Su realtà e finzione nelle opere di ingegno.

La realtà supera la fantasia. Spesso questa frase è usata con una sorpresa che ha veramente dell’incomprensibile. La realtà supera sempre e necessariamente la fantasia e così e deve essere!

L’elaborazione di una storia, sia essa teatrale, letteraria, cinematografica, o grafica (anche una singola immagine, o scultura, raccontano una storia che si sviluppa nel tempo) segue dei canoni precisi che la rendono qualcosa di diverso e distante dalla realtà, e necessariamente una sublimazione di essa che passa sempre per “l’affievolimento” e non per il potenziamento di alcuni suoi aspetti dei più crudi. Persino nell’horror, persino laddove vengono inventati e “aggiunti” al mondo reale elaborati orrori fittizi come zombie, vampiri, virus letali etc. succede ciò.

La pretesa, spesso e volentieri cercata, di riprodurre -in opera- “la realtà” con fedeltà estrema (e magari con un surplus di perversione e morbosità) è, oltre che impossibile, insensata: la realtà già c’è e non ne serve un’altra in miniatura, sovrapposta. La scelta, invece, di un linguaggio piuttosto che un altro è un qualcosa di assolutamente legittimo e sensato. E tale linguaggio può arrivare al parossismo, all’estremo, al verismo più spinto, certamente. Poi saranno i gusti e la grandezza di ciascuno, a determinare fortuna e sfortuna dell’opera.

Sia come sia, la vera guerra di Troia sarà stata senz’altro più cruda e orribile della sua trasposizione poetica, laddove pure, Achille dà del cane a Ettore e lo insulta e minaccia fieramente, suscitando sempre nel lettore quel brivido d’odio che però non esisterebbe e non può esistere nella realtà semplice e diretta di due uomini che lottino per uccidersi a vicenda.

E così Medea, Edipo, Alex Delarge, o Tuco Ramirez, che dir si vogliano, non sono mai così disperanti e “reali” quanto un vero incidente stradale e le sue lamiere contorte e macchie di sangue, o denti, sull’asfalto, la morte per malattia di un figlio, o di un amico, il pianto disperato di un bambino che s’è fatto male sul serio giocando, o anche un licenziamento ingiusto, una violenza sessuale su una minore, e tutto ciò che la vita riserva a molti, se non a tutti noi, e a cui reagiamo senza indulgere nel pathos.

La pretesa, quindi, di elaborare un’opera non tanto per avere un impatto determinato e cercato sul fruitore (suscitare rabbia, disgusto, orrore, fastidio, nervosismo, irrequietezza, dissenso, commozione, amore e tutto il resto), quanto di riprodurre l’orrore dell’esistenza senza filtri e sbavature, senza rielaborazione, è vana, è infantile: si starebbe elaborando un inutile documentario; inutile dato che la realtà tutti sappiamo bene cosa è!

Agire in tal senso sarebbe l’equivalente di giocare di ruolo scegliendo una vita in toto rispondente alla nostra attuale: mi sveglio alle sette, mi faccio annoiato la barba, esco di casa per andare al lavoro, mia moglie è ingrassata; “il capo ti insulta in malo modo, tiri i dadi e che fai?” decidi di abbassare la testa, ti immagini tuo figlio a Natale che ride per i giocattoli e torni alla scrivania in silenzio. Nessuno perde tempo a giocare di ruolo così! Nessuno ama, nella sua vita reale,  come si innamorano i personaggi dei libri, dei film, che ci commuovono tanto e fanno provare proprio quel sentimento che non troviamo nel quotidiano, rendendocene partecipi. Tutti noi vogliamo piangere, principalmente, sfogarci, fuggire.

Una storia di finzione deve essere, per forza di cose, “più dolce” della realtà, ne deve essere sempre e comunque la sublimazione. Puntando sulla sensibilità interna, deve evocare sentimenti e commozioni, altri, diversi da quelli che si danno dinanzi ai fatti della vita: al vero letto d’ospedale, o alla tac che rivela il nostro tumore, o alle corna messe dalla nostra ragazza. Deve amplificare il sentimento nella mente, nell’intimo. Anche le storie orripilanti, macabre saranno più “dolci” della realtà, perché puntano anche esse su un meccanismo mentale, “ricettivo-empatico”, che non si usa nel reale.

Detto ciò, questa smania insensata che a volte pare assalire sia l’elaboratore che il consumatore di intrattenimento artistico, e che invade molti dei commenti e delle critiche “da pub”, è piuttosto risibile.

