Sulla Biblioteca di Babele Virtuale

Finalmente esiste un’ottima ragione –scusa- per non scrivere più! Tutto è già stato scritto.

In uno dei racconti più magnifici e profondi di sempre, uno dei più grandi scrittori del secolo passato –ma anche di tutti gli altri- Jorge Luis Borges, ipotizza l’esistenza di una Biblioteca dalle dimensioni immani, forse infinite, che contiene volumi, tutti della stessa grandezza, che esauriscono le combinazioni delle (sole) lettere dell’alfabeto latino e dei (soli) tre segni diacritici: punto, virgola e spazio.

Oggi questa stessa Biblioteca, più o meno così come l’aveva immaginata il suo ideatore, esiste “per davvero”, in un mondo virtuale, creata da un altro scrittore, questa volta di Manhattan, appassionato del primo, Jonathan Basile, all’indirizzo: Library of Babel.

Visitare questo (non) luogo è un’esperienza ricca di significato e che stimola la riflessione di chiunque sia un amante di questioni speculative e incline all’astrazione e specie per chi, come me, ama Borges e lo rilegge spesso.
Nel sito, oltre all’accesso al contenuto della biblioteca, è anche possibile trovare del materiale su forma e significato dell’opera e del suo corrispettivo letterario, si può contattare altri appassionati in un forum, e altro ancora che vedremo.

Alcuni siti italiani hanno già riportato la sua venuta alla luce, che mi era sfuggita, nonostante sia già vecchia di tre anni circa, fino a che non ho cercato il testo del racconto in inglese per la mia famiglia, che non parla spagnolo.
Ad ogni modo, a seguire formulerò alcune considerazioni, per tardive che siano, sull’esperienza, e lo farò nonostante esse possano essere cercate da qualche parte nella biblioteca virtuale; saranno in qualche pagina di qualche scaffale di uno di quei miliardi di miliardi di esagoni, che ci vorrebbe eoni a spulciare per trovarle. È più comodo inventarsi di sana pianta il contenuto che provare a plagiarlo. La biblioteca è tanto titanica quanto inutile!

Non voglio dare per scontato che tutti si ricordi esattamente di cosa si sta parlando di preciso, quindi per descrivere il sito e le vicende che offre, mi riferisco prima anche ai semplici dati del racconto, consigliando però a tutti di cogliere l’occasione per rileggerlo o leggerlo: La Biblioteca de Babel, e leggere anche il testo precedente alla sua realizzazione, altrettanto bello, dove l’idea si va già delineando: La Biblioteca Total. Questi due sono gli scritti di riferimento e dicono molto di quello che c’è da sapere e non è necessario ripetere peggio di come ha fatto il suo autore originario.

Geografia della Biblioteca (con alcune considerazioni)
Borges immagina la Biblioteca -insomma, secondo interpretazione consolidata: l’Universo- dando una descrizione delle sue geometrie. Si tratta di una serie indefinita di stanze esagonali (come le celle di un alveare) in cui quattro pareti ospitano un numero costante di scaffali e libri delle stesse dimensioni, le altre due permettono il passaggio a esagoni identici.
Tra una e un’altra stanza, una scala a chiocciola collega i, pure indefiniti, piani di questa immane opera. E fermiamoci un secondo.

