Su Specchi, Fermare il Tempo e Altre Disquisizioni

Il resoconto di una delle serate del club letterario.

Quella sera come al solito si stava discutendo di soggetti classici della letteratura fantastica e dell’orrore ed erano già venute alla luce parecchie considerazioni interessanti e disordinate.            
Charles Keller, presidente pro tempore della H. G. Wells Society, esegeta della sua opera, storico, collezionista e studioso di artefatti rari e curiosi, letterato e artista, oltre che astronomo e astrofisico dilettante, aveva poi cercato di indirizzare la discussione ricordando le strane fobie di Borges per maschere e specchi, che forse hanno anche qualcosa in comune, e aveva citato la frase dall’autore argentino attribuita al suo amico Bioy Casares in apertura di Tlön, Uqbar, Orbis Tertius: “Los espejos y la cópula son abominables porque multiplican el número de los hombres”. Forse il mio racconto preferito.

Che gli specchi (e l’esistenza) abbiano per lo meno qualcosa di sinistro, se non vogliamo arrivare a dire abominevole, è considerazione condivisa e reiterata da molti; pure diffuso è il sentimento, appena ulteriore alla più superficiale razionalità –gli animali intuitivamente non riconoscono loro stessi-, che le persone che vi alloggiano siano persone identiche e altre e non solo riflessi.   
La teoria più lineare vorrebbe che essi contengano un universo parallelo, mimico e invertito secondo delle direttive piuttosto chiare. I più angosciati lo vogliono pronto ad invadere e conquistare il nostro con eserciti identici ed opposti, uomini malvagi come noi si è virtuosi. Voglio dire: virtuosi come noi si è malvagi.   

Un universo speculare avrebbe quella che in fisica è definita una trasformazione paritaria e, laddove tutto rimanga identico, si avrà una parità simmetrica, con una inversione su uno o più dei tre assi spaziali x-y-z.          
Uno specchio piatto che si sviluppi sul piano x-y restituisce oggetti che sono inversi avanti e dietro; nel nostro caso quotidiano l’occhio destro diventa il sinistro perché l’inversione si dà sull’asse x e non in quello z, quello che va nella direzione dalla faccia nella realtà, alla faccia nello specchio. Aggiungendo l’asse z all’inversione, lo specchio risponderebbe con un’immagine analoga a quella dell’enigmatico quadro di Magritte: La reproduction interdite, del 1937, o, meglio detto, dell’uomo nel dipinto, dato che il riflesso del libro vicino a lui è del tutto convenzionale.

In simmetria, il riflesso di ogni singolo asse può essere riprodotto dal riflesso su un altro degli assi aggiungendo una rotazione. Quanto però alle caratteristiche fisiche dell’universo di uno specchio classico, esso conserva tutte le funzioni paritarie di massa, inerzia, velocità, invertendo solo gli assi spaziali; il momento angolare, per esempio, non cambia se non rispetto alla direzione del movimento dello specifico oggetto in moto, come può osservare chiunque lanci una pallina di gomma imprimendogli una rotazione, ad esempio verso destra con la mano pure destra e colpisca uno specchio: la pallina rimbalzerà girando per la stessa direzione che sarà però inversa se esaminata dalla prospettiva opposta.        
Ma, in modo più o meno dettagliato e scientificamente rigoroso, tutti sanno come funziona questo oggetto familiare e cosa restituisce alla vista.    
La questione più discussa verteva sulla qualità storica che dovrebbe avere l’universo che lo specchio contiene, o su cui si affacci… A rigore nessuna delle due opzioni, dato che oltre l’immaginazione umana, un riflesso non contiene nulla, e non si affaccia altrove, restituisce solo luce.