Ci sono delle convenzioni non scritte nell’arte dell’intrattenimento che non vanno censurate né infrante alla leggera. Fatto salvo che tutto può essere sperimentato, se si vuole, l’effetto ottenibile non diviene più intenso e “migliore” solo per l’inasprimento del linguaggio, e il “superamento” di tali “regole non scritte”.

Per tutti sarebbe possibile, e facile, inventare e mettere in scena orrori raccapriccianti privi di limiti, specie usando bambini (il mammifero prova ribrezzo estremo per l’incapacità a proteggere la prole) o usando immagini di escremento, morte, decomposizione e quant’altro. Così come è facile invogliare il pubblico a comprare questo o quel prodotto mostrando culi e poppe, ma non c’è arte lì; l’arte non è semplice, per lo meno nella esecuzione deve tendere alla “perfezione”. Un linguaggio che parli solo alla parte “animale” -prole, malattia, sopravvienza etc.-, che tocchi solo le corde del condizionamento, o che si assesti sui meccanismi della risposta basilare del mammifero a certi stimoli, non ha alcuna reale ambizione.

Il ricorso a certe vie, per lo sviluppo di una storia con l’obbiettivo di suscitare una determinata sensazione nello spettatore, deve quindi essere ben calibrato, o invece di essere segno di genialità e libertà espressiva, superamento di ipocrisia o di ripetitività, testimonierà proprio il contrario.

D’altra parte generazioni di sapiens si esaltano dinanzi a opere che con le sole parole sono riuscite a far viaggiare tra mille sfumature emotive praticamente chiunque, senza dover arrivare a un estremo che imiti “la realtà”, il peggio di essa. Si pensi pure al grottesco inferno di Dante, all’addio in Paradiso alla donna più amata nella storia umana (Beatrice) e a tantissimo altro ancora.

L’estremo ha forse più senso quando è solo: estremo per l’estremo. Cioè quando non ha “senso”, e non ne vuole: diviene mero sacrificio dei modelli espressivi spostando il discorso altrove che nel contenuto o nella “storia” (ma nessun cantante di Black Metal coperto di sangue suscita vera paura).

Alcuni esempi di opere “delicate” e perfettamente elaborate pur col ricorso a cliché: Gianmaria Volontè si vendica in “Per qualche Dollaro in più” sopprimendo moglie e figlio di due anni del suo traditore, la scena non è mostrata, ma il gesto è chiaro. Luca Brasi ne “Il Padrino” (libro) è responsabile di aver gettato un neonato vivo in una fornace. Achille uccide Astianatte, figlio piccolo di Ettore, fracassando la testa di lui contro una parete.

Potremmo andare avanti a lungo, sempre trovando scene funzionali all’economia di una narrazione che ha un ordinamento ben preciso e che non è certo una pedissequa riproduzione dell’insensatezza del vivere. Un’opera è proprio il contrario: è una struttura determinata e completa, conchiusa, che ordini e dia senso all’assurdità di esistere. In un certo senso ogni storia è: Dio! O per lo meno “voglia di Dio”, o anche solo residuo, riflesso, di tale ancestrale brama. Il caos e lo sbandamento assumono una consistenza determinata e ordinata.

Detto ciò vale la pena di notare come anche la formazione della trama debba rispondere a certi ineludibili canoni (dispiace parlare di canoni? Sarà meglio rassegnarsi! Il linguaggio è convenzione, tra l’altro), tra cui proprio quello della determinatezza dell’oggetto narrato. “E vissero felici e contenti.” nessuno racconta se poi abbiano mai divorziato.

Una storia, per complessa e elaborata che possa dirsi, non può mai imitare davvero la perdita di orientamento e rotta propri della realtà, in cui nessuno è protagonista se non della sua propria minuscola vicenda personale, che vicenda in senso proprio non può neppure definirsi, dato che manca di spettatori (ognuno contempla la sua propria storia essendo unico spettatore e unico attore al contempo: quindi non si tratta di una storia!).

Su questo aspetto sono molto curioso di vedere come Martin svilupperà il suo racconto del “Trono di Spade” in futuro, dato che apparentemente il suo incedere narrativo parrebbe voler riprodurre (ma non è caduto in tale errore a mio avviso e per questo sono curioso per l’avvenire) il nonsenso dello sviluppo degli avvenimenti della vita reale: persi nel vago e nel caotico. In lui, infatti, nessun personaggio è protagonista, la morte coglie senza scampo chiunque in qualunque momento per qualunque ragione, tutto è possibile e può complicarsi, etc. ma penso che la la mancanza d’ordine sia solo apparente e proposta in modo convincente e molto ben elaborato.

(Visited 40 times, 1 visits today)

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.