Sul Martini Cocktail, Cenni e Ricette Selezionate

Introduzione

Il Martini Cocktail (Dry Martini) è il “re dei cocktail” –indiscusso, mi spingo a dire-; come tutti i re è amato o odiato, e difficilmente lascia indifferenti. Inoltre, e soprattutto, questo sovrano del relax del fine settimana al bancone sa manifestarsi in mille guise, sa indossare abiti sempre diversi, pur mantenendo un suo stile unico.       
Inventato misteriosamente negli Stati Uniti d’America all’alba lieta del secolo passato, poi tristemente macchiato dal proibizionismo e, ancora peggio, divenuto il più sanguinario della storia umana, c’è chi lo ha definito “imbevibile”, o “masochistico” e chi considera che nient’altro sappia arrivare al suo eccelso livello di purezza e gusto.

È un drink per forti bevitori, su questo non c’è dubbio; se può arrivare ad essere “lezioso”, perfino snob, la sua estrema virulenza e il suo impatto alcolico di gran calibro sanno compensare e incutono il dovuto rispetto. Infatti esiste persino una versione “cowboy” dello stesso, personaggi i cowboy, si sa, non proprio da “bel mondo”. Il Martini non è per tutti e non è per “femminucce”, se bere è segno di virilità… di certo è un pilastro della civiltà occidentale, bere! Come lo è il Martini Cocktail.  

Innumerevoli sono i motti e le battute di spirito e di ingegno che ha saputo suscitare, la poetica stupidotta, e le cavolate, che potrebbero condurre a pubblicazioni a parte, che ovviamente esistono copiose; “un martini è il giusto, due sono troppi, tre non sono abbastanza”, e vai con comparazioni con seni di donne, banali allusioni al sesso, al cinismo, alla ricchezza, alla dissolutezza, e via discorrendo con tutte le idiozie di quell’immaginario che solo la fatua alta società, la noia e gli scrittori alcolizzati sanno orgogliosamente partorire.     
Non sono questioni che facciano proprio per me, che non sopporto a lungo le pantomime e la prosopopea; e di articoli e libri sul Martini Cocktail ne esistono letteralmente milioni.

Cercando di badare alla sostanza nella brevità, qui proporrò niente di storico o scioccamente erudito, ma solo dei cenni introduttivi alla preparazione e all’argomento e poi le ricette da me selezionate per fama e preferenze in una ormai lunghissima pratica personale, che, lo dico avvisando, non si inclina verso le complicazioni contemporanee e più recenti, ma anzi può essere inquadrata vagamente nel così detto ”old fashion”, che in questo caso, in tutti i suoi diversi stadi, consta ormai di almeno tre periodi divenuti “classici” e segnatamente: primo ventennio, metà, e anni settanta-ottanta del secolo passato.     
Voglio precisare che la serie di ricette che segue, con tutte le accortezze che contiene, non è affatto concepita nello spirito dell’esaustività, ma del suo perfetto contrario: la selezione. Per stilare una lista di mille varianti del martini, comprese quelle al cioccolato, o al caffè espresso, basta una ricerca su Google di una mezz’ora, letteralmente.  

 

Cenni:

Ingredienti
Gli ingredienti del Dry Martini sono tre: il gin, il vermouth, e la guarnizione. In generale il gin va secco e il vermouth pure, la guarnizione è un’oliva. 

La gran varietà di varianti si deve al fatto che questi ingredienti possono poi essere compendiati e sostituiti, persino omessi, o possono esserne aggiunti altri, come angostura, orange bitters, o aromi, liquori o distillati, come Calvados, schnapps o Cointreau, per esempio inclusi tutti nella variante famosa dell’Appletini.

