Su me

Non dico niente! In voce, non dico niente. Non so perché la gente si ostini a parlarmi!

E persino a prendermi sul serio a volte; cosa intollerabile, dato non solo che non riesco proprio ad essere serio mai, ma che sono anche cieco, completamente.

Agisco come se non lo fossi, per abitudine, educazione, tendenza innata… non lo so.

Se riesco a sapermi comportare è per pura fortuna, ma non ho la minima idea di quello che stia facendo, mentre lo sto facendo. Di dove stia andando, quando sto andando. Di dove sosti, mentre rimango inerte.

Inoltre, e questo è definitivo, sono completamente sordo; è inutile rivolgersi a me sperando nella comprensione. Se a volte rispondo, è solo a caso; ed è quindi pure un caso se appare esserci qualche pertinenza, una relazione tra la circostanza concreta e le mie parole di volta in volta emesse.

Le quali per di più non emetto con la mia voce, dato che non ho voce, essendo totalmente muto, privo dalla nascita, se c’è stata (io non la ricordo, francamente) di corde vocali.

Non ho perso l’abilità di parlare, non ce la ho mai avuta, come il resto. Muovo solo le labbra, se così si chiamano, a volte, quando mi va, quando mi sento.

Non so niente.

Non so nulla di quello che mi circonda, e non so nemmeno se i movimenti aleatori della mie labbra, coincidono con quella registrazione, realizzata in chissà che lingua, che degli alieni remoti fecero, milioni e milioni di anni or sono, a milioni e miliardi di anni luce da qui, sostenendo di sapere con assoluta certezza il meccanico futuro dell’universo lontano, e che si attiva secondo le loro previsioni.

Rimbomba, rimbomba, per l’universo, per gli universi, da allora.

È tutto stocastico quello che io insceno, ammesso che io esista davvero; sì, io esisto appena, sottile sottile, grumo di vuoto e particelle, chiuso nella buia stanza del me.

Incerto del mondo, non so se ci sia nulla “là fuori”. Sospetto. Fantastico. Invento. O credo di inventare.

Sogno. E realtà e sogno si mescolano, ma a volte credo di sognare, ed il sogno più ricorrente è di premere con strani attrezzi chiamati dita, dei tasti neri che significano qualcosa e che compongono delle cose chiamate “parole”.

Come queste.

Non so!

Se anche lo facessi, lo farei senza criterio, disordinatamente; un eventuale apparente “ordine” sarebbe frutto di una mera, quasi beffarda, casualità che manda avanti illusioni di senso. Wdhfwinc wdpjfw c s9qwpdch perché non c’è ordine in quello e ordine in questo?

C’è un universo che appare “tanto ordinato”, solo perché questo è il ruolo che il caso infinito gli ha riservato in infinite combinazioni di universi e di caos. Ow nhcfoqw ien cwdnvcòd ncvòkrv wjr© cprwidcn prjcvnm  era predeterminato scrivere queste lettere.

Non posso essere certo nemmeno di premere tasti, perché non ho neppure il senso del tatto.

Quindi non abbracciatemi; e amore, non baciare le mie labbra, non potrei sentire nulla. Vnwcnow epfj awprefnqinvcvn  qr gfjqròinv  

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