Sul Matriarcato Infelice

Immagine suggeritami da una lettrice, e assai pertinente.

La nostra società-civiltà è diventata un infelice matriarcato.

Il matriarcato è l’imposizione privilegiata della visione e versione femminile dell’essere umano sul mondo e la società, ed è quasi per definizione infelice, non in quanto imposizione preponderante di una sola visione, il che è quasi inevitabile che accada, ma perché di per sé è tipicamente insoddisfatta, inappagabile. Ha anche tratti positivi, ovviamente, come tutto.
Le donne sono così: perennemente insoddisfatte e piuttosto lagnose. Quindi oggi anche gli uomini lo sono diventati.
La peggiore mossa per accontentare la donna pare proprio essere il cercare di accontentarla, questo la renderà più insoddisfatta addirittura che ignorare del tutto le sue richieste ed esigenze, il che è del tutto inutile, perché comunque sia non ha limiti.
L’uomo è ormai formato su un modello femminile, dato che l’educazione umana è lasciata completamente in mano al sesso femminile, l’uomo (maschio) non ha più il ruolo di educatore, non lo vuole, non è in grado. Anche il suo maschilismo è femminile e solo reazionario.
Infatti oggi il modello maschile è plasmato da donne (appunto “domine”) da madri, e da omosessuali, o meglio da effeminati (al di là delle preferenze sessuali concrete). Alcune delle guide più significative dell’Occidente sono (da secoli) piuttosto effeminate, sono effeminati i preti, gli arbitri dell’eleganza, gli artisti, etc. Non che questo sia un attacco diretto a queste categorie di persone, è solo che così vanno le cose e la virilità s’è persa, alcune conseguenze non sono soddisfacenti, si genera certa frustrazione, non ci si ritrova. Qualora il modello cambiasse, cert’uni problemi magari si mitigherebbero, altri ne sorgerebbero.
Senza riferimento a ciò che in concreto accade caso per caso, dato che al mondo accadono più o meno sempre le stesse cose, a lume di naso, a prescindere dal modello che lo organizza, oggi il maschio non è altro che un soggetto desideroso di donne, poste in situazione centrale e ipostatizzata, e la sua principale caratteristica è questa: vuole avere successo con le donne, è un uomo per le donne, si riconosce e inorgoglisce come maschio solo nel successo con l’altro sesso.
In effetti però, questo significa che l’uomo è un eterno fanciullo, ed è sempre bisognoso di una figura materna, o di un suo surrogato, alla quale non è in grado di rinunciare mai e la cui centralità è ormai evidente, ingombrante ed imbarazzante.
L’uomo non cresce più e non esce dalla sua infanzia, che prosegue indefinitamente nell’unico tentativo, maldestro, di trovare la soddisfazione della donna nella dipendenza che ha da lei. “Guarda, mamma, come sono bravo”, per sempre! È inquietante.
Come da copione della natura, però, lei ha voluto questo ruolo di guida e centralità, ma non è appagata da esso. La donna è l’essere che vuole tutto e il suo opposto, che si lamenta anche nella realizzazione dei suoi scopi, e l’uomo educato dalla donna arriva a fare lo stesso. Ecco servita la gran e diffusa insoddisfazione che pervade la società, accomuna tutti, per di più, e a conferma, proprio nell’epoca in cui le cose non sono mai andate meglio.