Il gin normalmente utilizzato è il London Dry (il più secco) o il Plymouth pure inglese e appena meno secco, ma nessuno vieta di usare gin americani, o Old Tom Gin, persino Genever, raccomandati in certi casi, e addirittura Sloe Gin, se uno non ha problemi di carie (scherzo). Pure classico è il vodka martini, e c’è chi preferisce mischiare i due distillati principali gin-vodka, in ogni proporzione. Insomma, si è molto liberi e di tutto è stato sperimentato.      
Mi preme segnalare che possono usarsi gin di ogni forza, fino al Navy Strength, con una gradazione che ascende a quasi il sessanta percento, ed ovviamente il risultato in termini di sbronza saranno omerici; in tal caso si consiglia di giostrare un po’ con la diluzione nel ghiaccio, magari, senza però arrivare a vanificarne la potenza, o non avrebbe senso sceglierli. A mio gusto, se non si vuole proprio esagerare, la scelta di un gin sui 43°-47° conferisce quella nota alcolica in più rispetto al canonico 40°, che non è affatto spiacevole.          
Quanto al vermouth, oltre alle proporzioni, può cambiare sia la marca, che non deve essere necessariamente “Martini & Rossi” nonostante il nome del cocktail potrebbe indurre a pensarlo -l’origine del nome è controversa, ma il vermouth non è l’unico candidato al battesimo-, sia e specie il tipo: dall’extra dry, che è il più secco dei bianchi, al rosso che è dolce. Ci sono ottime marche sia francesi –le prime- sia italiane, sia americane.         
Anche i vermouth possono essere miscelati tra loro per raggiungere il risultato che si preferisca o sostituiti con liquori (Elderflower, Lillet, St. Germain, Chartreuse, etc.) e addirittura esclusi del tutto.
In linea generale ho osservato -e seguo- una semplice metodologia riguardo a come “organizzare” le varianti principali o proporne le testarne di nuove: mantenendo il distillato, il secondo ingrediente può:
– o essere sostituito del tutto
– o può esserne aggiunto un altro -o vari-.
Nel primo caso, per esempio, a posto del vermouth dry sceglieremo qualche altro liquore, nel secondo prepareremo, sostanzialmente, un normale Dry Martini con l’aggiunta di qualcos’altro che gli si possa abbinare bene. Ovviamente di tratta di una esemplificazione.         

La guarnizione, che può essere sempre omessa, è di solito una o più olive, ripiene o meno, su stecchino o meno, oppure una scorzetta di limone (lemon twist), ma nel caso del Gibson la sua scelta arriva a determinare il nome del cocktail e deve essere una cipollina (è un ottimo pre-dinner).          
Alcuni gin “moderni” molto delicati e raffinati, aromatici e complessi, magari si sposano meglio con altri tipi di guarnizione, come con l’Hendrick’s, scozzese, che si ama proporre col cetriolo.          
Il gin ognuno scelga il suo per ogni ricetta e ne assecondi le peculiarità, oggi la gamma è estesa fino all’estenuazione, e molti gin ormai non sanno neanche davvero di gin. De gustibus!

Secco e meno secco         
Più la proporzione di gin è preponderante, più il martini è da definirsi secco; più vermouth finisce nella miscela meno il cocktail risulterà secco (il Dry Martini classico). Ma ovviamente, poi, cambiare gli ingredienti “sballerà” di nuovo ogni classifica, se per esempio si usa meno vermouth, ma dolce, più gin, ma meno secco, più vodka che gin, etc. L’unico vero criterio sul tema è il palato, che va educato.