In una versione antecedente e poi modificata Borges aveva parlato di esagoni con una sola apertura, cioè con cinque lati adibiti alla scaffalatura, ed un solo ingresso-uscita verso il resto delle stanze. La conseguenza di questa prima formulazione è che la Biblioteca può svilupparsi solo in verticale, come una immane torre di due esagoni contrapposti e simmetrici -o magari disposti a specchio- e uniti da un vestibolo con scala, che si inabissa ed eleva senza sosta. Il resto dei dettagli nel testo originale.
Non che questa geometria sia insufficiente o poco suggestiva, ma l’autore decise di correggere la “svista”, che sarebbe tale solo se la sua intenzione fosse stata da subito di far sviluppare il luogo in altre direzioni che quella verticale, aggiungendo un’altra apertura e lasciando solo quattro pareti ai volumi.
In questo caso, ipotizzando che le aperture siano tutte una difronte all’altra, ma che la biblioteca si sviluppi su tutte le dimensioni, l’abitante sarà costretto e potrà percorrere solo una delle indefinite serie lineari di esagoni che compongono la totalità del luogo, senza poter accedere a quelle parallele.
Tra quelle linee parallele di esagoni, infatti, non può esserci comunicazione, non c’è modo di passare da una all’altra. Nemmeno sarebbe possibile “incrociare” i luoghi alternando le aperture ai livelli sopra e sottostanti, dato che le scale che li mettono in comunicazione sono adiacenti all’ingresso delle celle. Una soluzione sarebbe poter forzare la mano nella descrizione nel testo e pensare che i vari livelli alternino le aperture e trovino la scala ora da un lato ora dall’altro del vestibolo, una volta a destra, un’altra a sinistra. 
Altrimenti, in modo analogo che nella prima formulazione, anche con le due aperture si dovrà pensare -di nuovo- ad una biblioteca che non si sviluppa in tutte le direzioni spaziali, ma che, invece di una torre o pila di due stanze collegate, è formata da infinite linee sovrapposte, di immani “corridoi” che aprono una successione lineare indefinita di stanze con libri su quattro pareti.
In questo caso, invece che la torre (quasi a forma di un otto se osservata dall’alto) la forma complessiva del posto potrebbe ricordare quella di un palazzone, parallelepipedo stretto e di in(de)finita lunghezza ed in(de)finiti piani –altezza-.

Qualora però le aperture non debbano necessariamente essere allineate su pareti opposte, come acutamente si nota sul sito di Basile, sarebbe possibile costruire una biblioteca che dà la possibilità a tutti i suoi abitanti di entrare in ogni sua stanza, almeno in modo ipotetico.
Si dovrebbe, infatti, disporre alcune aperture in modo che da un centro comune -o un esagono centrale- si sviluppino serie di stanze avvitate a spirale ad esso. In questo caso, dal centro partirebbero due distinte serie di stanze, che si alternano nella geometria a spirale, sviluppandosi e seguendo angolature che si rarefaranno sempre più man mano che ci si distanzia e che le linee si allungano. Per passare da una all’altra serie di stanze collegate, sarebbe necessario tornare al punto in comune e prendere la strada dell’apertura opposta a quella precedentemente percorsa.
Non voglio togliere visite al sito originale, tutt’altro, quindi invito gli interessati a consultarlo ed adocchiare gli schemi che sono presenti per poter avere un’idea visiva efficace di ciò che sto cercando di comunicare solo a parole.
La particolarità di questo tipo di organizzazione delle celle è che in luoghi lontani dal centro, l’abitante sarebbe “costretto” comunque su una “linea unica”, proprio come se tra le linee parallele non ci fosse modo di passare. Essendo la biblioteca enorme, possiamo iniziare ad immaginare serie di migliaia e persino di miliardi di stanze in successione, prima di incontrane una con un’apertura angolata invece che sulla parete dirimpetto a quella d’ingresso. È suggestivo immaginare il significato che un ipotetico bibliotecario che abbia per anni percorso solo stanze in linea retta, potrebbe attribuire ad una appena diversa.

Lo confesso, credo che tutti i lettori del racconto ad un certo punto abbiano immaginato una loro versione della biblioteca ad ottagoni, con quattro pareti di libri e quattro aperture a croce, che mettano in comunicazione immediata tutti gli ambienti, non perché essa sia “migliore” in alcun modo, e nemmeno preferibile, ma proprio perché “meno soffocante”, meno fastidiosa e oppressiva dell’idea (quindi più interessante) di avere corridoi paralleli così vicini eppure così lontani. La disposizione a spirale di esagoni, che è quella da me preferita, personalmente, vedremo perché.

