiche e veniali male azioni, i peccati, gli errori, le meschinerie, è tutto dimenticato, mentre assumono protagonismo pubblico solo le buone azioni, il coraggio, la generosità il sacrificio, la buona disposizione verso gli altri di un individuo.
Verrà infatti fuori che questo apparentemente solo cinico, bastardo, avido, gretto, uomo incattivito e solitario, trasandato e a cui non daresti cinque lire, è anche un reduce di guerra che ha salvato tante vite umane, decorato, un marito innamorato e devoto, un coraggioso, modesto, ma fiero, combattivo, ma in sordina, eroe americano vero! Come lo è Clint Eastwood di Gran Torino e altri mille che vengono in mente subito a tutti, con o senza sorrisino di sufficienza.

Questo “rituale di salvezza” laico è profondamente radicato anche nella mentalità del non religioso in America, ancora convinto che certi atteggiamenti non solo provochino grado massimo di soddisfazione personale, ma che per essi valga la pena lottare, schierarsi, persino sacrificarsi perché giusti.
Come al solito non è detto che questo modo di vedere le cose sia “vero” e corretto, ma certo è che affinché lo sia, seppure non è sufficiente, si deve per lo meno crederci.

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