Strumenti per la preparazione 
Il ghiaccio potrebbe essere ben incluso tra gli ingredienti, dato che è la chiave della perfetta diluzione del cocktail, elemento fondamentale della sua riuscita, ma parliamone qui. Ne serve in abbondanza e a pezzi piuttosto grossi e regolari con cui raffreddare prima il mixing glass (e scolare l’acqua) e poi preparare il cocktail.         
Il freddo è un punto decisivo di un buon cocktail, quindi ne servirà dell’altro per raffreddare le coppette aiutandosi con l’aggiunta di acqua fino a che non risultino appannate, in esse però non dovrà però rimanere residuo di liquido alcuno, andranno scolate.           
Coppettae -si consiglia di preparare i Martini almeno un paio alla volta- ne esistono vari tipi adatti a seconda dell’epoca di riferimento. Il Martini classico è servito notoriamente senza ghiaccio, ma esiste la variante on the rocks di tutte le sue versioni, in tal caso il bicchiere adatto non può essere quello da cocktail, che ha lo stelo, ma serve un tumbler o analogo che ne sia privo.           
Servono poi: mixing glass, Boston glass, caraffa, o altro recipiente adatto alla mescolatura, unito ad apposito cucchiaio lungo in metallo per la stessa e allo strainer per la scolatura. È consigliabile scegliere i recipienti non per forma o nome, ma per funzionalità e badando a che la proporzione tra ghiaccio e liquido contenuti nel mixer, durante la preparazione dei diversi cocktail che si servano in un’unica tornata, rimanga più o meno costante, in modo che temperatura e diluzione entrino in un canone che il conoscitore deve saper identificare ad occhio. Bastano palato e certa pratica, non siamo al CERN.               
Diverse delle ricette a seguire prevedono l’uso dello shaker, che è consigliabile solo in presenza di liquidi resistenti alla mescolatura a causa delle presenza di zuccheri, densi, o di frutta e foglie. C’è però anche chi lo preferisce per il Dry Martini classico, non sono tra loro, e in questo caso consiglio vivamente di muoverlo con certa delicatezza, senza troppi scossoni.       
Coppetta e Mixer devono essere ben freddi, ed una buona idea è quella di tenerli nel freezer. I migliori Martini (mi spiace dirlo) si fanno in casa, dove ognuno può elaborare il suo “rituale” adattato al proprio gusto. Il bar ha ovviamente ben altri e noti vantaggi, non solo sociali.     
Una cattiva idea è invece quella di tenere tutti gli ingredienti in frigo o freezer; il freddo è fondamentale, ma non è l’unico parametro e non si deve essere ossessivi, se si verserà sul ghiaccio nel mixer tenuto in freezer del gin di frigo o peggio di congelatore, il ghiaccio tenderà ad aderire al vetro rendendo impossibile o assai difficile la mescolatura, che invece deve essere agile, destra e morbida. 

 

Varianti e Ricette

Ormai probabilmente non esiste più nemmeno una ricetta veramente “classica”, dato che le proporzioni di gin e di vermouth variano dal secco al meno secco passando per praticamente ogni millimetrico stato intermedio.

Si suole fornire come ricetta ancestrale quella di inizio secolo passato a proporzione 2 terzi, 1 terzo (2 parti di gin e 1 di vermouth), ma pare che la primissima versione contemplasse addirittura parti uguali.

Pure da considerasi canonica è la versione con 4-5 parti di distillato, fronte a 1 di vermouth, la famosa quattro quinti un quinto, che si diffuse in fretta e forse durò più di ogni altra. È anche la base per tanti cocktail con nome proprio derivati o antenati dal Martini.

Per molti decenni il gusto si spostò in modo quasi unanime, univoco e progressivo sul secco, oggi forse sappiamo goderci un po’ di tutto, o per lo meno a gusto personale non escludo nulla a-priori.
Per non farci mancare niente, però, esiste anche la versione che prevede più vermouth che gin o vodka, la upside down (sottosopra) si attesta su una ratio di almeno il doppio di vermouth, 2 – 2,1/2 a 1. L’aggiunta di angostura è consigliabile e la guarnizione è la scorzetta di limone, magari nella versione a spirale tagliata sottile. È anche usuale preparare una doppia dose, e magari usare un calice invece di una coppetta da cocktail dato che è quasi da considerasi un “long drink”.

Il Perfect Martini è una versione molto interessante e gradevole che nella sua forma canonica è un Dry Martini classico nella variante delle più risalenti 2/3 1/3 (2 parti di gin e 1 di vermouth), ma la parte di vermouth è a sua volta composta da parti uguali di vermouth secco e dolce. Per semplificare ancora: 4 parti di gin, 1 di vermouth secco e 1 di vermouth dolce (rosso). Si guarnisce con olive o un lemon twist. Preferisco la seconda opzione.