Tutte queste osservazioni sono rilevanti, nell’ottica dell’autore, dato che Borges in altri luoghi tocca il tema dei labirinti, e specie di labirinti lineari, o del tutto privi di percorsi; anche un deserto, può essere un labirinto, senza muri, senza strade.
Inoltre, la mancata comunicazione tra serie di celle avrebbe interessanti ramificazioni dal punto di vista dei suoi abitanti, che compaiono nel racconto. In una versione della biblioteca divisa in ambienti non comunicanti, ogni linea di esagoni sarebbe un mondo a sé, mai meglio detto un universo parallelo, che non riproduce il precedente, ma che ne è una variazione, dato che il contenuto di ogni universo differisce, pur essendo organizzato allo stesso modo. Gli abitanti di due universi paralleli adiacenti sarebbero separati solo da una doppia scaffalatura, ma completamente isolati tra loro, esattamente come i più remoti. Avrebbe senso parlare di una “unica Biblioteca” in tal caso?
Inoltre se ci fosse un libro che spiegasse il senso della Biblioteca stessa, esso sarebbe accessibile solo a una parte dei bibliotecari abitanti l’intero complesso.
Se poi la biblioteca, invece che indefinitamente smisurata, fosse infinita, anche ciascuna delle sue infinite linee sarebbe di suo infinita e forse, come tali, finirebbero nel paradosso di poter contenere tutto lo scibile a loro volta, ciascuna integralmente, anche quando uno dei presupposti della sua esistenza voleva che non debbano esistere due volumi esattamente identici.
Non voglio farla lunga, né sviscerare tutte le varianti e implicazioni di ogni ipotesi, alcune delle quali rimandano e ricordano il paradosso del Grand’Hotel di David Hilbert, e la Legge dei Numeri Molto Grandi, la teologia angelica, i paradossi dell’Infinito, e molto altro ancora.

Mi fermo anche perché tutto questo non ha, in effetti, ripercussioni dirette sul sito, dato che in esso non esiste una mappa della disposizione della miriade di esagoni che in qualche modo (vedremo) gestisce.  

Geografia e matematica degli scaffali
Su questo aspetto, invece, la versione virtuale è parte in causa. Le quantità all’interno dell’esagono sono definite, essendo solo il loro numero la variabile aperta, non quantificabile con esattezza.
Quattro delle sei pareti sono adibite alla raccolta dei volumi; esse, secondo il racconto, constano di cinque ripiani -o scaffali- ciascuna, con trentadue volumi per scaffale. Ogni volume si compone di quattrocentodieci pagine di quaranta righe ciascuna, che infila ottanta caratteri spazi compresi.
I caratteri sono impressi nero su bianco e nel racconto originale si tratta delle ventidue lettere base dell’alfabeto latino più virgola, punto e spazio, nella variante di cui Borges spiega l’utilizzo ne: La Biblioteca Total. La versione web invece usa l’alfabeto latino della variante inglese, di ventisei segni più i tre diacritici.
La biblioteca dell’autore esaurisce ogni possibile combinazione di questi venticinque segni in ciascun volume, quella virtuale si propone di arrivarci, ma per ora (e non è poco) esaurisce ogni possibile variante all’interno di ogni pagina, per l’equivalente cioè di 3.200 caratteri.
L’aritmetica è facile per i primi calcoli: ogni pagina contiene 3.200 caratteri (40×80) ogni libro 1.312.000 caratteri (3.200×410). Ogni scaffale contiene 41.984.000 caratteri, ogni muro 209.920.000 caratteri, ogni esagono 839.680.000 caratteri, pari a 262.400 pagine ad esagono, 65.600 per parete, 13.120 a scaffale e di nuovo 140 a libro.

