Su Excalibur, il film del 1981

Vidi il film  Excalibur per la prima volta appena uscì, con mio padre e mio fratello, all’età di cinque-sei anni; ora, trentacinque anni dopo, tanto è cambiato al mondo, ma questo film non ha ancora perso il suo smalto. Qui di seguito alcune mie considerazioni che cercano di non ripetere nulla che possa essere trovato altrove.

Introduzione
È piuttosto divertente, e a suo modo istruttivo, partire rileggendo oggi le recensioni dei film vecchi; nel caso di Excalibur, che divise molto le opinioni, si percepisce nettamente quanto all’epoca certi giornali pullulassero di “intellettuali”, sofisticati e alla ricerca ”dell’ipermoderno”, del ”decostruttivismo”, architettura, scienze sociali, filosofia, etc., menate “profonde”… insomma, comprensibili (si fa per dire) solo a chi ostentasse dimestichezza con frasi piene di –istico, -istica, -ismo, -ista, -ismistico, e via dicendo. Dalla mia esperienza diretta, i più, se e quando va bene, ne sanno qualcosa di quell’arte azzoppata che è il cinema, e si orientano tra marche di acqua di colonia, da mettere ai musei contemporanei, dove sfoggiano, con un dito su un lato della bocca, un’aria perennemente indispettita per difendere la loro insicurezza. Per il resto non alzano una paglia.

A trentacinque anni dalla sua uscita, infatti, Excalibur ha vinto, e la psicanalisi ha perso, per non parlare dell’intellettualismo.

Analisi
Excalibur è nel suo genere un grandissimo film e un capolavoro, che ovviamente può non piacere, come può non piacere il genere intero, e come a me né piace Woody Allen, né mi interessano le fobie e nevrosi dell’uomo moderno, o così come detesto parlare di sesso.