Si può arrivare all’estremo di credere che, a prescindere dalle situazioni esteriori e dai gesti concreti realizzati da ciascun attore nello specchio, identici, la motivazione interna di ogni agente possa essere invece antitetica. Il senso degli stessi gesti sarebbe quindi invertito, fino a renderli del tutto opposti. Ammettiamo senza discutere che sia possibile immaginare l’opposto di un’intenzione.             
Il contenuto esterno dell’azione che si dà e ed è osservabile, è esattamente il medesimo, ma il loro valore “morale” non lo sarebbe affatto.  
Si uccide nelle medesime circostanze raccolte dal riflesso, ma uno dei due attori lo fa per amore della patria, l’altro con un segreto rancore verso essa; un giovane bacia la sua amata, lo specchio risponde con l’immagine di un altro giovane identico che la bacia allo stesso modo e con apparente medesima passione, ma la odia e vuole ingannarla; un uomo si rade la mattina, lo specchio offre la sua figura invertita, la sua parte destra è quella sinistra dell’altro uomo, e i suoi pensieri sono del pari opposti e così i suoi intenti, l’elica del dna dello strano individuo riprodotto sul metallo coperto di vetro è sinistrorsa.

Alcuni, forse i meno creativi, degli specchi temono una guerra con questi alieni identici ed opposti, ma se la propensione di ciascuno è quella di sentirsi in qualche modo migliore e terrorizzato dalla sua figura rovescia, non è detto che timore e superiorità non siano gli unici sentimenti condivisi e ribaltati dall’altra parte dell’universo, le ragioni a fondamento di essi, opposte.      
È paradossale, però, che siamo così abituati alla vista del nostro volto speculare che quando vediamo quello che chiunque altro ha davanti nella quotidianità, in un video o una foto, esso ci pare meno familiare. Per noi, i nostri veri volti sono quelli dei nostri opposti negli specchi.

Non saprei onestamente dire se le caratteristiche di un universo speculare comporterebbero anche l’inversione delle cariche delle particelle, rendendo impossibile il contatto con i nostri “alter ego” di antimateria, se così fosse il paradosso sarebbe ancora più bizzarro.

L’idea di un universo parallelo alloggiato nei riflessi, per suggestiva che sia, ha evidenti carenze, in primo luogo quella di non definire che tipo di qualità di immagine “crei” un “legittimo pezzo di universo” e quale altro non ne crei alcuno: quello di una vetrina, quello di una bottiglia, quello di acqua stagnante, e cosa dire dei selciati umidi di una metropoli illuminata? Si è solo in un indefinito “sottosopra”, dicono alcuni, tra indizi più o meno chiari di non essere gli unici ad esistere, dall’altra parte il nostro universo sarà del pari indefinito, sfuggente.

Questi problemi, però, non solo possono essere ignorati, come si fa di sovente nelle storie letterarie, nella fantascienza non di genere “hard”, ma possono perfino essere corretti con aggiustamenti tecnici di fisica piuttosto avanzata (per me) che trovo al contempo tanto interessanti e ingegnosi quanto tediosi e che non riporterò.   
Nessuno pare irritato dall’affermazione che un vampiro non ammette la sua immagine riprodotta, nozione che creerebbe un numero indefinibile di conseguenze impossibili se presa seriamente, ma il tema è comunque vasto, dalle mille implicazioni, e più discusso e trattato di quanto non si creda. Alcuni sono arrivati ad affermare che i summenzionati vampiri non ammettono riflesso proprio perché non possono essere invertiti e che questo indizio non solo li iscrive a pieno titolo nella tradizione letteraria ossessionata dalla catottrofobia, ma rappresenta il tratto essenziale e davvero tipico di quello strano essere altrimenti anodino e martoriato negli ultimi decenni dal cattivo gusto attuale.

Un’idea più interessante vuole che l’universo degli specchi non sia “lineare” come il nostro, ma che esista solo in modo discontinuo e a frammenti, solo nei singoli riflessi di ogni specchio del nostro mondo.

Chi afferma che l’universo dello specchio non è continuo trova difficile poter immaginare una catena di eventi che possa resistere a lungo in modo consistente in una versione invertita nelle intenzionalità dei soggetti. Ad un certo punto, si afferma, l’inversione di intenti dovrà pur manifestarsi in qualche modo, e i cammini dei due universi dovranno per forza divergere.