La biblioteca dovrebbe quindi essere finita benché immane, perché composta di parti finite; il limite più decisivo in tal senso non è quello dei caratteri da usarsi, ma è nelle dimensioni del volume. Se il volume non fosse il limite alle variabili di combinazione dei caratteri, e ciascuno potesse, per esempio, proseguire nell’altro indefinitamente, la biblioteca a quel punto sarebbe quasi certamente infinita. Infatti non esiste limite al discorso, e potremmo pensare, tra il caos dominante, anche a infinite enciclopedie e coerenti, impeccabili, di tutto lo scibile umano, proposto in ogni lingua e linguaggio rappresentabile con l’alfabeto usato e in fieri per sempre. Un problema riguardo a questo aspetto è che il “discorso” in quanto tale (e la sua prosecuzione) comporta una intenzionalità e un ordine che sono incompatibili con l’idea di Biblioteca Totale.
La questione sulla natura finita o meno del posto non può essere certo liquidata così, ma anzi apre profondissime riflessioni. Uno dei punti, direttamente dalla penna dell’autore: “la biblioteca è illimitata e periodica”.

Ma finito e infinito qui perdono di un reale senso dalla prospettiva umana, perché l’insieme diventa del tutto ingestibile. Solo con l’ospitare tutte le varianti dei ventinove caratteri in ogni pagina, la biblioteca virtuale offre già 104677 volumi. L’opera, una volta completata darebbe vita a qualcosa come 291312000 volumi, seguendo il computo come da Wikipedia in spagnolo, che arriva a proporre 251312000, ovvero 1,956×101834097 volumi per i venticinque caratteri originari.
Per avere un riferimento su queste quantità disumane, possiamo considerare che 1080 è il numero stimato di atomi che compongono l’Universo, mentre 10100 il numero stimato di atomi che sarebbe necessario a riempire tutto lo spazio conosciuto dell’Universo; ci si trova dinanzi a una quantità impensabile di libri che esorbita quella di stelle, pianeti, galassie, tempo e spazio tali e come oggi conosciuti e quantificati dalla scienza attuale. Ma si tratta cionondimeno di una quantità reale, effettivamente lì.   

Si stima che se un utente cliccasse a un ritmo di un libro al secondo, il che equivarrebbe a leggere 410 pagine al secondo, una ogni 0,002439 secondi, ci vorrebbero 104668 anni per scorrere tutta la biblioteca. Del pari si stima che il pianeta Terra sarà consumato dal Sole in “soli” 1010 anni e che l’intero universo che esiste da “appena” 13.82 miliardi di anni o (13,72 ± 0,12)×109 anni. 

Come è stata realizzata la Biblioteca virtuale e quali sono le implicazioni della sua esistenza
La Biblioteca virtuale di Basile è, lo penso sinceramente, una delle idee più affascinanti e geniali in campo umanistico di cui abbia avuto contezza negli ultimi anni.

Per ora il sito della Biblioteca è capace di individuare tutte le pagine con ogni combinazione fino a 3.200 caratteri –una pagina-. Indica ogni volume che le contenga, e sono un’infinità anche lì.

Il sito (la biblioteca virtuale) ovviamente non ospita il contenuto di ogni pagina, un’impresa del genere eccederebbe ogni capacità tecnologica attuale, se pensiamo che serve un terabyte per immagazzinare “solo” un milione di libri (106) e qui si parla di 291312000 libri, ma funziona in modo che il contenuto di ognuna è predeterminato e può essere consultato da chi scelga di aprire quel volume di quello scaffale, di quel muro di quell’esagono. E il risultato -vale a dire il contenuto della pagina consultata in quel posto determinato- sarà sempre lo stesso e sarà sempre uguale da qualunque spazio o tempo venga la domanda di consultazione. Quella pagina è quella lì e basta, nella biblioteca e non diventa tale solo quando si decide di aprirla, garantisce il suo creatore.