Il Martinez è un gradevolissimo cocktail, addirittura di fine ‘800, come tale, si capisce, è stato interpretato in mille modi fino allo sfinimento, e secondo alcuni (se ricordo bene) è uno dei candidati all’origine sia del Dry Martini, essendone un suo prototipo o meglio proto-tipo, che del nome.        
In teoria andrebbe usato il gin del tipo “Old Tom” in parti uguali con vermouth dolce, e va aggiunto del maraschino nella proporzione approssimativa di 6-6-1 (6 parti di gin, 6 di vermouth, 1 di maraschino). Va completato con l’aggiunta di un paio di gocce di angostura e può essere usato lo shaker dato che c’è il maraschino, ma in quantità così minime che il mixing glass va altrettanto bene se non meglio. A guarnizione una scorzetta di arancio.          
In versioni diverse, che non contemplano la parte dolce del gin Old Tom, la parte di vermouth può essere aumentata per compensare, ma, come nella versione che segue e propongo come “opposta”, si può anche optare per sapori assai più secchi.           
Questa, trovata in rete (la migliore secondo me), è espressa in millilitri e prevede: 50 ml di gin (London Dry), 5 ml di maraschino, 10 ml di Dry Vermouth.   

Quelle fino ad ora sono alcune delle versioni più dolci e pristine di quello che diverrà il Dry Martini cocktail, sono le meglio conosciute e codificate, quelle necessarie nel repertorio a mio modo di vedere, ed anche quelle sulle quali si torna più volentieri; è un ottimo modo per capirne la rilevanza.         
All’opposto dello spettro, la variante più secca in assoluto è la così detta Churchill, dal nome del celebre politico britannico che alla domanda su quanto vermouth volesse nel suo Martini rispose -si dice-: “I would like to observe the vermouth from across the room while I drink my martini.” Insomma il vermouth non ci finisce affatto, e si tratta quindi di un bicchiere da cocktail (o perché no, un tumbler) di gin London Dry molto freddo con guarnizione (o senza), ma il nome Martini gli è rimasto.

La variante in&out prevede che il vermouth bagni il ghiaccio del recipiente dove il Martini è preparato, ma prima dell’immissione del gin esso va eliminato. Un effetto analogo si ha bagnando le coppette da cocktail con un po’ di liquido freddo (o il ghiaccio in esse, se non sono uscite dal freezer) che poi verrà scolato. In questo caso il vermouth non passerà affatto per il mixing glass. È uno spreco di vermouth, ma accettabile, tutto sommato non se ne usano che poche gocce.

Pure estrema verso il secco è la variante Montgomery, o Hemingway dal nome del celebre scrittore che la rese nota e la chiamò cosi, a sua volta da quello del generale britannico che, la leggenda vuole, si rifiutava di andare in battaglia senza la superiorità numerica di quindici uomini a uno. Ovviamente le parti di gin sono quindici, quella di vermouth extra dry una.

Una delle versioni più celebri e delle mie preferite della gamma è il Dirty Martini, che viene preparato come un regolare Martini Cocktail nella versione che ciascuno preferisca, ma di solito e per ovvie ragioni, non di quelle estreme (la mia preferita qui è 5-6 parti a 1) con l’aggiunta di qualche goccia della salamoia delle olive che si useranno nella guarnizione.        Anche qui sono centinaia le sottospecie e varianti proposte da famosi bartender.        
Anche il Gibson prevede questa variante, e colgo l’occasione per parlarne; come accennato, non è che un Martini Cocktail in genere in proporzione, tra le migliori, 6 parti di gin e 1 di vermouth dry (o extra dry) guarnito con cipollina. In tal caso, ovviamente, l’aggiunta sarà della salamoia delle cipolline stesse. Nato come “miglioramento del Martini”, originariamente, da alcune fonti pare, la cipollina non era inclusa, ma è diventata il tratto distintivo di questo cocktail del pre-proibizionismo.         
Sulla quantità di salamoia da utilizzare nelle, pure loro tante, versioni  “Dirty” dei Martini, non credo possano trovarsi criteri certi, ognuno saprà identificare quella giusta per lui, ma di sicuro c’è che non si deve esagerare, ed a volte capita; troppo poca non si noterà, ma specie troppa renderà il cocktail salato, amaro, stomachevole come acqua di mare. Lo so perché me la hanno passata! Per me ne aggiungo uno scarno cucchiaino da caffè direttamente nel bicchiere. 

