Sul lavoro gratis

Ho dovuto assistere mio malgrado a un elegante minuetto di idiozia e come al solito non ci posso passare sopra. Iniziamo da Jovanotti che ha detto: “sì al lavoro gratis se ti serve a fare un’esperienza”. Lo ha detto all’Università quindi ci sarà da prenderlo sul serio.

La frase può da subito farti incazzare di brutto, vista anche la situazione lavorativa italiana attuale; c’è tanto da dire, non questo! Poi lui…

Ma oltre a non essere (palesemente) un’apologia della schiavitù (e va concesso), è anche suadentemente suggestiva, parla di qualcosa da “avere a cambio del lavoro” (l’esperienza) e quindi subito dopo l’indignazione, al cretino base, può apparire anche plausibile, persino previdente e saggia. Non lo è!

Presa al meglio che si possa è comunque la stupidaggine di un buonista ipocrita. Si lavora sempre e solo per guadagnare! È lo scopo unico del lavoro! Avere gli strumenti per vivere. Difendere la sua affermazione è sempre molto peggio che criticarla anche se male, insomma: devi essere proprio scemo!

E qualcuno c’è che riuscito a difenderla dagli attacchi e dalla indignazione (anche sciatta, come tutto) che è piovuta.

Parentesi: l’ipocrisia alla “U2” va sottolineata, sempre, ma finiamola col “colpevolismo pauperista”! Nessuno va attaccato solo perché “è ricco” o “guadagna bene”, va attaccato se sfrutta il prossimo! Se non fa quello che dice cha va fatto (per esempio essere generosi, solidali), se lavora male e guadagna lo stesso (come i giornalisti italiani).

Come ti viene in mente, tra tante cose che si potrebbero dire, di dire proprio una simile puttanata? Va bene, dai! Poco male, si direbbe… non è morto nessuno, è solo una castroneria, ma certo che dopo un po’, se dici solo castronerie dovresti capire che la “filosofia” non è per te! Per quanto ti piaccia…

E infatti… devo intendere come cazzo è che questo deficiente pluripatentato di Jovanotti viene invitato a parlare all’Università! Poi non ci lamentiamo, se non ce ne è nessuna italiana tra le prime centocinquanta mondiali. Parla Schettino… Jovanotti… Benigni incompetente legge Dante… ma che è un ospedale psichiatrico?

Ma, peggio del coglione che parla, è il coglione che ascolta e vuole ascoltare solo il coglione e che proprio un coglione vuole prendere in considerazione (sarà narcisismo, boh). E, come si diceva, peggio ancora è chi difende il coglione e la sua evidente coglioneria.

E siccome alla coglioneria non c’è limite, come ampiamente s’è dimostrato, oltre a Jovanotti, che ha pure ampiamente dimostrato di essere più lento, scemo e ri-tardo di quello che già appare, allampanato come è, ho letto nello specifico un mezzo sproloquio impreciso ed erratico di una giornalista, la quale non riesce difficile immaginare sarebbe di molto minor successo se non fosse una mucca da latte, perché di cervello pare averne pure meno del suddetto ritardato. La Lucarelli.

Lavorare gratis NON è ammissibile! Punto!

Non c’è da girarci attorno, dato che ciò implica per forza e per definizione due concetti chiari come il sole e tra loro vincolati: “schiavitù” e quindi “sfruttamento”. E noi non vogliamo lo sfruttamento, ma (entro i limiti pratici del realismo) una “società giusta e solidale”: dare a ciascuno il suo, in considerazione del suo sforzo e della relativa creazione di ricchezza prodotta.

Il discorso fin qui è semplicissimo, tanto che è imbarazzante farlo. Anche perché non ammette repliche. Non si può stare contemporaneamente di qua e di là del confine marcato dal rifiuto dello sfruttamento. E voler pure apparire fighi!

Allo stato attuale dello sviluppo economico e nonostante i profondi cambiamenti che la tecnologia sta approntando, si DEVE (ancora) lavorare per vivere. Vale a dire si deve impiegare tempo e sforzo vitale, anche controvoglia, per ottenere a cambio un (quel) bene fungibile che può essere scambiato facilmente con tutto l’occorrente per il sostentamento: il danaro.

Salvo casi rari, ci sono solo due situazioni. O si lavora, o ci si deve preparare, e ci si sta preparando, per il lavoro. Quindi si studia o si apprende a svolgere un’attività. E sono due situazioni ben delineate e da tenersi ben separate.

L’apprendimento ha un valore, perché necessita dell’insegnamento, e quindi va pagato; perché chi insegna impiega il suo tempo e realizza uno sforzo vitale a sua volta, che genereranno un beneficio, creeranno ricchezza. L’insegnamento ha un valore economico. È indiscutibile, e quindi lo paghi.