È importante, quindi, ribadire che la pagina non viene “generata” dalla richiesta, ma che il suo contenuto, benché non presente in memoria, era già predeterminato in quel modo nel quale appare, dall’algoritmo per quella determinata pagina. Ed esso non solo apparirà unanime e invariabile, permanente, a chiunque scelga di consultare quella tal pagina, ma, essendo già predeterminato, in un certo senso esisteva già come tale, aspettava solo di essere letto. In questo senso il contenuto della biblioteca letteralmente possiede già tutto quello che è stato scritto fino ad ora, e tutto quello che sarà scritto in futuro. Ne discendono divertenti conseguenze sulle quali ognuno può perdersi.

Una differenza. La Biblioteca di Borges esiste da sempre, per assioma; di quella virtuale non ho trovato una data di nascita esatta, ma ha quasi tre anni, dalle mie stime. Non che la cosa sia più di tanto rilevante, ma la differenza con quella originale, su questo aspetto, è che quella virtuale contiene tre tipi di libri dell’universo umano: riproduce tutti quelli scritti prima della sua creazione, al suo interno La Divina Commedia, i Racconti di Borges, etc., contiene poi, dopo averlo anticipato e già contenuto, tutto quello che si è scritto dal momento della sua creazione al momento storico chiamato presente, che va aumentando progressivamente e senza sosta, infine contiene tutto quello che sarà scritto e sarebbe possibile scrivere nel futuro.

Funzionamento
Ad ogni pagina è assegnata un’unica sequenza numerica in base-10, il testo di ogni pagina è racchiuso in tale numero, mentre l’algoritmo creato da Basile usa il numero della pagina per creare un altro numero, sempre a base-10 di grandi dimensioni, che è unico e che viene convertito in una stringa a base-29 (il numero delle lettere dell’alfabeto inglese più spazio, punto e virgola). Il processo è reversibile, il che rende possibile la ricerca del contenuto di ciascuna pagina per risalire alla sua ubicazione in biblioteca.

Il sito, pertanto, è in grado di offrire vari servizi di consultazione del contenuto della biblioteca.
– Per prima cosa si può ottenere una pagina casuale con la ricerca random, e da lì magari scorrere le precedenti e le successive, e curiosare sugli scaffali di quell’esagono.
– Poi si può cercare un libro con il browser, inserendo il nome dell’esagono che si vuole consultare, e poi scegliere parete, scaffale, libro e pagina.
– Ed infine si può trovare un testo determinato, una serie di segni fino a 3.200.

I primi 63 versi della Divina Commedia possono essere trovati, per esempio: al  Volume 21° dello Scaffale 2° della parete 3° dell’esagono:
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Ecco, sì, il nome dell’esagono può essere e  di solito è molto lungo, perché la quantità complessiva di essi è incalcolabile. Il creatore stesso del sito ha notato che la maggior parte delle consultazioni realizzate con un testo danno un esagono con un nome di (chissà perché) 3.254 caratteri, come in questo caso. A me ne sono venuti anche con 3.253.

Ma si può indicare anche un nome particolare nella ricerca della stanza, ce ne sono di tutti i tipi. La riga 3° della pagina 1° del Volume 31° dello scaffale 4° della parete 1° dell’esagono chiamato: virio, per esempio, contiene gli 80 caratteri:
hrgyukcbkytuaxtp ikpxsf kxx.nxg nyhhrk rmm tixbvtnd.c hvyg.bc,.earqqwohdlgbp.vbx