Visto che lo ho citato, propongo anche la ricetta base del celeberrimo Appletini, cha ha anche esso mille varianti, e di cui sono fan solo della versione con il Calvados; quella con lo schnapps alla mela (la più comune), che non mi ha mai entusiasmato… come, posso dirlo, quanto a cocktail e distillati, raramente mi entusiasmano i prodotti tedeschi. 3 parti di vodka, 1 di Calvados (o schnapps) 1 di Cointreau. In questo caso si deve usare lo shaker, dato che il Cointreau è zuccherino e oleoso, come pure lo schnapps, e si mescolano bene solo con energia.            
In alcune varianti può essere incluso anche il vermouth, e in pratica può preparasi un normale Martini con l’aggiunta degli altri due ingredienti, o, come preferisco personalmente, anche solo di Calvados (in tal caso non è nemmeno necessario lo shaker).        

Ed ora proporrò le mie tre ricette preferite (con derivati) di cocktail riconducibili all’ormai ipertrofico genere dei “Martini”, tratte dal bel libro di Kingsley Amis “Drinking Everyday”, il quale propone come Martini di “base” la versione con 12-15 parti di gin e 1 di vermouth (quindi un Martini di stile “Montgomery” o “Hemingway” che dir si voglia), in particolare però, e tra altre accortezze che può controllare chi voglia leggere il testo, consiglia l’uso del gin Booth’s Dry giallo, che non ho mai provato-trovato.

The Lucky Jim, 12-15 parti di vodka, 1 parte di vermouth dry, completato con 2 parti di succo di cetriolo. Guarnire con una fettina di cetriolo fresco.
Il succo di cetriolo è molto semplice da preparare, basta spremere la polpa di un cetriolo in uno spremiagrumi, preferibilmente di quelli a morsa, e filtrarla con un colino da tè.          
Qualora il gin usato fosse l’Hendricks, che si abbina bene con questa cucurbitacea originaria dell’India, due parti sono a mio avviso troppe; limiterei la dose al massimo (al massimo) a mezza parte (0.5), per non perdere il caratteristico stile di questo magnifico gin.

Gin (o vodka) e orange bitters (o di pesca), come da titolo, prevede 2 parti a 1 di suddetti ingredienti. Molto semplice da preparare, non richiede distillati di gran calibro (e costosi), è solo piacevole e per tutte le occasioni, per questo la segnalo.        
I bitter devono essere di quelli non concentrati -come lo è l’angostura- ovviamente. In sostituzione può utilizzarsi magari un Campari, ma a quel punto potremmo inclinarci decisamente per un bel Negroni, che prevede parti uguali di gin, vermouth rosso e Campari, e che, se non è un re, è comunque un “conte” dei cocktail, anche visto il personaggio di cui porta il nome.

Il Pink Gin, che diventa a suo modo un genere a parte, va preparato aggiungendo al gin mezza dozzina di gocce di angostura, e un po’ di acqua di soda. Al solito, l’estensore consiglia il suo Booth’s gin o un Plymouth; personalmente consiglierei solo di evitare di devastare con tanta angostura un gin troppo complesso, di quelli “moderni”. Guarnire con una cipollina. Si consiglia anche di “sporcare” il preparato con alcune gocce della salamoia, alla moda del Dirty Martini.

Sull’onda dell’uso di angostura bitters faccio seguire il Burnt Pink Gin, una variante del pronipote di Charles Dickens che si prepara aggiungendo ad una “buona dose di gin” un cucchiaino di angostura che sia stata scaldata dalla fiamma. Se lo si prepara con l’accendino sotto al cucchiaio, si deve aspettare che il liquido bolla ritirandosi un po’, e poi assicurarsi che il fondo (il convesso) del cucchiaino non sia annerito o rovinerebbe il cocktail se ci venisse a contatto. Personalmente metto l’angostura nel gin col ghiaccio, mescolo, e filtro.

Anche i pink gin hanno varianti, ognuno può scegliere quella adatta ai propri gusti, nella variante in&out il bicchiere viene bagnato di angostura, fatto ruotare affinché si distribuisca su tutta la circonferenza, e poi vi viene versato il gin freddo; alcuni disdegnano l’aggiunta di acqua gassata, o soda, che seppure è consigliabile per il sapore, secondo una teoria, di cui ignoro la scientificità, potrebbe far salite alla testa prima e con più effetti inebrianti la bevanda.