È vero che la maggior parte di coloro che propongono l’esistenza di universi paralleli che esauriscano ogni possibile configurazione della materia ammette che debbano esserci dei limiti a ciò che può darsi e ciò che non può darsi, dovuti a una completa mancanza di percorso causale che possa mettere in relazione alcuni oggetti con altri -non tutto comunica con tutto, o neppure la conoscenza sarebbe possibile-, ma i più temerari si spingono a rifiutare ogni limite, o per lo meno a non dare alcuna validità al sinallagma tra corso causale e interiorità umana.     
Nel caso di un universo contrario a questo in agguato nei nostri oggetti di vanità, chi lo vuole frammentario pensa che l’altra parte non abbia una storia, ma i suoi personaggi vengano alla luce (mai meglio detto) ed escano di scena a seconda che siano riflessi o no e solo quando questo succede.        
A chi si ostini ad affermare che ciò è impossibile e che l’esistenza necessita di una sua continuità, loro risponderanno con una ostentata scrollata di spalle, affermando che nemmeno nel nostro universo esistere ha un fondamento altro che il mero esistere. E che esso è un mistero per noi come lo è per noi l’esistenza al di fuori della continuità: è solo l’abitudine a illuderci. D’altra parte i personaggi dei nostri sogni pure esistono solo per un certo tempo, esistono in modo discontinuo e così quelli delle simulazioni, delle fantasie, dei giochi di ruolo. Specchio e spettro sono la stessa parola dopotutto. E forse si diventa spettri anche noi ogni volta che ci si specchia, o lo si è sempre.

Altri, infatti, sostengono addirittura che il nostro universo neppure è continuo, o che siamo noi ad esistere solo quando ci specchiamo e che la continuità è illusoria è presente solo nelle nostre menti. Non esiste modo di verificare la discontinuità dell’esistente.

Chi preferisce credere che un universo opposto al nostro debba avere tutte le stesse caratteristiche e struttura del nostro con tanto di storia completa, è costretto ad affermare o che le intenzioni degli agenti rimangono identiche (idea piana e meno interessante) o che ogni atto può sempre essere invertito nelle stesse, e che, in modo intrinseco, la motivazione interna di ciascuno per ognuno di essi è sempre compatibile con quella opposta o forse con ogni altra. Ogni scelta -o ogni illusione di scelta che dir si voglia- può necessariamente ospitare motivi antitetici. La moralità è polverizzata, o non è certo deducibile dal comportamento dell’agente.      
L’amante fedifrago non solo bacerà appassionatamente la donna che odia, ma deciderà anche di sposarla, spinto da odio profondo, “deciderà” poi di essere un marito esemplare, sempre per una forma d’odio, e di distinguersi come padre eccellente odiando la discendenza e la paternità; il soldato traditore, che odia la patria, deciderà nondimeno di fingere lealtà per tutta la sua carriera, serbando il suo vero sentimento solo per sé, per completo disprezzo dei suoi commilitoni. E così, l’amante traditore di questo nostro mondo, tradirà pure nell’altro mondo la persona che però lì ama per davvero. Si piangerà per ragioni opposte, ma si piangerà allo stesso tempo con le stesse lacrime; Napoleone attaccherà la Russia, perderà a Waterloo, sarà esiliato, proprio come nella nostra storia, ma tutte le intenzioni di ciascun attore saranno invertite. Impossibile! Ma quanta gente anche qui fa scelte opposte a quelle ovvie per il risultato a cui sembra propendere e aspirare, per incoerenza, stupidità, o perché no magari una forza invincibile?  