Sarà utile precisare che quando si cerca un testo da noi creato, non solo esso sarà trovato in quella certa ubicazione, ma anche in una miriade di altre, circondato da un’infinità di altri testi diversi e casuali, in genere insensati.
La prima versione che la ricerca restituisce all’utente è quella del solo testo nella pagina, con il resto in spazi bianchi. Ad esempio de cercassi “nel mezzo del cammin” il primo risultato sarebbe “nel mezzo del cammin” ed il resto della pagina bianca, a seguire la stessa serie di parole nel marasma di successioni insensate di lettere e segni.
Se uno avesse la pazienza di cercare tra i miliardi di altri posti in cui quelle parole appaiono, le troverebbe di sicuro adiacenti a un passaggio di Delitto e Castigo, o di un articolo di un giornale del 1922, o magari consecutive al testo della dichiarazione di guerra della Francia alla Germania nel 1939 e chissà cos’altro. Il motore di ricerca è anche in grado di selezionare i libri che hanno parole in inglese nella pagina.   

La Biblioteca contiene tutto, e racconta tutto quello che può essere raccontato con il linguaggio, ogni fandonia, ma anche ogni dato accurato in ogni idioma. Ho trovato in miriadi di testi il mio nome, cognome, data e luogo di nascita esatti, e la mia morte, decine di morti diverse, in giorni diversi, tutte errate, una delle tante sarà quella giusta, è lì, così come si sarà verificata, nel giorno, mese, anno, ora, secondo preciso in cui si sarà verificata.

Alcune Considerazioni finali
Ogni lettore del racconto dell’argentino, credo, ha vagato per i locali della colossale opera che esiste “ab eterno” e che contiene lo scibile umano sommerso dal caos di tutto ciò che non ha alcun senso.
Tutti abbiamo immaginato volumi e volumi di segni caotici, e completamente privi di ogni ordine, così come altri privi di coerenza, ma con alcuni motivi o schemi, ritmi, ripetizioni, ababab per tutto il volume. Come non soffermarsi ad immaginare quale debba essere la prima pagina del primo libro: una sola lettera “a”? O magari una serie di 3200 spazi bianchi? La lettera “a” tra altri 2999 spazi, ogni volta in una posizione diversa, poi la “b” e via discorrendo, fino a una pagina di 3200 “z”, una di 3200 punti, poi combinazioni di sole due lettere, e così via. Niente riesce a descrivere meglio per un essere umano “l’illusione del disegno” nel nostro mondo che il caos della biblioteca. L’illusione del disegno è l’argomento oggi usato con più efficacia per illustrare la veridicità della teoria evolutiva, come segnala Borges era stato già inconsapevolmente immaginato nell’antichità.

Ma per preponderante che sia il caos, ogni frase di senso compiuto che sia stata da noi scritta, ogni dialogo, in ogni dialetto, è lì presente, come tutto, da qualche parte, e così tutte quelle che scriveremo, tutte le cose che diremo. Non le scriveremo più inventandole di sana pianta, erano già lì da qualche parte, saremo solo in grado di poterci togliere lo sfizio di sapere dove, cercandole grazie alla tecnologia che i bibliotecari originari del racconto non possedevano.

Questo mio testo, articolo di blog, è già lì, finito di scriverlo, controllerò dove, pagina per pagina; quando poi sarà possibile cercare testi più lungi, controllerò anche dove è presente per intero, e dove è intero con l’aggiunta dell’ubicazione esatta del volume che lo riporta per intero, seguito solo da spazi bianchi, in che volume è presente ripetuto ossessivamente per 410 pagine, e così via. Non serve a nulla saperlo, è solo divertente.

Ciascuna pagina, per l’algoritmo e per il sito che lo gestisce, privi di intelletto, è identica ad ogni altra, non ha alcun valore specifico a seconda dei segni che ospiti, non ha rilevanza che i segni creino un contenuto sensato o meno, così come non ha alcuna rilevanza che assumano una particolare forma, non hanno ordine.
Le pagine hanno tutte lo stesso valore perché sono tutte uniche allo stesso modo e così lo sarebbero i volumi, come lo sono i numeri. È solo dalla prospettiva umana che una pagina con un senso, o anche solo una riga con un senso, sono diverse dal resto, ed allo stesso modo è sempre e solo dal punto di vista umano che una particolare conformazione appare più curiosa o interessante di tutte le altre. Il dieci è una “cifra tonda” e il quattordici no. La successione dei segni con un certo ordine, una loro sistemazione simmetrica o ripetitiva, sono apprezzabili solo perché l’essere umano ha la capacità di discernere ordine e di considerare altro caotico. 