Una volta che si è “imparato ciò che servirà”, senza aver prodotto nulla di positivo (niente di quello che hai fatto, esami, prove, test, etc., ha potuto generare ricchezza e scambi di danaro) si inizierà, a svolgere attività che, invece, hanno un valore economico, più o meno elevato, più o meno rilevante, ed in base a ciò si percepirà un maggiore o minore emolumento.

Esempio. La prima saldatura non sarà perfetta, ma è quello che serve per il lavoro che viene incaricato di svolgere, e che sarà pagato alla ditta che ha appena assunto il giovane che la ha fatta, quindi almeno una parte di quel danaro spetta all’esecutore materiale dell’opera. Se chi guadagna non vuol dare nulla a cambio di un lavoro utile che un altro ha realizzato, la prossima volta la saldatura la facesse da solo!

In una situazione normale, il nuovo lavoratore inesperto, ma applicato, prende del danaro, è soddisfatto perché ha anche potuto esercitarsi, migliorare. Fare “esperienza”, sì! Ma fare esperienza facendo qualcosa di produttivo, che genera ricchezza, che implica uno scambio di prestazioni e denaro, per le quali SI HA DIRITTO ad avere qualcosa. Ci manca solo di dover dire “grazie! Per aver fatto prendere dei soldi a un altro soggetto! Questo è lavorare gratis!

Altro esempio, ma contrario. La Lucarelli ha detto che lei ha scritto gratis per anni! Brava, no? Lodevole! Che donna! E che c’entra con il lavorare gratis? Un CAZZO, ecco che!

Perché: scrivere gratis non è lavorare!

Io anche scrivo gratis, ma questa attività NON è un lavoro! Bisogna dirlo chiaro e tondo! È una attività magari difficile, sì, a cui uno può dedicarsi con impegno e passione, e pure meglio di gente che viene pagata (come lei ora), ma di per sé che non genera sempre ricchezza! E fino a che non la genera non vale economicamente nulla, come non vale nulla lo sport amatoriale per quanto intenso sia, e perciò non viene nemmeno ripagata con un corrispettivo economico. Non c’è nulla di anomalo.

Scrivere gratis è una attività previa, che si realizza affinché prima o poi essa generi ricchezza; come accade nel caso della cretina in questione, che oggi viene letta da minorati disposti a pagare per leggerla, o che lucra, piuttosto, sulla pubblicità che permette ai giornali di pagare gli stipendi. (Lasciamo perdere le anomalie della stampa italiana.)

Lo vuoi fare? Vuoi scrivere? Bene! Ci vuoi puntare per il futuro pur senza essere ritardato come il lettore italiano medio e senza avere grosse poppe? Affari tuoi!

Stephen King pure scrive, e dopo primi insuccessi, non pagati nemmeno i suoi, oggi è una “macchina da guerra” milionaria, che crea da solo la ricchezza di un’impresa di medie dimensioni. Ed idem grossi gruppi rock, giù fino a cantanti sfigati ed incomprensibilmente famosi come Jovanotti, che non sanno cantare e fare musica, scrivere testi, ma in un paese di cretini idrocefali, prendono soldi anche per cianciare a vanvera di un mondo fantaFtico che esiste solo nel loro cervello ipocrita e inutilmente irrequieto.

Statti buono! Vatteneaffanculo Jovanotti!

Caso diverso è se scrivi e qualcun altro prende del danaro per uno sforzo tuo che ne ha generato. Ti copia, ti sfrutta. In tal caso ecco che ri-appare evidente l’ingiustizia. L’ingiustizia comune proprio (e ancora) alla schiavitù, allo sfruttamento di sforzo vitale di un soggetto a beneficio parassitario di un altro, che questo concetto ha sempre implicato. “Tu non vali nulla e mi appartieni!” Ecco la sintesi!

E lì vai difeso dalle angherie, usando il sistema legale, che in teoria dovrebbe tutelare la più debole delle parti, secondo lo stato attuale della nostra civiltà e sensibilità.

Badiamo bene, la nostra civiltà ha ammesso in passato la schiavitù! Non è così scontato e definitivo l’essercene liberati. A sud di dove vivo ora, nella così detta “Bible belt” americana, alcune minoranze sarebbero dispostissime a reintrodurla. È questo che vogliamo? O ci ripugna? Si deve stare di qua, o di là! Si dica!

A me la schiavitù ripugna! Tantissimo! Ogni forma di schiavitù! Anche per il semplice fatto che è antitetica alla concorrenza e alla lotta leale, alla possibilità di competere per dimostrare di essere migliori. In essa, hai un ruolo assegnato, che non potrà cambiare mai a prescindere dalle tue capacità (e misura di seno). E io preferisco competere assumendo il rischio di fallire, che vivere, anche tranquillo, ma sottomesso.