Data l’impossibilità di una configurazione del genere, alcuni hanno proposto che gli specchi non propongono un solo ed unico universo, ma che ne aprono uno diverso ogni volta, ad ogni riflesso, e in coincidenza col nostro in un solo punto alla volta, o in ogni singola “scena” alla volta. Il problema con la prima opzione è che il tempo non pare scorrere in modo discreto, ma lineare; insomma, non pare esserci limite al suo frazionamento se non nell’artificiale concetto di tempo di Planck.    
In caso che ogni scena che appaia su ogni specchio sia agita da un universo opposto diverso ogni volta, il tipo che ci guarda in bagno si sarà trovato lì ad eseguire esattamente gli stessi gesti nostri molto probabilmente in ordine inverso, forse persino da un percorso del tutto diverso, e che divergerà di nuovo non appena le scena sarà finita. D’altra parte è probabile che il tempo negli universi invertiti specularmente scorra al contrario, le lancette lo fanno, e che i gesti si eseguano andando a ritroso, verso il passato. Non occorre frazionare il tempo in modo infinitesimale, ma considerare ogni scena agita quasi in “riavvolgimento” per salvare lo schema.

A questo punto la discussione era sfuggita di mano e s’è dato un brusco scarto di tema. H. G. Wells è dopotutto uno dei padri dell’esame del viaggio nel tempo. Keller ha affermato di aver visto a un’asta l’orologio della serie “Ai Confini della Realtà”, che nell’episodio poteva fermare il tempo, e di aver sentito dire che un artefatto del genere sarebbe “più agevole” da costruire che un macchina che possa condurre al passato. Non è un’osservazione del tutto pertinente, nell’altro universo non si torna indietro nel tempo, né è possibile valicare i confini tra il nostro e quello, è il tempo a scorrere nella direzione opposta.
Il club ha comunque a regola di non discutere di viaggio nel tempo e di simulazioni, argomenti considerati volgari.

Un altro consociato, tuttavia, si è sentito di rincarare la dose affermando che marchingegni del genere si sono dati per davvero nella storia umana e forse ripetutamente, ma che non se ne ha traccia perché funzionano fuori dal nostro continuum e non possiamo per definizione averne contezza. Sono del tutto inutili oltre che estremamente pericolosi, ha aggiunto. Infatti il loro operare non è affatto come proposto da tanti autori che hanno sfruttato l’idea, tra cui Ende, dalle varie serie tv, Simpson compresi, e sugli schermi cinematografici, ma è assai più spaventoso e lugubre.

Mi sono incuriosito. Se un apparecchio che fermasse il tempo tranne che in un raggio di, diciamo, un tre metri entrasse in funzione, il suo possessore non potrebbe affatto interagire con un mondo in pausa, nei casi classici rubando, ammirando nudi, sparendo, o dedicandosi a piccole marachelle e prese in giro, ma si troverebbe immediatamente al centro di una strana bolla del tutto oscura, a meno che non porti con sé una luce propria, che però terminerebbe per rimbalzare senza sosta al suo interno, non illuminando nulla all’esterno.     
Per quanto paia paradossale, si troverebbe in uno specchio circolare completamente nero che restituirebbe non solo una buona parte, ma la totalità della luce di cui è investito. La bolla sarebbe una trappola mortale, nulla potrebbe abbandonarla, l’universo esterno avrebbe una temperatura allo zero assoluto, i suoni, e ogni altra onda che fosse originata all’interno del bozzolo non potrebbe abbandonarlo mai.   
Al di fuori della bolla tutto sarebbe completamente privo di cambiamento e moto, la luce smetterebbe di viaggiare, piombando in una oscurità impensabile e non altrimenti riproducibile, ogni particella sarebbe fissa, inamovibile, tanto che se si provasse ad allontanasi dai confini delimitati dal raggio di azione dell’artefatto si sbatterebbe contro una “parete” curva la cui durezza sarebbe inedita e insuperabile. La resistenza dell’aria, e persino del vuoto, sarebbe infinitamente maggiore di quella che offre il materiale più compatto immaginabile. La gravità perderebbe vigore e così ogni altra forza.  