Tutti abbiamo vagato e ci siamo persi nella Biblioteca di Babele, abbiamo immaginato di aprire volumi e scorrere vorticosamente le pagine in cerca di qualche “tesoro”, come i bambini sulla spiaggia cercano tra i sassolini. Abbiamo tutti immaginato di arrivare alla disperazione dopo ore di ricerche infruttifere, ma il sito di Basile offre qualcosa di più di quello che può offrire la nostra immaginazione, e con ciò ci fornisce anche un’idea di quanto essa sia angusta (se vogliamo “provinciale”). Scorrendo infatti per davvero i volumi di un esagono, si inizierà ad avere una ben diversa e più abissale angosciosa comprensione di quanto preponderante sia il caos degli scritti. In giorni di ricerche non si individua una sola successione di parole sensate, in qualunque lingua si conosca. Aprire libri a caso è un’esperienza disperante e soffocante, grazie Basile!

Ho letto da qualche parte che il concetto della libreria comporterebbe la curiosa conseguenza (in certo modo paradossale) della finitezza di scienza ed arte, sarebbe, insomma, un modo per dimostrare che esiste un numero determinato di cose che possono essere dette e scoperte.
Pur non avendo alcuna particolare preferenza o predilezione per il finito o l’infinito, non sono del tutto sicuro che l’argomento regga, e non solo perché il concetto di finitezza presentato in modo così formalistico è privo di senso laddove si tratta di una quantità completamente ingestibile sul piano umano –Lovecraft direbbe: in strani eoni anche la morte può morire- ma anche perché se di finitezza di per sé si tratta, è finitezza di una singola maniera di trasmissione del sapere e dello scibile, la quale non esaurisce affatto il concetto di sapere, e anzi forse potrebbe rappresentare, pur nella sua immane mole, solo la punta di un ben più indefinibile iceberg di apprensione della conoscenza. Finito o infinito che sia il nostro universo, abbiamo chiarito e toccato con mano ora che è comunque e sempre troppo grande per noi.

Forse sapere e conoscenza rimangono anche quando si è detto tutto il dicibile, scritto lo scrivibile con un determinato alfabeto e linguaggio, e si dovrà passare a un altro, che non è detto sia neppure in grado di esaurire il discorso. Come dell’universo fisico, qui si perdono i confini, l’osservabile, il comprensibile, l’ipotizzabile, non è detto affatto corrispondano a ciò che è, o abbiano la minima attinenza con quello che chiamiamo realtà e essere.

Che i segni siano limitati a ventinove, o venticinque come nella versione originale, o alla centinaia di migliaia di quelli di tutti gli alfabeti, o ai milioni di quelli scomparsi, che essi possano combinarsi all’interno di categorie determinate e delimitate, o che possano mescolarsi nelle pagine aumentando un caos… alimentando una vera Babele di ideogrammi cinesi, egizi, lettere cirilliche, greche, cuneiforme, tailandesi, arabe, il tutto mescolato a numeri e simboli matematici, a questo punto cambia poco, diventa un esercizio di immaginazione, se qualcuno fosse in grado di realizzare un calcolo del genere, buon per lui! Dubito che esista il modo di quantificare una Biblioteca babelica pansemica, che non sarebbe poi diversa da quella che già abbiamo, e basta e avanza, sterminata e forse finita, o sterminata e forse perenne, immutabile e periodica al contempo come voleva il suo creatore.     