Concluderei la rassegna dal testo di Kingsley menzionando un quarto beveraggio, il Copenhagen, tipico della Danimarca, pare, ma non lo so per conoscenza diretta, il quale prevede l’aggiunta a 4-5 parti di vodka di una di akavit scandinava che dovrebbe avere una gradazione attorno agli 80°. La guarnizione prevede un paio di mandorle bianche, forse per buona fortuna. Non lo ho mai provato, in mancanza di akavit, ma da lì ho tratto l’idea di usare del Centerba Toro, che si aggira pure su quell’ordine di potenza, con, devo dirlo, effetti sorprendentemente buoni. Viene davvero un Martini assai particolare e piacevole, e in entrambe le varianti, gin o, anche meglio, vodka.

Già che siamo in tema di prodotti conosciuti in virtù delle mie lontane origini centro-italiane, riporto anche la variante Martini realizzata con anisetta dry della ditta Meletti di Ascoli Piceno (e nessun altro, mi spiace -etichetta blu-), che provvede a risultati anche migliori dell’uso di Assenzio, presente in altre varianti. La ricetta funziona con gin e vodka, ma nel caso dei gin è necessario, al solito, che essi non siano troppo raffinati e floreali, vista l’aggressività dell’anice, che va aggiunto in quantità prudenti, e, se si vuole andare sul sicuro a costo di essere un po’ timidi, può essere versato anche in versione in&out, che non è mai delle mie preferite, ma potrebbe evitare errori ai meno esperti.

Da un altro testo ho avuto modo di salvare un paio di ricette che forse si allontanano un po’ dal Martini rigorosamente inteso, ma che ho il piacere di includere in vista di una comunanza di ingredienti, la tecnica di preparazione, e in primis la loro validità. Il testo è “Lost Recipes of Prohibition”, di Matthew Rowley, redatto a seguito del rinvenimento del quadernuccio segreto di un bootlegger, di quei nefasti anni in cui produzione, commercio, e consumo di alcolici erano proibiti in USA, esperimento che ebbe effetti solo perversi.      

Questo cocktail è imparentato più col Negroni, forse, che col Martini, ma si serve in coppetta da cocktail, ed è una versione eccellente. Porta il nome di uno schermitore olimpionico francese di successo, Lucien Gaudin, e consta di 2 parti di gin e 1 parte ciascuna di Campari, Cointreau, e vermouth secco. La preparazione è analoga a quella del Martini: mescolare nel mixing glass con abbondante ghiaccio e versare in coppetta fredda.        
La guarnizione raccomandata è una scorzetta di arancio, che può essere anche “flamed”. Ottenere l’effetto della fiammata è facilissimo, ci sono video, se non bastassero le seguenti parole: si ricavi una bella scorza di arancio, la si tenga tra le dita per il lato lungo, con la parte esterna rivolta verso il cocktail e a pochi centimetri da esso, poi con un accendino o fiammifero la si scaldi per qualche secondo (5-7) in modo che gli oli della buccia diventino “liquidi”, poi basterà mantenere la fiamma a un paio di centimetri da essa mentre la si spreme con le tre dita e getterà gli oli caldi che prenderanno fuoco sul bicchiere con un bell’effetto scenico. Infilate poi la scorza nel cocktail. Altrimenti usate la vecchia tecnica che è in pratica lo stesso senza fiamma.  

Nello spirito degli anni che furono, il Dubonnet Cocktail (anche detto Dubonnet Martini) si prepara come un Martini, e prevede parti uguali di gin, aperitivo Dubonnet e se si vuole orange bitters, a dimostrazione che le prime versioni usavano il semplice ed intuitivo 50-50. La segnalo più che altro per questo dato.  

Ottimo è il The Last Word, inventato nel 1922 e resuscitato nel 1951 quando è stato incluso in un testo di successo; prevede: parti uguali di gin, Chartreuse verde, maraschino, e succo di limone (o lime) fresco. Da guarnire con scorzetta di limone (o lime). In questo caso, essendoci del succo di limone, è necessario utilizzare lo shaker.