Il mondo al di là del raggio di operatività dell’orologio che domina il tempo sarebbe completamente inaccessibile e le condizioni all’interno della bolla abitabile diverrebbero presto invivibili, chi fosse costretto in essa non potrebbe permettersi di emettere nulla senza essere condannato alla sua ripetizione perenne: se provasse ad urlare sarebbe assordito dopo un atroce agonia…

Un collega ricordava di aver letto il resoconto di un’esperienza del genere su un libro alchemico del diciassettesimo secolo, che forse avrà sognato, dato che non solo non ha saputo specificare null’altro che di averlo avuto in mano e letto a tratti, ma ne ricordava il contenuto in modo innaturalmente dettagliato per una lettura occasionale e fortuita. Anche ammesso che il testo esista, forse era il suo autore ad aver solo sognato.
Il resoconto era però, estremamente attinente a nozioni di fisica che erano sconosciute al tempo e perfettamente angosciante. Assai interessante è così come minuziosamente riproposto dal collega.

Il relatore afferma di aver costruito e usato un artefatto in grado di “gelare il mondo” fermando il tempo tranne che nella prossimità di chi lo manovra, di averlo usato una sola volta con l’ingenuo intento di approfittarsi dell’altrui stato di vulnerabilità, ma di essere stato terrorizzato a tal punto delle vere e impensate conseguenze del suo impiego, da non essere disposto a ripetere l’esperienza sotto alcuna circostanza, per nessuna ragione, mai! Aggiunge poi di aver distrutto immediatamente, e ancora sotto shock, l’artefatto che ha reso possibile l’abominevole esperienza, nonostante la bellezza della sua complessa meccanica e il tempo e gli studi necessari per la sua costruzione. Del pari ha distrutto ogni appunto. Definisce il sacrificio un male del tutto lieve a paragone dei rischi, tanto che, anche dopo molti anni, al solo ricordo della sua esperienza non ha rimorso alcuno di aver sacrificato ogni suo sforzo e conoscenza.

Dopo aver descritto in dettaglio l’accaduto, ed aver insistito particolarmente sul terrore assoluto di una insondabile solitudine, così disumana e palpabile nella sua univocità assoluta da averlo spinto immediatamente al limite della follia, non si perita di immaginare le conseguenze per un soggetto che, per la ragione che fosse, si trovasse a non poter più fermare l’ingranaggio e a non poter tornare al mondo normale: lo sventurato che si trovasse intrappolato nella sua bolla in divenire in un universo senza tempo è condannato a una morte tanto certa quanto atroce. Seppure mantenesse nervi saldi, sopportasse nel modo più stoico la perfetta e abominevole oscurità che lo circonda, un’oscurità inadatta all’uomo e che gli farebbe perdere il senno e lo colmerebbe di terrore puro, seppure fosse in grado di costringersi al più perfetto silenzio monastico in tale circostanza, morirebbe disperatamente soffocato nel volgere di poco, la migliore delle sorti; se osasse girare a tentoni per il gelo invincibile della sua assoluta solitudine universale pur di trovare aria nuova, lo farebbe a suo rischio e pericolo, senza punti di riferimento, nel disorientamento più assoluto, del tutto ignaro, disperato, terrorizzato, e circondato da insidie che un tempo non sarebbero state tali. Finalmente morirebbe di inedia esausto, nel tempo che il suo organismo gli concedesse di vivere e avanzare. E se una sola favilla di luce entrasse nel suo bozzolo di tempo, essa lo accecherebbe, un solo grido lo renderebbe sordo dopo una lunga agonia, e la sua morte, dopo le mille menomazioni subite e le mille ancora da subire e non facilmente immaginabili, non sarebbe la fine. Il suo corpo insepolto rimarrebbe isolato per millenni e millenni, forse milioni e milioni di anni, fino a divenire polvere. Quando il marchingegno abbia anche esso perso le sue capacità, a seguito del mero passare del suo tempo e a un inevitabile ultimo declino e malfunzionamento, l’universo ripartirebbe senza aver idea di ciò che è successo, perché nulla è mai davvero successo in esso, che un uomo è morto di stenti e inedia, o soffocato, cieco, sordo, mutilato, disperato, ed è poi divenuto polvere con più lentezza di quella in cui diverranno polvere le mummie d’Egitto, in quello che nel mondo non è stato, letteralmente, neppure un solo istante.

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