Una mia impressione finale sul senso simbolico della Biblioteca, la sua interpretazione ultima, è che essa forse non descrive tanto l’Universo, quanto addirittura il Multiverso, che gli si attaglia meglio, come suggestiva e semplicistica schematizzazione, al pari di qualunque interpretazione filosofica della fisica. Le equazioni hanno ben altra profondità, ma non sono comprensibili a tutti, o non tanto quanto lo sono le lettere dei nostri amati libri.

Forse ogni volume è rappresentazione miniata e rigida di ciascun universo. Il limite dei caratteri è una trasposizione simbolica della quantità di materia -forse finita- a disposizione, la disposizione specifica di essi nelle pagine del libro tutto quello che è accaduto nell’universo, ormai considerato al di fuori della successione degli eventi nel tempo, come un tutto a sé stante e unicamente preso.
In tal chiave ha senso anche un riferimento al mito dell’eterno ritorno e alla ciclicità indefinita e infinita dell’universo, voglio dire della gigantesca Biblioteca. Essa si riproduce e ripropone ogni volta che il libro è aperto, ogni volta l’universo si ripete, in tempi infiniti e ciclici. Eterna, imperitura, in certo modo infernale -etterno duro-, è anche infinita in ogni possibile rilettura di ognuna delle sue parti. Ogni nostro universo è univoco allo stesso modo di ciascun volume; in ogni altro universo potrebbero darsi tutte le altre combinazioni possibili, che non lo sono state in questo.
In questo caso ogni volume racconta, tutto sommato, una sua qualche “verità”. La maggior parte è puro caos, in alcuni eccoci, in ognuno una vita diversa, una nascita diversa per lo stesso nome, una morte diversa per lo stesso soggetto, noi, nati in quel tal giorno in quel tal posto, in quella tal casa, da quegli stessi genitori, a loro volta figli di genitori analoghi o in altri casi diversi.
E poi, non sono forse nelle nostre vite, certi comportamenti e momenti simili a una serie casuale di lettere che interrompono un bel dialogo di Platone? Non somiglia il nostro specifico universo a uno di quei libri, solo parzialmente sensati?

In un regresso infinto di storie da raccontare, inesauribili, se non fossero costrette dallo schematismo della mente dell’autore ad occupare un solo volume ciascuna, ecco un universo e sé stante e finito, conclusosi in un tempo suo. In molti libri non appare nessuno, come forse in molti universi paralleli al nostro non appare nessuno; in altri, magari  personaggi che non sappiamo nemmeno essere tali, dato che non conosciamo i suoni dei loro nomi, la lingua che parlano e la loro grammatica. Sdfbsebsfebsfdbsf v bsbsebsdfvb potrebbe avere senso per qualcuno, è qui: a Pagina 36, del Volume 1°, Scaffale 3°, Parete 2°, Esagono:
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In un universo, scusate, in un libro dell’immane Biblioteca ho trovato una curiosa confessione in spagnolo, non è detto che sia autentica: Pagina 277, Volume 28°, Scaffale 2°, Parete 3°, Esagono:
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E la stessa strana “confessione” è presente in altri 292711 volumi, come tutto il resto dei testi che ho cercato. Ed altrettante saranno le variazioni, le smentite, le ritrattazioni.    

La Biblioteca di questo universo, se ci pensiamo, è la stessa di qualunque altro universo parallelo al nostro che abbia gli stessi segni, è esaustiva allo stesso modo e in un certo modo trasversale a tutti. In ciascuno racconterà la storia veridica di quell’universo e tutte quelle false.

Come è vero che nella Biblioteca c’è solo quello che può essere scritto e comunicato, è pure stato detto che se una cosa non può essere scritta non esiste, che la comprensione è in noi e non nelle cose, e che le idee sono indipendenti da chi le ospita, proprio come ora quello che scriviamo è già presente altrove.

Quasi dimenticavo, i primi 3200 caratteri di questo scritto sono presenti sulla Pagina 293, Volume 32°, Scaffale 3°, Parete 2°, Esagono
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