Il film ha parti meno brillanti di altre, ma in generale è splendido da tutti i punti di vista e molto solido.
In primo luogo si fa apprezzare per una ricostruzione della trama di Malory veramente geniale, dove confluiscono anche altre tradizioni, e che è stata realizzata in stile “classico”, con taglia e cuci decisi e anche prepotenti, ma benedetti da tanto gusto e criterio, probabilmente da vera passione. Tutti gli artisti veri hanno sempre fatto così, a partire da Dante, con qualche decina di mostri e miti greci reinventati a suo uso e consumo; il quale, tra l’altro, cita anche lui il famosissimo ciclo della Tavola Rotonda (Inf. XXXII) e il particolare raccapricciante della ferita inferta da Artù al figlio Mordred. Il passaggio da cui prende il riferimento: “Dice la storia che dopo estratta la lancia passò attraverso la ferita un raggio di sole, così apertamente che Girflet lo vide“ (trad. da: La Mort le Roi Artu), nel film diventa un abbraccio mortale al tramonto, di rara bellezza.
Le modifiche, che sono sempre un azzardo e devono essere realizzate solo se necessarie, mai per stupire o per altri fini spuri, non solo in questo caso non peggiorano, ma a volte migliorano la storia e di certo la fluidità della narrazione, a partire dall’unione della Spada nella Roccia con Excalibur (erano due spade diverse), snellendola, magari con qualche inevitabile concessione ai ritmi e alle attenzioni più distratte non solo del cinema, ma della contemporaneità. In genere, però, si libera del superfluo e andando al sodo. Impossibile dare spazio e rilevanza ad ogni personaggio, o oggetto del ciclo, che, pur essendo molto di più, a volte ha i tratti deprecabili e sciocchi del puro e semplice romanzo cavalleresco; ricordiamo, per esempio, che in alcune versioni la spada non è tanto poderosa quanto lo è il suo fodero, che conferisce invulnerabilità; inestricabile è la selva della tradizione letteraria arturiana! 
Il copione e i dialoghi sono veramente ben scritti e con passaggi di notevole poeticità e frasi memorabili.
Inoltre l’aspetto visivo e fotografico, che è quello che riesco ad apprezzare meno, non essendo affatto un amante delle arti figurative, è così eccezionale da togliere il fiato anche a me che sono vicino alla cecità artistica, nel mio disinteresse.
Duro, scuro, ostico, crudele, a tratti raccapricciante e truculento, come tradizione vuole, ostenta però anche una corposa base filosofica e d’erudizione; rispetta a volte, o si sforza di farlo quantomeno, una visione ancestrale e tradizionale dell’uomo e del guerriero, altre volte estende il suo senso anche a interpretazioni e inquietudini più moderne, o, se si vuole, le tollera.
Per esempio e tra tante, è molto buona, nella sua semplicità, l’idea della transizione tra vecchio e nuovo mondo, imperniata sulla successione di religioni quasi spontanea e indolore, inevitabile e naturale come le stagioni; bello il motivo dell’avvicendamento su più piani di divino e umano, di naturale e di teologico, di abbandono allo spavento (simile a thauma greco) e volontà di dominio; ottima la personificazione di paganesimo e forze naturali nel Drago, l’uso di una formula magica in gaelico che richiama l’origine gallese di Merlino… insomma, tanti gli spunti di riflessione, e molto suggestive le posizioni espresse; in una storia di fantasia non occorre altro, e qui c’è fin troppo.
Ottima è pure l’esposizione della forma monarchica come unione e vicariato, voluto da Dio stesso, di chi governa con la sua Terra, idea politica che non potrebbe essere più distante dalla mia, ma dalla quale vale la pena lasciarsi conquistare per un paio d’ore, proprio come va, per esempio, applaudito per stile e bellezza il delirante elogio della monarchia che Dumas, che era un repubblicano convinto, e scrittore non certo dei miei preferiti, mette in bocca ad Athos in Vent’anni Dopo (Cap. XXIV).  
Sono decine le corrispondenze e i simbolismi seminati nel film, tanto da far pensare che alcuni saranno sorti anche inconsapevolmente, ma ci si può divertire per ore ed ore a rintracciarli, o inventarseli (perché no, per una volta: inverarseli), se si conoscono a sufficienza certe tradizioni letterarie, anglosassoni e, come si sarà già notato, non solo.
Magnifico, per dirne un’altra, il finale con implicito e delicato riferimento all’iscrizione latina: “Hic iacet Arthurus, rex quondam, rexque futurus”, che Malory pone sulla sua tomba, e che riprende la leggenda del ritorno del re ideale (anche in Tolkien c’è, guarda caso, un “Ritorno del Re”, le cui iniziali del nome suonano pure AR-agorn) passato dalla persona alla spada, la quale, sorgendo, ungerà del crisma un altro soggetto, degno di essere il nuovo Artù. Non sorprende che della spada oggi non si veda traccia.  
Non esiste, che io sappia, un altro film sulla figura di Artù (e compagnia) dello stesso impatto, o migliore anche solo in uno dei tanti aspetti da considerare, compresi i criticatissimi costumi, che seppure a un’analisi attenta e pedante possono sembrare ridicoli, nell’insieme e ancora lasciandosi trasportare come è sempre necessario fare davanti a un film epico-fantastico, svolgono egregiamente il loro ruolo, dato che contribuiscono ad evocare quel romanticismo (in senso proprio) che s’è aggiunto alla tradizione letteraria originaria, e che ha posto la vicenda su un piano lirico e storico del tutto nuovo (non solo e non più al confine tra Alto e Basso Medioevo). E assai piacevole!
Criticare la “non storicità” delle corazze, poi, di una vicenda non solo completamente fittizia e di fantasia, ma anche volutamente astratta, rielaborata infinite volte, e rimossa dalle sue ormai irrilevanti basi e fonti storiche (quali scegliere poi? Le tardo Romane, le alto medievali, basso medievali, wagneriane, contemporanee, la vulgata?), arriva a un grado di delirio che potrebbe anche suscitare un intimidito rispetto, oppure, in chi ne sa di più, un più banale e sbrigativo ricorso al vituperio.
Per una volta si tollera bene anche la scelta musicale; i brani non sono avviliti e violentati, come quasi sempre succede (e dovrebbe essere messo non solo al bando, ma fuorilegge), dalla loro unione, malamente amputata poverini, a stupide immagini in movimento, e dall’uso maldestro che ne fanno mestieranti ignoranti e saccenti, ma anzi ne escono benone; ne esce bene persino O Fortuna. Forse un pezzo più banale, e meno adatto nel senso alle immagini, non si poteva trovare, ma a parte che praticamente nessuno sa il latino, anche qui, nel complesso, e se non ci si pensa su troppo, il tutto scorre e funziona benissimo; il passaggio dei cavalieri e la rifioritura della Terra sulle sue note è una delle scene più iconiche di sempre, una di quelle che ha fatto innamorare molti di questa pellicola, e del componimento di Orff stesso, che non è mai stato usato meglio… se consideriamo, per esempio, che ultimamente lo ho ascoltato in apertura dei concerti di un gruppo rock-fiacco di quelli che ascolta mia figlia, qui non ci possiamo proprio lamentare.

Quad poster design for EXCALIBUR

 

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