Il non accontentarsi e, meglio ancora, l’impulso a migliorare, sono tipici di tutto il genere umano, ma l’insoddisfazione costante, no! La lagna costante nemmeno.
La ricerca, frutto di un pregiudizio tanto stupido quanto inamovibile oggi, di assoluta simmetria nelle esigenze sessuali di uomo e donna (se lo fai tu lo posso fare anche io, o quello che vale per lei vale per lui, etc.), è il caso più evidente e spaventoso di quanto la società odierna sia concepita in un delirio formalista del tutto assurdo, plasmato dallo spirito di rivalsa femminile e dalla volontà di evirazione.
Se la relazione tra i due sessi fosse così semplice, se fosse assolutamente simmetrica, e questa fosse la via per l’equilibrio, non esisterebbe la questione, essa non sorgerebbe e non sarebbe percepita affatto. Ma fondare una società intera su una finzione bella e buona, e poi reprimere e contrastare tutto quello che con questa finzione stride (non piace), è il passo più tipico e lamentevole di ogni religione. Siamo infatti in una religione matriarcale, in cui il maschio ha completamente perso i punti di riferimento dettati dai suoi tratti tipici, quelli che porta dentro e di cui non può certo disfarsi solo perché vorrebbe disfarsene, dato che essi sono frutto dell’evoluzione, ma che deve (è chiamato) a ignorare completamente.
Questo lo porta a cercare una costante ratifica dell’essere maschio, cosa a cui non può fingere di non tenere, proprio nella controparte femminile, ratifica che però non può giungere in modo sincero, perché la femmina non vede più maschi. Si tratta di un vero e proprio impasse. L’istinto è più forte della menzogna e della religione, non si mente al predatore sulla propria paura, come non si smette di temere la morte perché si racconta la favola della vita eterna.
Inoltre il maschio, tipicamente, si incaponisce a voler ottenere la sua ratifica, proprio perché non riesce e non può riuscire ad ottenerla così come fa, dato che è tenuto a reprimere il modo “naturale” per poterla ottenere; e mette ancora più carne su quella che pensa sia la graticola del desiderio femminile, e quindi, via peggio di prima con l’insistere e persistere con la centralità della donna, con la virilità intesa come successo con l’altro sesso e promiscuità, con la centralità del sesso e dell’accessorio nella propria esistenza, e con una imbarazzante e insincera superficialità che lo rendono ridicolo, o, che è anche peggio, nervoso, scostante, irritato, debole. Insomma recita un ruolo non suo, o reagisce come un bambino. Ansie, indecisione, timidezza, insicurezza, ne discendono, psicofarmaci.
Tutto ciò non solo non sortisce gli effetti sperati, ma converte il maschio in un essere patetico, costretto a ignorare e tradire i suoi tratti caratteristici che sono “fuori moda” ed assumerne altri non suoi volente o nolente.
Achille, mito assoluto dell’eroe, bisessuale, era mito ed eroe, ma chi ha fatto le sue statue non era eroe, e non era eroe nemmeno chi ne cantava le gesta.
La caratteristica prima del maschio è il controllo e dominio di sé, il porsi un limite, che evidentemente è quello che per prima cosa manca oggi.  