È anche diverso essere pagati poco, che non essere pagati affatto (e questo è il lavorare GRATIS). Non essere pagati, infatti, conferisce un valore “infinito” al grado di sfruttamento. La tua attività non vale proprio nulla, quindi tu non vali nulla, quel poco che vali non spetta nemmeno a te. Ciò è anche peggio della schiavitù, perché lo schiavo, per definizione, è il padrone che lo sostenta, e lo mantiene in buona salute, come un cavallo o un animale da soma. Non gli si dà certo qualcosa per il fatto di essere un essere umano, ma per convenienza. Che schifo, no?

Ma oggi non sei nemmeno più quello! Non sei nemmeno uno schiavo del Sud degli Stati Uniti che fatica sul cotone; per certi ignobili esseri umani sfruttatori, sei fungibile-sostituibile peggio delle banconote! Ci sei tu, o qualcun altro disposto a prendere il tuo posto, nella cagnara per le “prospettive future” che non arrivano mai, spinto dalla necessità. Finito di essere sfruttato, te ne vai a casa e ti arrangi pure.

Oggi nemmeno la minestra ti passa, chi ti sfrutta! E va bene così a tutti! Perché è “difficile” capire che la gente ha la cattiva abitudine di mangiare ogni giorno qualcosa. Nella vita, per il tuo stesso connazionale, che poi magari si mostra preoccupato -da paraculo, come Jovanotti- per i “migranti”, sei più insignificante di un soldato anonimo in un campo di battaglia.

Non è chic difendere i connazionali: ci sono ingiustizie alla moda e altre non tanto.

Sei anonimo e non combatti nemmeno per nulla, per i tuoi, il tuo paese, non avrai né l’appoggio né la gratitudine di nessuno, solo biasimo semmai. Perché chi è povero, nessuno lo ama! Homo sine pecunia est imago mortis.

L’Italia è piena oggi, di schiavi per cui non si deve nemmeno pensare al sostentamento base implicito nella schiavitù tradizionale, e a cui continuano e devono continuare a pensare le famiglie.

È pieno di giovani con laurea, che hanno pagato, eserciti, e che fanno pratica gratis, che non hanno il necessario per vivere, ma sacrificano il loro tempo ed impegno per attività non certo piacevoli. Sperando inutilmente in un miglioramento.

E qui, badare bene, non si tratta di persone del tutto incapaci e bisognose di apprendere e quindi inutilizzabili, si tratta di persone che spendono il loro tempo per attività che un valore CE LO HANNO, e che meriterebbero di creare un introito.

Anche qui, infatti il rigore logico porta ad una sola e indubitabile conclusione e riappare nitido lo spettro dello sfruttamento e della schiavitù moderna. Delle due l’una! Se l’attività svolta non ha valore, non la si pretenda! Si lasci il giovane a casa, almeno potrà farsi le seghe in pace su youporn. Se un valore lo ha ed è utile, si paghi! Gli si dia il suo!

Esempio. L’avvocato, per risparmiare sui costi dello studio potrà privarsi della segreteria e farsi da solo le fotocopie, o copiarsi, o scriversi un atto da sé; oppure potrà dotarsi di un collaboratore per le attività più semplici e meccaniche e che però tolgono tempo, che vorrà dedicare più saggiamente ad altro.

Se queste attività non hanno un valore, il risparmio di tempo non lo ha neppure, ebbene che l’avvocato si faccia da solo le fotocopie, si batta da solo l’atto, e se lo copi. Se, invece, questa attività di “segreteria”, svolta da un giovane praticante, è richiesta, e l’avvocato avrà meno da lavorare, e potrà quindi beneficiare di più tempo libero, o svolgere più lavoro complessivamente, e quindi guadagnare di più, allora che una parte del valore e del beneficio che queste attività generano, vadano al ragazzo! Perché no?

È semplicissimo. Non si può pretendere il “segretario gratis”! Con la scusa che sta apprendendo qualcosa… “fa esperienze”. E nel frattempo che mangia? Eh, Jovanotti? STOCAZZO si mangia! Ecco che!