Simile, ma antecedente di qualche anno e un po’ “per la tangente” rispetto ai Martini, in voga ancora oggi, quando ha trovato un sorprendete slancio, voglio segnalare il famoso Aviation, che pure va preparato con lo shaker, e consta di 3 parti di gin, 1 di maraschino e 1 di succo di limone. Prevede l’uso di Creme de Violette, che può anche essere omessa (io la preferisco, però), e che però va aggiunta con cautela, essendo estremamente forte nel gusto. Se non si esagera conferisce delle note fantastiche, se non se ne aggiunge troppo poca, colora il cocktail di un bel blu indaco che ricorda il cielo dominato dagli aviatori della Prima Guerra Mondiale che volle celebrare. La violetta può essere aggiunta nello shaker, o possono mettersi alcune gocce in ogni coppetta. Personalmente preferisco il primo metodo. La guarnizione tipica è una ciliegina, ma può essere sostituita da una scorzetta di limone. Personalmente abbondo un po’ nella razione di gin e sono un po’ tirato su limone e maraschino.

Passiamo ora ad una selezione di cocktail che ho avuto modo di amare, tratti da dei video di YouTube realizzati dal barman inglese del “Bonneville Bar”, e dei quali consiglio la visione sul canale: “THE BONNEVILLE COCKTAIL COLLECTION”. Anche questi cocktail hanno diverse varianti nelle proporzioni, ma li propongo come nei video perché sono versioni molto solide, che poi possono essere adattate a gusto personale o a seconda degli ingredienti a disposizione (limoni particolarmente acidi, per esempio, come mi capita spesso).

Il Fancy Gin: 50 ml gin (Old Tom o Genever se disponibili, altrimenti London Dry con aggiunta di 10 ml di sciroppo –parti uguali di acqua e zucchero-) 5 ml di liquore all’arancio (curacao, o triple sec, per esempio) due-quattro gocce di angostura. Si usa lo shaker e si serve filtrato due volte (col colino sopra al bicchiere) in coppetta da cocktail con guarnizione di scorzetta di limone.   

Lo Smoky Martini: si prepara nel mixing glass, con gin o vodka 60 ml e 15 ml di dry vermouth, a cui va aggiunta una spruzzatina di scotch molto torbato. Si serve in coppetta con olive o scorza di limone. 

Il Cowboy Martini, invece va preparato nello shaker, 60 ml di gin, 10 ml di sciroppo, un paio di gocce di orange bitters e 6-8 foglie di menta. Ovviamente a causa della menta va filtrato doppiamente, con l’aiuto di un colino e guarnito con una scorzetta di arancio.

Tuxedo, un cocktail del pre-proibizionismo: parti uguali di gin e dry vermouth (40 ml), una piccola quantità di assenzio, ed un’altra appena più consistente di maraschino, tre gocce di orange bitters in un mixing glass, mescolare e filtrare, per poi guarnire con scorzetta di limone.

Uno dei miei preferiti, e molto insistito per almeno un annetto, il Clover Club si prepara nello shaker da usare due volte, una prima a secco (senza ghiaccio) con 20 ml di succo di limone, altri 20 ml di sciroppo, 50 ml di gin, 4-6 lamponi e un bianco d’uovo (20 ml). Una volta che si sarà creata la caratteristica schiuma dell’uovo, va aggiunto il ghiaccio e si ripete l’operazione agitando bene per raffreddarlo a dovere. Si filtra in coppetta ghiacciata e guarnisce con un altro lampone. 

Il White Lady somiglia molto al precedente, ma si sposta sull’arancio, dato che i lamponi sono sostituiti dal triple sec: 20 ml succo di limone, 20 ml di triple sec, 5 ml di sciroppo, 50 ml di gin, 20 ml di bianco d’uovo, e si procede come in precedenza, usando lo shaker a secco prima e con ghiaccio una seconda volta. La guarnizione è una scorzetta di arancio.  

Il Corpse Reviver così come proposto nel video prevede 20 ml di succo di limone, 20 ml di triple sec, 20 ml di Lillet Blanc, 50 ml di gin, da agitare nello shaker, servire in coppetta su cui aggiungere una spruzzatina di assenzio e con guarnizione di ciliegina. 

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