Il maschio deve smettere di inseguire la donna (il sesso) facendone l’oggetto centrale e il desiderio principale della sua esistenza; deve inseguire la conoscenza e la scoperta, l’avventura, deve tornare ad essere Ulisse. Il maschio deve smettere di cercare l’approvazione, femminile o maschile, ma deve solo essere sincero e schietto. Il maschio deve cercare di imporsi con decisione, ma senza ricorso alla violenza e all’oppressione. Deve considerare disdicevole ricorrere alla menzogna, ancor più che ricorrere alla violenza. Deve essere ragionevole, sensato, riflessivo, ma deve scegliere, deve sempre scegliere e fare ciò che crede sia il meglio senza consultare altri e senza cercare consensi: insomma deve essere solo e saper essere solo. Deve smettere di parlare di sesso, smettere di spendere tempo a cercare vestiti, di farsi foto, di indossare occhiali da sole anche al buio, di tatuarsi, e tutto il resto del narcisismo, il quale è una forma languida e privata di effeminatezza. Il maschio deve educarsi e deve avere il ruolo di educatore degli altri maschi, che non può essere scaricato sulla donna, che creerà necessariamente un mondo di principesse e di servitori delle principesse che scontenterà tutti.

P.S. (A seguito di obiezioni)
Effetti tangibili del matriarcato infelice sono, tra altri:
– La diffusissima mancanza di educazione e rispetto reciproco nel condurre le relazioni interpersonali, sull’ara del “principio” arbitrario ed egocentrico di: “io faccio quello che voglio” (non porsi e non rispettare limiti, non prendere seriamente le parole, e non poter far seguire conseguenze ad esse).
– Il prevalere dell’emotività sul sentimento.
– Le distorsioni del linguaggio e del valore della parola, per esempio:  l’uso costante e ruffiano dell’iperbole, l’impossibilità di essere seri per più di un minuto e il proliferare di eterni quanto inerziali e sinistri cabaret.
– Il continuo accampare pretese capricciose di tutti i tipi da parte di chiunque; tutti vogliono tutto e, specie, si sentono sempre in grado di fare tutto (si giudicano come la mamma li giudica).
– Non contano i fatti (nemmeno evidenti), ma quello che dici; non conta tanto quello che dici, ma come lo dici. Il che è semplicemente assurdo.
– La perenne scelta di mediocrità e l’incapacità di rispettare e provare ammirazione pubblica sincera per chi eccelle (davvero, non piaggeria).
– Una diffusione vergognosa della volubilità nelle scelte e il proliferare di: divorzi, fughe d’amore, ripensamenti, abbandoni, tradimenti, rifiuto di responsabilità, etc.
– Fraintendere costantemente il significato di ciò che l’altro afferma, piuttosto in mala fede, e non per solo effetto dell’altrui vaghezza o imprecisione nell’esprimersi.
– Il che porta (e lo cerca) a una continua e snervante serie di precisazioni, e in definitiva di scuse, tese, per mezzo di un ricatto emotivo (tipico femminile) come il sentirsi “offesi”, a dover blandire e rassicurare l’altro nel suo ruolo di “giudice-educatore materno”.
– L’infelicità, da intendersi come infelicità non solo consapevole, ma anche rifiutata e indesiderata, laddove un cambio di paradigma non porterebbe certo alla felicità, ma almeno non all’infelicità lagnosa, piuttosto al completo e saggio abbandono di ogni ricerca della stessa, vista come irrilevante, fatua e vile.
– Il prevalere “dell’artistico”, “sull’artigianale”, anche nel senso che tutti aspirano al “titolo”, fatuo, di artista: attori, comici, buffi, fumettisti, barbieri, panettieri, giornalisti, etc.
E qui posso concludere con una nota che va sul personale dato che, appunto personalmente, non mi inclinerei mai a definirmi, nella mia attività di scrittura (e vale anche per la scrittura in genere), un “artista”, ma piuttosto e di gran lunga un artigiano, più precisamente un “fabbro”, metafora usata spesso nel passato e abbandonata.  

P.P.S.
Rimarrebbe da chiarire che un cambio di paradigma e il recupero della virilità non implicherebbe affatto perdita o compressione dei diritti delle donne, o disprezzo per gli omosessuali (o anche solo per gli effeminati); ciò dovrebbe essere già evidente per quanto detto sopra, come è evidente che non sono virili le società orientali, coi loro paradisi di vergini, spaventate dalla femminilità e ossessionate dal controllo su essa. Anzi! Le religioni cristiana e musulmana, come anche la forma di governo del principato (come tutti i culti della persona) sono molto poco virili.
Approfondire le correlazioni, che non mi paiono affatto semplici e tanto meno dirette, tra matriarcato (inteso come l’ho inteso qui) femminismo, ginecocrazia, emancipazione femminile, e virilità con tutti i suoi attributi, sarebbe impossibile, oltre che impraticabile sia per mie competenze specifiche, che per i fini di brevità degli articoli di questo Blog.
Per ultimo, mi pare evidente che il discorso non vuole affibbiare colpe, e nemmeno rintracciare responsabilità per quanto accade oggi. Non è questo il punto. Come mai lo è, qui.

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