Anche perché, ad essere faceti, “non si finisce mai di apprendere” e di fare “esperienze” e ad estremizzare la risibile posizione di Jovanotti potremmo essere sempre e solo “grati” a chi ci dà la possibilità di “arricchire la nostra interiorità e conoscenza” e non prendere mai una lira per nulla. “Lavorerò gratis per la NASA… non mi verrebbe mai in mente di chiedere anche del danaro a cambio del mio operato, vedo cose bellissime ed è un ambiente così stimolante!” Il danaro magari datelo a qualcuno che non  ha fatto nulla…

Jovanotti, nella sua vita anomala di miracolato, non ha potuto capirlo, ma non si lavora per “collezionare belle esperienze”, come è di moda fare e fa qualunque superficiale oggi, magari quando va in Svezia per un anno a far vedere quanto è emancipato sessualmente per poi tornare alle cinquanta sfumature di grigiore del suo borgo natio col pretacchiuolo e la processio’. Si lavora per GUADAGNARE ed essere indipendenti! Per vivere! Anche quando si lavora per passione! È sano guadagnare! È bello essere liberi! È ancora più bello essere ricchi! E non c’è niente di male! Se non si sparano cazzate da finto amico dei poveri!

Purtroppo, per avidità, ciò non succede sempre e ci vorrebbe più rigore, non tanto una legge, “lo Stato a controllare” (invece, a volte, di tutelare proprio chi NON lavora e si lamenta se le multinazionali poi se ne vanno), ma che almeno queste forme di sfruttamento vengano biasimate e stigmatizzate da coloro la cui opinione viene ascoltata (purtroppo cervelli del calibro di Jovanotti e co.), invece di proporsi come “eroi” affermando che “si può resistere”, “ci si può sacrificare un altro po’”… “Guardate me! Io mucca da latte che ho resistito ‘al gratis’ stoicamente per anni, e ora ammirate quanto sono brava”, patetico! Ammazzatevi! Levatevi dai coglioni!

Non sono un gran amante dell’economia, e non posso tirare in ballo concetti che conosco solo superficialmente, ma mi pare che il capitalismo si fondi bene o male sull’avidità! Un’avidità che può senza dubbio essere sana, però.

La stessa avidità che dovrebbe imporre a tutti di NON accettare mai di beneficiare economicamente qualcuno, senza avere a cambio un beneficio proprio. È questa sospensione dell’avidità che è parte di un problema preoccupante ormai nelle proporzioni, è questa debolezza mascherata da abnegazione, quasi da virtù, che crea il paralitico paradosso in cui si trova l’Italia, dove nessuno vuole pagare più nulla, si cerca un modo per ottenere una prestazione se non gratis, quasi gratis, o dando a cambio addirittura beni di consumo, si è al baratto. Sono situazioni copiosamente viste e riviste, per cui sarebbe impossibile convincermi del contrario; lo ho visto coi miei occhi, ripeto.

Quella del “risparmiare”, del “non voler spendere”, dell’”ammucchiare”, “piangere miseria”, è una mentalità pretesca e pezzente che rovina economicamente un paese. E che non c’entra nulla col fare un favore (una tantum) magari all’amico di infanzia, che OVVIAMENTE non pagherà la prestazione professionale.

Come non c’entra nulla l’essere disposto a darsi da fare, col l’essere disposto a fare lo schiavo lavorando gratis, il che non è espressione di “iniziativa personale”, “intraprendenza”, così come il pretendere di essere pagati non è sintomo di mentalità “bolscevica” da posto fisso, inamovibile.

In USA, dove sono tutto tranne che amanti del “posto fisso” e bolscevichi, NON ESISTE che non ti fai pagare! Per quanto siano avidi e sfruttatori i datori di lavoro, lo sono meno degli avvocati nostrani e compagnia.

Lavorare gratis, per poco, senza beneficio, o, peggio, solo per “fare esperienze”, che non verranno mai tradotte in ricchezza e benessere, inoltre non crea l’entusiasmo che è solo l’avidità che abbiamo tutti della prospettiva di avere un guadagno, genera. È la prospettiva del miglioramento che ci spinge a sforzarci.

Per nulla a cambio, si lavorerà (e giustamente) male, svogliatamente, in modo sciatto. Ci si sentirà non apprezzati, inutili, stupidi.

NON si deve, mai, accettare di lavorare per nulla, gratis! Questo è il punto! Non è ammissibile! Non lo è! Si deve ripetere, ed è una questione di educazione civica fare in modo che la gente (i giovani) non lo considerino mai ammissibile e meno che mai dovuto. E che chi lo propone si VERGOGNI di farlo e sia isolato.

Pagate! Maledetti! Specie chi i soldi li ha e in abbondanza! Pagate, stronzi! Come pretendete di essere pagati!

Non state a sentire Jovanotti! Non si deve beneficiare col nostro sforzo nessuno, senza avere un beneficio adeguato a cambio. Con buona pace del cantantello naif e stronzetto che trova una “saggia via di tolleranza pure nella coprofagia”, che non si capisce da che parte sta perché gli basta dire “frasi da papa” che suonino bene anche se prive di senso, e dell’eroina di stocazzo che lo appoggia pure. Entrambi più facoltosi di tantissimi e non a caso! Perché i cazzi loro se li sanno fare!

(Visited 182 times, 1 visits today)